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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

lunedì, 19 maggio 2008

ASPETTANDO TOPO GIGIO

Giorni addietro il buon Matteo segnalava l’uscita del romanzo di Max Pezzali, intitolato “Per prendersi una vita” (Baldini&Castoldi). Segnalazione che mi ha riportato alla mente il mitico “Polenta di castagne” (Mondadori), romanzo della Zanicchi che nel mio cuore ha un posto particolare per via di ricordi legati al periodo universitario. Sappiamo tutti che neanche troppo tempo fa è stato dato alle stampe il romanzo di Silvio Muccino, intitolato “Parlami d’amore” (Rizzoli). Un paio di estati fa, invece, ricordo di aver visto Veltroni che assieme a Fabio Fazio disquisiva di letteratura in occasione dell’uscita del suo romanzo, “La scoperta dell’alba” (RCS), positivamente recensito – se ben ricordo, la mia memoria di recente non offre molte garanzie, come ben sa Digitpurpurea – da Kinsy. Piuttosto noti i lavori di Luciana Littizzetto (che personalmente adoro: lei, non i suoi libri) e Ligabue (che mi sta simpatico, anche se suona la stessa canzone da quindici anni), famosissimi quelli di Fabio Volo.

Impressionante la lista dei libri, scritti da volti noti della tv, della musica, della politica, del cinema e così via, inerenti però l’ambito saggistico. Si va dalle autobiografie di Simona Ventura (“Crederci sempre, arrendersi mai”, pubblicato da Mondadori), Platinette (titolo programmatico: “Finocchie”, anche questo edito da Mondadori), Costantino… non ricordo il cognome (“Dedicato a voi”, chissà perché pubblicato pure questo da Mondadori), al libro di Amici (“A un passo dal sogno”, Mondadori: e chi sennò?), al libro sull’alimentazione di Marco Columbro (“Mangiamoci su”, edizioni Amrita) fino alle raccolte di sketch dei comici di Zelig (un po’ tutte pubblicate da Kowalski). Ho visto anche che a giorni esce l’autobiografia di Irene Grandi (indovinate un po’ chi la pubblica?).

Insomma, basta cercare con Google e vi ritroverete al cospetto di centinaia di libri scritti (così dicono) da persone che provengono da lidi lontani, a volte lontanissimi, rispetto a quello letterario.

Ora… chiaramente non mi è possibile – né mi interessa – fornire un giudizio sui libri elencati, che magari saranno bellissimi. So già che verrò accusato di snobismo (è come con la tv: nel momento in cui dichiari di non guardarla, vieni etichettato automaticamente come “snob”), accusa che fra l’altro non mi offende; d’altronde mi hanno spiegato che certi libri sono utili perché spingono i ragazzi a frequentare le librerie (così come un pacchetto di sigarette avvicina alla filatelia), e davanti all’utilità sociale dell’autobiografia di Simona Ventura io alzo le mani.

Più che altro mi chiedevo: ma secondo voi… a Walter Veltroni hanno chiesto il contributo editoriale? E in quanto tempo avranno valutato il libro di Platinette, sei mesi o qualcosina in meno? Avranno inviato una scheda di valutazione alla Zanicchi?

Nell’incapacità di fornire risposte certe, resto in trepidante attesa dell’autobiografia di Topo Gigio (i retroscena del suo litigio con Uan e la fuga improvvisa di quest’ultimo saranno argomento di dibattito nel presente blog).

Aldo

 

IPSE DIXIT

Meraviglioso il commento di una ragazza riguardante uno dei libri sopraelencati:

io nn leggo mai perchè odio sprecare tempo nella lettura però questo lo letto in meno di 4 giorni”.

È proprio vero, certi libri avvicinano i giovani alla cultura.

Chissà se poi ci è tornata, in libreria. E per comprare cosa.

 

mercoledì, 14 maggio 2008

SEGNALAZIONI

Segnaliamo a tutti voi la recensione che Matteo Scandolin (probabilmente impegnato a intonare  qualche jodel nel Trentino, in questo momento) ha scritto per il nostro ultimo parto, “Altrove da me”. Trovate tutto qui:

 

http://www.grandisperanze.net/files/altrove_da_me_recensione.html

 

Segnaliamo anche un prezioso promemoria di Pungola:

 

http://pungola.splinder.com/post/17082007/Da+appuntare

 

Facciamo presente, infine, che da oltre 24 ore ci è impossibile aprire il nostro blog, causa “stato di manutenzione di Splinder”. Possiamo però aprire quelli degli altri (mah…) e la pagina per postare e pubblicare i commenti in moderazione (degli altri, non i nostri). Avete anche voi lo stesso problema?

lunedì, 12 maggio 2008

ALT!

- Signore, non entri in quella Fiera! Ci sono gli israeliani!

- Ma io veramente…

- Noi protestiamo per i festeggiamenti che riguardano la nascita dello stato d’Israele.

- E lo fate qui?

- Naturalmente.

- Perché non protestate davanti all’ambasciata israeliana? O magari a Gerusalemme?

- Ma è qui a Torino, durante la Fiera del Libro, che l’evento viene celebrato.

- Non le sorge il dubbio che la nascita d’Israele si festeggi soprattutto nello stato d’Israele?

- Vabbè, io vivo in Italia. Comunque poche storie: se lei entra nella Fiera appoggia il governo di Olmert, con le sue prevaricazioni, i suoi omicidi, le torture, le eliminazioni mirate e tutto il resto.

- Guardi, io volevo soltanto dare un’occhiata in giro, e sfogliare qualche libro...

- Ma così appoggia Israele.                                                      

- E se entro in un bagno turco appoggio il governo di Ankara?

- Lei fa del sarcasmo su una questione serissima. Vuole dare manforte a uno stato belligerante? Li hanno invitati qui come se nulla fosse. Avanti allora, faccia pure comunella con quelli…

- Ma che “manforte”, non voglio mica comprare un tank! Poi che c’entra, lì dentro ci sono pure Bondi e Schifani, non per questo mi precludo la possibilità di dare un’occhiata in giro.

- Senta… non è che lei è pro Israele?

- Eh?

- Allora è contro?

- Pro… contro… lei conosce soltanto questi due vocaboli?

- Allora è pro Palestina?

- Sono un lettore, e un vero lettore è pro tutto. Legge Stirner e Sant’Agostino, Brecht e D’Annunzio. Non si lascia inquadrare, è un cane sciolto.

- Guardi che alcuni scrittori israeliani si sono uniti a noi, altri si sono rifiutati di partecipare alla Fiera perché considerano Israele un’entità politica razzista.

- Hanno perso una buona occasione per esprimere un’opinione, per parlare alla gente, sensibilizzarla. Credo che il compito di uno scrittore sia anche questo. Io li avrei ascoltati con piacere. Fatti loro, comunque. Se li avessero trascinati qui con la forza, quello sì che sarebbe stato un problema. Personalmente, se qualcuno boicottasse un mio libro soltanto perché sulla carta d’identità c’è scritto che sono nato in Italia… mi girerebbero vorticosamente le balle.

- Ho capito, preferisce prestare orecchio ai fiancheggiatori di un governo assassino!

- Senta, lei ha il cervello intasato da slogan di facile presa. Se vogliamo farne un discorso politico, e vogliamo farlo in maniera seria, allora dobbiamo allontanarci dal contesto in cui ci troviamo. Questa è una fiera del libro, non la stanza dei bottoni.

- Però ci sono delle autorità politiche, lì dentro.

- E chi se ne frega. Ho le mie idee, non è che se un ministro della repubblica italiana spara una stronzata delle sue io cambio opinione. Lei, e quelli come lei, da una parte e dall’altra, non fate che infilare la politica ovunque. Ignorate il fatto che a volte la gente desidera soltanto ritagliarsi uno spazio, immergersi nella lettura ed evadere un po’. E magari riflettere: ma di sua iniziativa, non per imposizione.

- Ma guardi che noi mica ce l’abbiamo con la cultura.

- Lo so. È la cultura che ce l’ha con voi.

- Non vogliamo boicottare tutti gli scrittori israeliani, soltanto quelli sionisti.

- Cioè quelli che hanno scritto i protocolli dei savi di Sion?

- Cosa?

- Lasci perdere, non è roba per lei.

- Insomma, vuole spiegarmi da che parte sta?

- Dalla parte dei libri, mi sembra evidente.

- Di tutti i libri? Di tutti gli scrittori?

- Sì, anche se quando sento parlare di Moccia la mia fede vacilla. Comunque già negli anni ’30 c’era gente che distingueva tra libri “pro” (che ingiungevano con le armi) e libri “contro” (che bruciavano in piazza).

- Come si permette? Non sono mica un nazista!

- Però alcuni di voi se la cavano niente male, con benzina e fiammiferi…

- Bruciare una bandiera è un atto dimostrativo.

- Bene, posso bruciare il poster di Che Guevara che sicuramente lei ha in camera?

- Ho capito, lei si getta un po’ di qua e un po’ di là per non prendere posizione.

- Può darsi. Le faccio un regalo: la lascio nel dubbio. E adesso mi scusi, ma i libri mi attendono. Sa, Hugo diceva che si può resistere all’invasione degli eserciti, ma non all’invasione delle idee.

postato da: Isognatori alle ore 06:47 | link | commenti (25)
categorie: libri, opinioni, attualità, lettori, scrittori
mercoledì, 07 maggio 2008

MACHINES

Mi è capitato raramente di raggelare per un post: oggi è accaduto di nuovo, leggendo qui e qui.

Si parla di corsi di scrittura creativa, che personalmente non ho mai frequentato, osservandoli con sospetto per anni, sempre a debita distanza.

Per via dell’innata diffidenza e della totale mancanza di esperienza sul campo, non posso in alcun modo esprimere un giudizio; parecchio tempo fa ho chiesto a un amico (lui sì, competente in materia) di scrivere un articolo tematico, da postare poi sul mio blog per poter avviare una discussione, un confronto, ma temo di dover pazientare ancora un po’.

Posso però esprimere un parere sul secondo post di Pungola, quello inerente il grande editor da catena di montaggio, probabilmente un replicante alla Dick . La teoria (“i grandi scrittori sanno sin dal principio tutto ciò che scriveranno, seguono uno schema analitico ben determinato”) di quest’editor sceso fra noi direttamente da Metropolis, teoria della quale sarei curioso di conoscere almeno uno straccio di prova a sostegno, può essere commentata col fantozziano: “è una cagata pazzesca”.

Prima però un piccolo appunto: come si fa a definire un corso di scrittura “creativo” se poi vien chiesto ai corsisti di scrivere come altri? Inoltre: se basta rifarsi a predeterminati schemi per imparare a scrivere, com’è che in giro scarseggiano i Dante, i Kafka e i Dostoevski? Infine: ma nell’universo editoriale occorrono epigoni o scrittori con un’anima, una personalità e uno stile propri?

Io non sono un grande scrittore, quindi del mio approccio alla narrazione non parlerò. Parliamo però degli scrittori riconosciuti come “maestri”, indipendentemente dai gusti personali.

Io inizierei da Flaubert: scrittore tecnico per eccellenza, sosteneva che il romanzo debba essere oggettivo, impersonale, impassibile, scientifico. Lo scrittore deve distaccarsi completamente, scomparire dall’opera. In linea teorica, quindi, Flaubert confermerebbe la teoria dell’editor di cui sopra. Ma attenzione: nella Correspondance l’autore francese rivela che ciò che scrive lo lascia perennemente insoddisfatto, e che “perde il sonno per l’andamento di un verbo, nella scelta di un aggettivo, trascorre intere giornate girando e rigirando sempre la stessa frase”. Altrettanto noto è il fatto che il finale, per Flaubert, non rappresenta mai qualcosa di definitivo, ma un elemento perennemente modificabile, almeno finché non convince appieno il suo stesso autore (basti pensare, in proposito, alla tormentata genesi de La tentazione di sant’Antonio, e a quella de L’educazione sentimentale). Anche un “tecnico” come Flaubert, dunque, non scriveva affatto in maniera automatica, ignorava invece quale sarebbe stata la forma finale dei suoi lavori, ci rifletteva e tornava su in continuazione.

Passiamo ora a Carver: lo scrittore statunitense, almeno nel primo periodo, adottava uno schema alquanto rigido nell’elaborazione dei suoi lavori. Ovvero: partiva da una prima stesura e poi lavorava per sottrazione, eliminando termini, frasi e passaggi avulsi dalla quotidianità più realistica, in modo da cancellare ogni filtro imposto dall’architettura narrativa propria del romanzo “classico”.

Se da un lato questo modus operandi evidenzia un approccio analitico, dall’altro mette in mostra la necessità di ritornare costantemente e criticamente su quanto scritto, in un’indecisione (il dubbio, elemento per me imprescindibile) che è alla base dell’operato creativo. Non si spiega altrimenti per quale ragione Carver sottoponesse la prima bozza anche a 15 revisioni di fila. D’altronde lo dirà in un’intervista: “non c’è nulla di automatico in questo”.

Per quanto riguarda Poe: ne “La filosofia della composizione” lo scrittore di Boston nega valore all’intuizione e sostiene che dietro un racconto vi sia “uno studio attento e scrupoloso”. Tuttavia, questo studio deve condurre al fattore precipuo di ogni opera letteraria, che è l’originalità. Senza quella non si va da nessuna parte. Per Poe scrivere un racconto sulla base di un fatterello quotidiano, reale o meno, non ha alcun senso. È la rielaborazione operata dalla fantasia a fare la differenza. Per cui, lo “studio attento e scrupoloso” non è la compilazione di uno schemino da seguire pari pari ogni volta, ma sforzo creativo in direzione del “nuovo”, del “non detto”.

Di Bukowski non voglio nemmeno parlare: vi chiedo però di immaginarlo mentre – grattandosi le ascelle – osserva l’editor del corso frequentato da Pungola dichiarare: “i grandi scrittori sanno sin dal principio tutto ciò che scriveranno, seguono uno schema analitico ben determinato”.

 

Aldo Moscatelli

p.s.

il titolo del post fa riferimento a una canzone dei Queen, “Machines (Back to humans)”.

postato da: Isognatori alle ore 10:41 | link | commenti (9)
categorie: scrittura creativa, assurdità
martedì, 06 maggio 2008

NUOVA SEGNALAZIONE

Segnaliamo questo articolo (a firma Luciano Foglietta) apparso sulla pagina culturale del quotidiano on line “Il resto del Carlino”, inerente Lucilla Galanti e il suo “Altrove da me”:

 

http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/forli/2008/05/05/85678-disagio_diventa_meraviglia.shtml

 

AGGIORNAMENTO DELL'ULTIMA ORA

Abbiamo appreso or ora da Alberto Carollo che sul sito CARTACANTA sono state pubblicate le interviste ai nostri ultimi due autori. Agli interessati segnaliamo i link:

- http://www.cartacantalab.com/intervista_Flavio%20Pagani.htm (intervista a Flavio Pagani)

- http://www.cartacantalab.com/intervista_Lucilla%20Galanti.htm (intervista a Lucilla Galanti)

venerdì, 02 maggio 2008

LETTI DI RECENTE

L’amante di Lady ChatterleyLawrence

 

Non mi sorprende che questo romanzo sia stato considerato a lungo (almeno fino all’arrivo di Melissa P., no?) un lavoro scandaloso e provocatorio. Lawrence dimostra un coraggio sconosciuto a scrittori altrettanto noti, mettendo in scena una storia d’amore davvero immorale per l’epoca: quella tra una rappresentante della nobiltà (un po’ decadente, a dire il vero) e un guardiacaccia con tendenze eremitiche. Non più, quindi, storie d’amore tra chi è ricco e chi è un po’ meno ricco (Jane Austen docet), ma tra rappresentante dell’elite e proletario indefesso. Non siamo ai livelli di Cenerentola, ma poco ci manca.

Qualcuno forse si starà chiedendo se mi è piaciuto. Credo di sì, ma ho ancora qualche dubbio. Sicuramente va letto. “L’amante di Lady Chatterley” è opera quasi estrema per i tempi in cui fu concepita; il linguaggio è spesso crudo (la traduzione italiana non rende, se ho ben capito, così come non rende una traduzione inglese di Verga), le scene di sesso a tratti lasciano ben poco all’immaginazione. Audace, senza dubbio. La trama è poca cosa (a parte le prime 30-40 pagine e le ultime 20), dal momento che con l’arrivo del guardiacaccia – Mellors – il romanzo si limita ad alternare accoppiamenti più o meno feroci con dialoghi lunghetti. Digitpurpurea considera il finale del libro assai commovente, a me è scivolato addosso senza lasciare grandi tracce; sensibilità differenti, forse.

Soprattutto, per buona parte del romanzo non sono riuscito ad inquadrare la psicologia dei personaggi, ad esclusione di mister Chatterley. Sua moglie Connie pare schifare un po’ tutto: i minatori, i borghesi, la classe dirigente. Idem Mellors, i cui discorsi appaiono non tanto contraddittori o poco pregnanti, quanto sfocati. Mi è rimasta l’idea di un romanzo che tende in qualche modo a reclamare una rivalutazione del sesso come arma di difesa nei confronti di una realtà sempre più asettica, dominata dal lavoro industriale. Emblematico un dialogo sul finire del capitolo 12; i due libertini hanno da poco “consumato” e lui in vena di complimenti le dice:

Sei una gran bella fica, vero? Il più bel pezzo di fica che ci sia al mondo

Lei chiede spiegazioni, e una volta ottenute se ne va tutta contenta, e (cito) “mentre correva il mondo le sembrò un sogno”.

Mah.

Comunque sì, il libro va letto, se non altro per confrontarsi con un romanzo che ha saputo osare in tempi non sospetti, quelli in cui la “provocazione” aveva un senso e non restava fine a se stessa.

(A.M.)

 

 

Le particelle elementariHouellebecq

 

Fermo da tempo immemore a pagina 175 (su 316), è un romanzo statico, con dialoghi forzati, innaturali. La trama appena accennata (storia di due fratelli costantemente in confronto, uno sessuomane e l’altro freddo come il marmo) fa tanto romanzo/film francese contemporaneo. La noia regna sovrana, e anche se per me abbandonare la lettura di un romanzo rappresenta sempre una sorta di “sconfitta” personale, credo davvero che il segnalibro resterà fermo a pagina 175 per un bel po’.

(F.S.)

 

 

L’arte di comunicareCicerone

 

Ovvero, brani tratti dalle opere ciceroniane De oratore, De inventione, Orator e Brutus.

Speravo di confrontarmi con un saggio filosofico, invece mi sono ritrovato a leggere un piccolo Bignami per avvocati, o per politicanti di ogni età (non è da escludere che Hitler abbia dato una scorsa alle opere summenzionate, d’altronde). Cicerone passa in rassegna tempi, modi, gesti e parole attraverso i quali il bravo oratore deve conquistare il proscenio, dalla scelta dell’argomento agli strumenti retorici, dalle tecniche mnemoniche al tono di voce.

Particolarità dell’opera: nonostante siano – mi pare evidente –  i frequentatori dei fori i referenti di Cicerone, il filosofo di Arpino non cita mai la “menzogna” tra le armi in possesso dell’oratore, quindi esclude il ricorso alla falsità per ottenere il beneplacito di giudici e giurie popolari. Di questi tempi, la cosa fa riflettere.

Mi spiace invece che l’oratore romano neghi spazio e valore all’improvvisazione: per Cicerone tutto deve essere studiato a tavolino, pianificato con precisione scientifica, a parte qualche tecnica di riserva come il motto di spirito o il paragone (anche questi, però, da valutare a priori). Una freddezza di fondo che personalmente non gradisco molto.

In generale comunque non è un saggio da possedere a tutti i costi, anche perché molti concetti analizzati da Cicerone sono ormai noti; se poi volete confrontarvi con l’oratore per eccellenza, colui che ha anticipato gran parte di quello che oggi sappiamo sul fronte comunicativo (Cicerone fu anche abile psicologo, sottile interprete dei sentimenti della massa), allora forse è meglio leggere  direttamente le 4 opere citate in apertura di recensione.

(A.M.)

 

 

In corso di lettura: “Cuore di mamma” di Rosa Matteucci (manca pochissimo, una trentina di pagine) e “Beat generation” di Jack Kerouac (da iniziare).

Inoltre, alla lunga lista di lavori ancora da leggere o rileggere, si sono aggiunti nel frattempo “Novembre” di Flaubert e “I ragazzi” di Wharton.

Per usare la classica frase da fine colloquio di lavoro: “vi faremo sapere”.

postato da: Isognatori alle ore 12:19 | link | commenti (4)
categorie: libri, i libri degli altri
martedì, 29 aprile 2008

SEGNALAZIONI

Torniamo a parlare di cose serie (libri) su consiglio di Cigale, e segnaliamo un paio di recensioni fresche fresche.
Allora, qui:

http://pungola.splinder.com/post/16884646/Un+libro+alla+settimana

potete trovare la recensione di Pungola inerente "Lapsus" di Flavio Pagani.
Invece qui:

http://cigale.splinder.com/post/16921718#16921718

è possibile leggere la recensione di "Altrove da me", a firma Cigale.

Naturalmente ringraziamo di cuore Pungola e Alberto per  il tempo e l'impegno con i quali hanno valutato le nostre due ultime opere.

AGGIORNAMENTO DELL'ULTIMA ORA

Segnaliamo "in differita" anche questa recensione:

http://evertrip.wordpress.com/

inerente l'antologia "Un sogno dentro un sogno", postata da Zorrokamikaze sul suo nuovo blog. Un enorme "grazie" anche a lui, ovviamente.

lunedì, 28 aprile 2008

QUEI BRAVI MAESTRINI

di Aldo Moscatelli

 

 

WARNING: POST LUNGHISSIMO!

 

Chi ha voglia, modo e tempo a sufficienza, legga; gli altri desistano, o leggano a rate.

 

 

“Ooh, io non sarò mai il prediletto dei

cosiddetti padri della città,

che schioccano la lingua,

si lisciano la barba e parlano di quello

 che deve essere fatto di questo Homer Simpson...”

Homer Simpson mentre difende un cumulo di zucchero

 

 

 

Non è passato molto tempo dal giorno in cui questa mia intervista è comparsa qui e qui.

Come al solito sono giunte critiche, domande, osservazioni, il che è un buon segno: evidentemente ciò che dico smuove qualcosa in chi legge.

Adesso però a leggere sono io, e in tutta onestà quel che vedo non mi convince affatto. Quasi tutte le osservazioni dei commentatori si concentrano su uno o due aspetti della mia attività editoriale, quando nell’intervista si è parlato di un mucchio di cose. Mi pare evidente che certi fattori (distribuzione, potenziale commerciale) interessano più di altri (assenza di contributo, correttezza, approccio “umano”, qualità delle pubblicazioni, passione e quant’altro).

Bizzarro come il libro appaia mero prodotto da vendere agli occhi di alcuni, e qualcosa di assai più complesso agli occhi di altri. I miei, per esempio.

Ma andiamo con ordine.

Come al solito, troverete in grassetto le osservazioni, le domande e i dubbi degli utenti; immediatamente sotto, le mie repliche.

Buona lettura a tutti.

Aldo

 

“Mi domando - al di là della strategia di vivere esclusivamente nel web - quali siano stati i riscontri sulla stampa, quali siano le collane, come siano state studiate e da chi siano dirette. Aggiungo: la voce “dicono di noi” è un “feedback” degli autori. Reazioni dei lettori alle opere? Recensioni? Insomma: a parte i blog, il resto del mondo cosa dice? E le webzine?”

Franchi

Sulla carta (stampata, immagino) non troverai riferimenti ai Sognatori per vari motivi. Tentativi in quella direzione sono stati compiuti, ma ogni volta (mio malgrado) mi sono scontrato con interessi assai “particolari” (io do qualcosa a te soltanto se tu…), necessità di difendere lo status quo (in passato hanno censurato alcune mie dichiarazioni poco politically correct), disinteresse cronico (e chi sò ‘sti “Sognatori”?), ecc. A suo tempo ne ho parlato qui e qui. Comunque l’obiettivo è quello di fare breccia in primis nel cuore dei lettori, non entrare nelle grazie di giornalisti e/o critici, che per me valgono quanto un lettore preparato. L’intervista parla chiaro. Personalmente sono pronto a chiacchierare (tempo permettendo) con chiunque, si tratti di un ragazzo di 16 anni o del giornalista del quotidiano nazionale. Per me tra Francesco Giubilei e Loredana Lipperini non c’è alcuna differenza. O tra Matteo Scandolin e Giuseppe Iannozzi. Rispondo a tutte le interviste insomma, cosa che non tutti gli editori fanno (leggete qui cosa scriveva Renzo Montagnoli qualche tempo fa). Ma se devo sottostare ai diktat e piegare la testa (e pure qualcos’altro) per ottenere il favore di qualche firma prestigiosa, salta tutto. Così è, anche se non vi pare.

Le collane: non voglio farne un discorso meramente economico, ma soprattutto qualitativo, implicazione che qui sembra non interessare a nessuno. Cito Enrico Mistretta (esperto di promozione culturale per il Ministero degli esteri, a Roma e a Bruxelles), e il suo libro “L’editoria”: “e chi sa mai se l’editore riuscirà a trovare, sulla distanza, autori e titoli che rientrino degnamente e opportunamente nel progetto della collana, così da poter mantenere la promessa data ai suoi lettori?”. Già, chi lo sa? Ecco allora che a volte le collane (per motivi di tempistica) vengono inzeppate di lavori affatto validi, tanto per riempire lo spazio vuoto. E tanti saluti alla selettività. Io non voglio fare ricorso a questi sotterfugi, né desidero prendere in giro i miei lettori, e allora pubblico soltanto ciò che mi convince appieno, senza inventare collane che (cito ancora Mistretta) “magari attireranno la curiosità del lettore proprio perché danno una generica suggestione, ma nessuna precisa indicazione”. Faccio anche notare che “attirare la curiosità” non coincide affatto con “vendere”. Qual è allora la differenza? L’editore che vara una collana dice: signori, mediante questa collana pubblicherò tot libri con un elemento (per quanto vago) in comune. Io invece dico: signori, io pubblicherò dei libri, il cui numero dipenderà da tutta una serie di fattori imprescindibili: quantitativo di manoscritti da valutare, qualità degli stessi, accordi di edizione andati in porto (ci sono autori che dopo aver preso accordi verbali si tirano indietro all’ultimo momento), andamento delle entrate e delle uscite, varie ed eventuali. Inoltre: varare una collana è molto più semplice per chi gode di grossi budget o si para il sedere col contributo: male che vada, anche se i libri pubblicati fanno schifo, i rischi sono minimi. Ecco allora che – nell’ultimo caso citato – scambieremo per editore coraggioso e intraprendente (“io pubblicherò ben dieci autori esordienti, mica passo le giornate a grattarmi, come quegli editori improvvisati che non hanno neanche uno straccio di collana”) un individuo che invece spellerà gli scrittori (col loro benestare) e poi mostrerà con orgoglio la sua collana scintillante, ma col marcio dentro. Poi di case editrici “normali”, con collane, bracciali e orecchini ce ne sono a bizzeffe. Se dal vostro punto di vista l’unica discriminante tra una buona casa editrice e una pessima casa editrice è quella, allora I sognatori non fa al caso vostro. Con un po’ d’impegno, sia io che voi riusciremo a farcene una ragione.

La sezione “dicono di noi”: lì trovate le testimonianze di alcuni scrittori esordienti che si sono rivolti nel tempo alla mia casa editrice. Sono autentiche, ma se qualcuno vuole avanzare dubbi per via del cognome puntato, faccia pure.

Le “reazioni dei lettori alle opere” sono ugualmente presenti sul sito (vedi sotto, nella domanda posta da Branco), forse ti sono sfuggite.

Per il resto del mondo, mi sto attrezzando.

Comunque si parla di noi in siti, forum, blog, webzine e quant’altro. Positivamente e negativamente, d’altronde non è che si può piacere a tutti. A breve aggiorneremo il sito, per offrire una panoramica più ampia.

Due riflessioni personali, infine.

1) da qualche parte occorre pur cominciare, e questo discorso vale per tutti, scrittori compresi. La gavetta non ha mai ucciso nessuno. Io la sto facendo, e ne sono felice; quando Francesco Giubilei mi ha chiesto un’intervista non gli ho risposto: “spiacente, non perdo tempo con uno sconosciuto, quando godrai della notorietà di Paolo Mieli ne riparleremo”. Chi si ritiene troppo in alto per certa gente farebbe bene a scendere sul pianeta terra e dimostrare in concreto quel che vale.

Allo stesso modo ritengo che molte persone dovrebbero fare un bagno d’umiltà e lavare via un po’ di spocchia: ché tra l’essere selettivi e comportarsi da snob c’è una bella differenza.

2) La visibilità in sé, sul piano pubblicitario, non basta a vendere un tot copie, né a raccogliere folle oceaniche nelle presentazioni dei vari autori. Lo dimostra il fatto che persino una casa editrice con spazio pubblicitario su Il corriere della sera, a volte, organizza serate di presentazione in cui si fanno vive quattro (sottolineo: quattro) persone.

 

“Narrativa italiana - sia romanzi che racconti - senza caratteristiche specifiche? Qualsiasi genere? Qual è il criterio?”

Franchi

Sì, qualsiasi genere. Un buon libro, forse, è tale solo se giallo, fantasy o noir?

Il criterio? Semplice: deve convincermi sul piano qualitativo. Niente lavori pedissequi, scritti da cani o tesi a scimmiottare il libercolo di tendenza. Se qualcuno pensa che queste siano le basi di qualunque libro pubblicato oggigiorno, e che tutte le case editrici (a pagamento e non) ragionino nei medesimi termini, si sbaglia di grosso. Ah, dimenticavo: niente libri da pubblicare a occhi chiusi soltanto perché l’autore è disposto di sua iniziativa a sborsare un mucchio di soldi. E niente libri da pubblicare a occhi chiusi soltanto perché l’autore gode di notorietà o è amico dell’assessore “Iomelatiro”. Se qualcuno pensa che questi elementi non mi differenzino da altri, non sa cos’è l’universo editoriale.

 

“Di questa casa editrice si trovano alcune recensioni, però, in vari blog, è strano che non le segnalino sul sito, nel “diconodinoi”, ecco. Lascio il link di un paio di recensioni che ha scritto una ragazza che conosco, in gamba:

http://sonnenbarke.splinder.com/post/15721960/Un+sogno+dentro+un+sogno

http://sonnenbarke.splinder.com/post/15957292/Lapsus

Branco

Ciao Branco, forse ti è sfuggito (ma anche a tutti gli altri) il fatto che ogni libro in catalogo contiene stralci di recensioni presenti nel web. Quanto alla Sonnenbarke, non posso che confermare. Non a caso fa parte della giuria della seconda edizione del concorso “Un sogno dentro un sogno”, indetto dai Sognatori qualche mese fa.

 

“Ho letto l’intervista e ho guardato bene sito e blog.
Sulla politica editoriale, a parte questi concetti chiave dell’assenza del contributo e della distribuzione online non c’è molto. L’esperienza personale dell’Autore-Editore (e di altri esordienti) sa più di lamentazione che di programma vero e proprio
Perché niente poesia ad esempio?
Trovo anch’io strano che nel “dicono di noi” non ci siano i link alle recensioni della loro produzione (per esempio quella di Montagnoli allo stesso Moscatelli: e a margine, per tutti, va bene segnalare le recensioni ma dovrebbero essere sempre firmate: a mio parere una cosa firmata ha una credibilità diversa).

Altra domanda: chi valuta le opere? Moscatelli e basta? Uno staff? A parte la lunghezza, non ci sono altri criteri o indicazioni per chi vuole inviare i propri scritti?”

Ildelaura

Assenza di programma, lamentazione mia e degli altri scrittori esordienti… sì, è vero. Non ho uno straccio di idea, e nel tempo libero organizzo corsi di lamentazione creativa.

Perché non pubblico poesie? Io nel sito e nel blog devo spiegare quello che faccio e perché, non sono tenuto a giustificare quello che NON faccio. Se vado in un ristorante cinese non chiedo al cuoco (io, almeno, gli altri non so) per quale motivo non ha nel menu il risotto alla milanese. Tanto vale chiedermi anche per quale motivo non ho ancora pubblicato un saggio sull’accoppiamento dei mufloni.

Sulle recensioni ho già detto. Se visitate un sito, visitatelo per bene (di Montagnoli trovi il link alla recensione di “Camp attack”, per esattezza in fondo a questa pagina). Ma non avevi “guardato bene” il sito?

Le firme in calce alle recensioni: nel momento in cui qualcuno inserisce nel proprio blog una recensione, è come se la firmasse. Io non posso obbligare chicchessia a utilizzare il proprio nome e cognome in luogo del nick. Senza contare che (per assurdo) uno potrebbe anche inventarsi un nome e cognome finti. Se poi per te la credibilità dei miei lettori è inficiata da questo fattore, puoi contattarli direttamente mediante PVT. Alcuni ti forniranno anche il codice fiscale, stanne certa. Se insisti un pochettino pure l’età, l’altezza e la misura di scarpe.

Chi valuta le opere? Forse dovresti chiedermi COME vengono valutate le opere, che a me pare assai più importante. Comunque, nei Sognatori “non cade foglia che Aldo non voglia”, anche per quel che concerne la lettura dei manoscritti.

Le indicazioni per chi vuole inviare i propri scritti sono quelle indicate nel sito. Tutto qui, sì.

 

“Ah. A margine: non mi è chiara neppure l’antipatia dichiarata per gli scrittori stranieri.
Per una casa editrice (online o no) potrebbe (dovrebbe?) essere imprescindibile, tanto per non restare sempre e solo a curare il giardino di casa…”

Ildelaura

Antipatia? E chi l’ha detto? Io no. Io ho dichiarato: “un libro è valido o meno indipendentemente dal passaporto dell’autore”.

A conferma di quanto detto, faccio notare che Flavio Pagani è svizzero, è nato e vive lì.

Il mio scrittore preferito invece è americano.

No, così, era per dire.

 

“Sì, dà un’impressione di incisività e idealità, ma resta qualcosa di poco chiaro e sospettoso, leggendo il sito. Sarà che noi qui siamo più con la puzza sotto il naso che altrove, e che sull’editoria abbiamo molto più da temere che assecondare. Però interessante il progetto. Anche se i miei personali dubbi più forti rimangono sull’effettivo riscontro sul mercato dell’edizione, che ho sempre valutato molto più difficile da conquistare, puntando anche solo alla sopravvivenza, seguendo le strategie della politica editoriale, sinteticamente accennate.”

Arpaeolia

Fai bene ad essere diffidente. Lo dice un diffidente DOC. Ho guardato con sospetto un mucchio di case editrici nella mia vita. Però poi ho inviato i miei lavori (a quelle senza richiesta di contributo, almeno sulla carta) per capire se mi sbagliavo. Un po’ di audacia ci vuole, altrimenti la diffidenza rimane fine a se stessa. E a quel punto tanto vale chiudere nel cassetto i romanzi e buttare via la chiave. Oppure lasciare perdere le case editrici e pubblicare per conto proprio, col print on demand o che so io. Ognuno è libero di fare ciò che vuole.

Personalmente nutro la massima diffidenza nei riguardi dei concorsi letterari, ad esempio; l’anno scorso però ho partecipato con un testo edito ad un concorso nato da poco. Tempo cinque mesi e me ne sono pentito, ma ho comunque tentato. Non si sa mai, nella vita.

Quanto all’effettivo riscontro, l’ho già detto: sono passati due anni e siamo ancora qui. Tecnicamente, per quelle che sono le leggi di mercato, dovevamo fallire dopo dodici mesi, diciotto al massimo. Invece no. Però non ho ben capito: vi preoccupate per le finanze dei Sognatori (nel qual caso ringrazio) o in linea generale tutte queste domande servono a capire il potenziale commerciale della casa editrice? Perché se il vostro obiettivo non è quello di essere pubblicati (gratuitamente), né quello di affidarvi a una casa editrice che – in caso di pubblicazione – sputerà sangue per far circolare il vostro nome, perché crede sinceramente in voi, senza però illudervi con garanzie di vendita e cifre abbaglianti, allora vi chiarisco le idee: allo stato attuale non è possibile ambire al Premio Strega coi Sognatori. Il primo a non essere ossessionato dal successo in stile yuppie rampante sono io, d’altronde; ho le mie ambizioni, ma se devo arrivare da qualche parte… devo farlo a modo mio. Non preoccupatevi, comunque, ché non chiedendo alcun contributo il primo a voler raggiungere un pubblico quanto più numeroso è proprio il sottoscritto. Non lavoro 10 ore al giorno per ambire all’accattonaggio. Anzi, spesso mi sorprendo a canticchiare “It’s a long way to the top”.

 

“Si rimane in piedi tranquillamente e senza arricchirsi. Si tira in digitale un numero basso di copie: basta venderne, a quel punto, 15-20 a prezzo pieno - appunto, tramite web - e si è rientrati nel costo della tipografia digitale. 15-20 a prezzo pieno sono le copie che ogni autore, anche il meno conosciuto, riesce a far ordinare, nel web, tra amici e lettori. Escludendo il parentado. Certo, è una logica da associazione culturale.”

Franchi

Premessa: I sognatori stampa in off set, sempre e comunque. Non in digitale. È scritto nel sito.

Detto questo, mi chiedo su quali basi siano stati redatti quei dati. Si parla di 15-20 copie da piazzare per rientrare nelle spese, ma non viene specificato il prezzo di copertina e l’ammontare della spesa totale, la tiratura (non basta una tiratura bassa per rientrare nelle spese; anzi, è esattamente il contrario, più la tiratura è bassa più aumentano i costi per singola copia, con conseguente aumento del prezzo di copertina: ma lo sai almeno cos’è il run on?), il costo fisso delle spese generali (stipendi, affitti, consumi, eventuali consulenze e collaborazioni), la percentuale spettante all’autore (se presente), il costo di produzione e di distribuzione (vendere tramite web non significa non avere costi di distribuzione), i costi di trasporto (le tipografie che lavorano sulle micro-tirature non si trovano dietro l’angolo), ecc.

Senza questi dati non è possibile stabilire il break even.

Faccio un esempio: Libuk esegue microtirature in digitale e offre i medesimi servizi di una casa editrice (correzione, impaginazione, percentuale sulle vendite, ecc…); ebbene, per 100 copie cartacee chiede al cliente un esborso di 1300 euro. E a meno che il cliente non venda ogni singola copia a 90 euro, non credo che sarà possibile rientrare nelle spese piazzando o facendo piazzare 15 copie. E neanche 20.

Inoltre: se chiunque può vendere almeno 20 copie della propria opera, com’è che in Italia c’è (cito Culicchia) un severo dato statistico secondo cui la metà dei libri pubblicati in Italia ogni anno vende più o meno tra zero e una copia? Io una teoria ce l’ho.

 

“Senza ufficio stampa, i libri circolano per merito dell’autore, dei blog sensibilizzati e del circuito preesistente (web) dell’editore. E ribadisco: se l’autore non paga ma deve procurare lettori, magari rilevando per conto suo tot copie, non è detto che ci siano troppe differenze.”

Franchi

I Sognatori non ha un ufficio stampa professionale, ma Alberto Carollo ha già fatto notare che “molte case editrici piccole e medie millantano un ufficio stampa che a parte intasare le caselle di posta di spamming, fanno poco altro”. La differenza tra una casa editrice seria e una poco seria non la fa l’ufficio stampa. È seria quella che non promette mari e monti, è poco seria quella che si fa bella decantando servizi di chissà quale livello. Perché intendiamoci, inviare una mail o effettuare una telefonata so farlo anch’io, ho il pollice opponibile come voi. Non per questo vado in giro a dire che I sognatori possiede un ufficio stampa. Però per pubblicizzare “Camp attack” ho contattato 200 campeggi. Per le presentazioni della casa editrice ho inoltrato mail, fax, lettere, telefonate a (in totale) 12 testate giornalistiche, 25 emittenti tivù e due emittenti radiofoniche. Informazioni sul concorso “Un sogno dentro un sogno” sono state fornite a decine di forum e centinaia di scrittori. E le 2500 mail (da acquirenti, scrittori, sostenitori) che ricevo in un mese non rimangono senza risposta, potete giurarci.

Ora: la mia casa editrice non chiede all’autore di procurare lettori o rilevare tot copie, ma se di sua iniziativa lo fa, dov’è il problema? Dovrei forse imbavagliare e immobilizzare lo scrittore? Se mi chiede di spedire una copia del suo libro al cugino, devo per caso rispondergli: “no, guarda, non posso accettarlo, una casa editrice seria non lascia che l’autore piazzi da sé una copia del suo libro”.  Se poi mi dici che una casa editrice non può campare esclusivamente su vendite di quel tipo, allora il discorso cambia.

Infine: se un libro circola senza che sia un ufficio stampa a occuparsene, non significa che il merito vada ascritto solo ed esclusivamente ai blog sensibilizzati o ai circuiti del web. I libri e le iniziative dei Sognatori non compaiono per magia nei blog, nei siti, nei forum e così via. La diffusione inizia da qualche parte, no? Ma evidentemente qualcuno vede un fuoco e crede che ad accenderlo sia stato forzatamente chi, per la prima volta, vi getta sopra un ceppo.

 

“Senza nemmeno l’ombra del distributore nazionale piccino, si punta chiaro su un aspetto: il guadagno abnorme della vendita diretta. Che implica, per l’editore - per semplificare - un guadagno che ondeggia tra il 60 e il 70 percento in più rispetto alla circolazione canonica (distrib, promot, libreria). Se vuoi è l’aspetto meno onirico e più pratico della cosa.”

Franchi

“Se poi il guadagno dei Sognatori è tra il 60 e il 70 % rispetto alla circolazione/distribuzione canonica io li reputo sempre meno profittatori di quelle pseudo-case di cui sopra che vampirizzano gli autori promettendo mari e monti.”

Cigale

Non capisco: fin qui il concetto di “guadagno” era nota positiva per distinguere una casa editrice dall’altra (a meno che non vogliate farmi intendere che una casa editrice ha bisogno di una distribuzione libraria capillare, di uffici stampa professionali e altro ancora… per NON vendere). All’improvviso il guadagno è diventato un neo, quasi un peccato. No, dico: è strano. Soprattutto quando uno stesso individuo, nell’arco di ventiquattro ore o poco più, dichiara:

 

a)      senza neanche l’ombra di un distributore nazionale piccino non si va da nessuna parte;

b)      un distributore nazionale piccino (come ediq) è sconsigliabile;

c)      la distribuzione nazionale VERA è un servizio che costa (molto) e non dà garanzie.

 

Complimenti per la coerenza.

Così come è strano vedere cifre sparate a caso, per cui tutte le case editrici che vendono sul web, I sognatori compresa, guadagnano più delle altre. Qui si confonde il taglio dei costi col “guadagno”, due concetti basilari e diversissimi; e non si prende in considerazione il fatto che non tutti vendono su internet allo stesso modo, non tutti sostengono i medesimi costi, non tutti godono delle medesime entrate. Ma tant’è. Tutti nello stesso ciuffo d’erba. Per me queste restano chiacchiere da bar.

Mi spiace che qualcuno ritenga che io sia “profittatore”, o bene che vada “meno profittatore” rispetto ad altri. Io credo invece di non essere un approfittatore. Punto.

Mi pare poi che questa interpretazione da marketing de noantri non tenga in conto un piccolissimo fattore: l’investimento. O meglio: il re-investimento. Perché se io guadagno il 60-70% in più (lavoriamo di fantasia, e fingiamo di confondere taglio dei costi con guadagno pulito), non è che quei soldi li nascondo sotto il materasso. No: li reinvesto, pubblicando lo scrittore successivo. O acquisto un altro computer. O assumo un collaboratore. Non vado a gonfiare la mia busta paga per ottenere un tornaconto personale. Non lo lascio lì a marcire, l’eventuale guadagno.

Ancora una volta, quindi, ci troviamo davanti a un ragionamento pressappochista e generalista (nonché contraddittorio), per il quale un editore che riesce a risparmiare sui costi e quindi a tenere il budget sotto controllo non è un bravo amministratore, no, ma un approfittatore, o tutt’al più un individuo “meno approfittatore di”.

Poco importa se poi quel che risparmia lo tiene per sé, o lo reinveste per un terzo, per metà o per intero. Guadagna, dicono, e quindi non può essere riabilitato.

Per riassumere: se non guadagni sei un dilettante, se guadagni sei un approfittatore. 

 

“Certo: manca il margine economico per ragione in termini di “crescita”, e di progetto. Ma si rimane in piedi. Questo è essere “duri e puri”? No. Questo è combattere il sistema? No. Questo è alimentare piccoli circuiti “altri”. E ripeto, in epoca di stampa digitale, si può.”

Franchi

E io ripeto: I sognatori non stampa in digitale, quindi il tuo discorso già perde le basi. Perché stampare in off set e restare in piedi è un tantinello più complicato. Specie se pubblichi un libro di 200 pagine in off set con copertina a colori e plastificazione, carta con una grammatura per nulla irrilevante e brossura coi cosiddetti, lanciandolo sul mercato però a un prezzo di copertina pari a 10,90 euro. Altro che pareggiare i costi: con 20 copie vendute io non pago neanche la benzina per andare a ritirare i libri dal tipografo.

Questo sì, è combattere il sistema. Fornire responsi dopo 2-3 mesi, dire no alla richiesta di contributo, fornire per due anni schede di valutazione gratuite, trattare i lettori come lettori e non come acquirenti e basta, trattare gli esordienti (anche il più negato) come scrittori e non come automi, mettere al primo posto la qualità piuttosto che la quantità, fare le ore piccole per rispondere a tutte le mail (anche se è Pasqua, Capodanno o Ferragosto), non indietreggiare davanti alle mansioni più “umili” (volantinaggio, spedizione dei pacchi, rispondere a una telefonata), non suddividere le persone che si interessano a te fra VIP (perché possono garantirti un tornaconto di qualsivoglia genere) e sfigati (perché a capo di blog o siti poco visitati). Questo, per me, è combattere il sistema. Qualcun altro invece pensa che combattere il sistema significhi uniformarsi ad esso.

Essere “duri e puri” (definizione non mia) a me non interessa granché. A me interessa essere onesto coi lettori e con gli scrittori, e andare avanti a testa alta, senza sottostare ai diktat e alle regole del mercato o di chi pensa d’intendersi di mercato.

 

“E’ fondamentale difendere e rivendicare l’operato di quei piccoli editori di progetto che, a prezzo di grandi sacrifici, fanno circolare opere nelle quali investono, incastonandole in collane che hanno ideato. Loro vanno sostenuti. Il resto è un romantico carrozzone, parlo della microeditoria pulita, che però… che però deve rivendicarsi amatoriale e amatoriale restare. E’ questo che stonava nell’intervista. Un massimalismo che non può che rivelarsi grottesco, considerando i limiti della struttura e della circolazione delle opere, e una eccessiva semplicità.”

Franchi

Vediamo bene: allora, se un editor