Continuiamo ad arricchire il nostro spazio dedicato ai lettori con una nuova intervista doppia. Questa volta è il turno di Elena e Giulia del blog http://studio83.splinder.com/.
Come al solito, buona lettura!
1) Anche a voi, ovviamente, chiediamo di ricordare il primo libro letto. Ci sono dei testi, per caso, che vi uniscono per qualche ragione?
ELENA - Ho iniziato, come tanti bambini, con i volumetti della Disney che raccontavano il film d'animazione dell'anno. È proprio a causa di questa abitudine che incappai nella lettura del primo libro "adulto" di cui ho memoria, "La sirenetta" di Andersen: inutile dire che l'esperienza fu poco piacevole! A unirmi a Giulia sono stati alcuni volumi della saga di Mompracem di Salgari , con una distinzione ben precisa: io tifavo per Sandokan, lei per Yanez!
GIULIA - I primi libri che abbia letto non li ho letti. Me li leggeva mio padre e io mandavo tutto a memoria: ricordavo esattamente dove fossero le parole, poi prendevo quei libretti (erano gli “Impara a leggere con Topolino”), andavo all'asilo e facevo la ganza con gli altri bambini. Tra i libri che mi hanno legato a Elena ci sono anche quelli di scuola: li compravamo in due, poi li lasciavamo nel cassetto della prof che usavamo tipo armadietto personale. Poi ci sono quelli che le devo ridare, ma conto nell'usucapione.
2) Nel vostro blog vi occupate quasi esclusivamente di piccola e media editoria. Cos’ha questo universo, complesso e variegato, da insegnare alla grande editoria? Viceversa: cosa dovrebbero imparare le piccole case editrici dalle colleghe “maggiori”?
GIULIA - A me viene in mente una cosa che la piccola editoria NON dovrebbe imparare da quella grande: la logica da azienda multinazionale e la sconsiderata politica della novità, che porta a uniformare e confondere i cataloghi. La piccola editoria dovrebbe recuperare la grande tradizione novecentesca della politica di catalogo, giocarsi tutto sulle collane di qualità e non su titoli sparati a caso nel marasma, sperando che diventino best sellers e facciano il colpo gobbo salvando tutta la baracca. Molti editori, comunque, già fanno un ottimo lavoro... prima di sprofondare per sempre.
ELENA - Più che di piccola e media editoria, noi ci occupiamo di esordienti; e siccome le major non li pubblicano... C'è comunque una cosa che la piccola editoria potrebbe insegnare a certe aziende più grandi: il rispetto verso il lettore, lo scrittore e il compratore (che coincidano o meno nella stessa persona).
3) Che rapporto avete con i libri dichiaratamente commerciali, quelli che scalano in un battibaleno le classifiche di vendita per poi essere dimenticati altrettanto velocemente?
ELENA - Penso che un libro commerciale, se consapevole di ciò che vuole essere e se ben fatto in tal senso, abbia tranquillamente il suo diritto di esistere. La letteratura (come tutte le forme d'arte creativa, del resto) è composta da numerosi piani diversi tra loro: è lo stesso motivo per cui trovo stupido stare a comparare, che so, Stephen King a Edgar Allan Poe (noi lo abbiamo fatto di recente: grazie Elena!, n. d. I sognatori). Ogni romanzo ha un piano letterario di appartenenza, un suo universo di riferimento che non deve essere per legge quello della letteratura impegnata. Insomma, se un romanzo commerciale - ripeto, consapevole di esserlo - può regalare al lettore qualche ora di buon intrattenimento, perché demonizzarlo? Vero anche è che, spessissimo, assistiamo alla proiezione nell'Olimpo di vaccate letterarie infami... Ma questa è anche colpa - lo dico a rischio di generalizzare - del cosiddetto "lettore della domenica", individuo dalla cultura letteraria pari a zero e, per questo, così di bocca buona da farsi convincere che ogni bestseller sia l'ennesimo capolavoro.
GIULIA - Elena parla di libri onesti, per cui io mi concentro sulle vaccate. Oggi ci sono TANTE vaccate, e non solo per quanto riguarda la produzione libraria. Il problema è che decenni di rincoglionimento e di pessima scolarizzazione hanno forgiato generazioni di fabbrizzicorona che se leggono uno scontrino è già tanto. Non è colpa loro. Se si promuovessero libri di qualità con la stessa energia con cui si promuove Faletti o le barze di Totti, magari i fabbrizzicorona se li comprerebbero, e magari potrebbero crescere come lettori. Qui e adesso, però, la funzione di educazione, di promozione di un bene comune e superiore anche immateriale, non la vuole svolgere più nessuno, e dato che nessuno si fa educatore, sono tutti nati imparati.
4) Ritenete che il lettore medio italiano sia ormai veicolato nell’acquisto di un libro (da spot pubblicitari e “consigli per gli acquisti” di vario genere), o credete piuttosto che l’indolenza con la quale il grande pubblico reagisce alle realtà editoriali minori possa essere considerato un difetto congenito?
GIULIA - Io distinguo sempre tra vari tipi di pubblico. Intanto, c'è il pubblico dei non lettori e quello dei lettori, e in esso diverse "fasce" di utenza. I lettori non sono indolenti, anzi.
Non so voi, ma io ormai quando entro in Feltrinelli mi sento male, mi sento un sorcio da laboratorio in un labirinto di formaggio: dove si nasconde il boccone avvelenato? Ci sono troppi libri. Troppi. Troppe pubblicità. Troppe tessere punti. Troppi cartelloni e divi ed eventi. E sono tutti fantastici, emozionatissimi, la novità assoluta, la rivoluzione del loro genere. Il lettore non è indolente, è solo che si deve proteggere dal bombardamento di superlativi, spesso non ci riesce e cade nella trappola.
ELENA - A proposito, comprate il mio ultimo libro, è ipermegabellissimissimo!
5) Vi capita mai, in coda davanti alla cassa di una libreria, di scuotere la testa nel vedere qualcuno in procinto di acquistare un determinato libro? In caso di risposta affermativa, di quali libri stiamo parlando?
GIULIA - Vado raramente in libreria, ancora più raramente per comprare. Lo so, sono il nemico numero uno del bilancio dell’editore, ma, se fosse per me, fiorirebbero immense biblioteche pubbliche, capaci di sostenere con montagne di ordini l'editoria di cultura e di nicchia.
ELENA - Di solito sono gli altri che scuotono la testa quando tiro giù titoli come "L'invasione degli ultracorpi" (ignoranti!) .
6) Quando stroncate un libro, chi reagisce solitamente in malo modo? Colui che ha pubblicato il libro o colui che l’ha scritto? A tale riguardo, l’amico G. Iannozzi sostiene che tutti gli scrittori siano irrimediabilmente permalosi…
ELENA - L'amico Iannozzi ha visto giusto... È ovvio che la prima reazione, davanti a una stroncatura, sia negativa. Del resto mi spaventerei se sentissi qualcuno esclamare: "Che bello, il mio libro fa schifo!". Cinque minuti dopo, però, il dispiacere deve lasciare spazio a una serie di cose: razionalità, buonsenso, umiltà. Suonerà banale, ok: resta il fatto che le critiche fanno crescere. Tuttavia, nel nostro Paese deve essere accaduto qualcosa di paranormale per cui, un giorno, si sono svegliati tutti convinti che la scrittura siano "emozioni che ti escono dall'anima, dallo stomaco, è te stesso trasformato in parole", e che quindi nessuno ha più il diritto di criticare nulla. Ormai anche la grammatica è diventata un'opinione (ma guai a farlo notare! Sarai bollato come "uno che guarda alla forma e non al contenuto"). È però bello vedere che c'è ancora chi sa far nascere un dialogo costruttivo da una critica, dimostrandosi un professionista.
GIULIA - …e comunque la nostra è la sublime arte della critica, emozioni in parole. Chi non lo capisce è un insensibile che guarda alla forma e non al contenuto…
7) Gira voce che alcuni blogger vengano pagati per stilare recensioni positive, in modo da incentivare le vendite di un determinato libro. Voi cosa ne pensate?
ELENA - No, no, non "gira voce": sta realmente accadendo. Vorrei solo capire che razza di professionisti si può pensare di diventare quando ci si circonda di lacchè e si reclutano recensori. Tra l'altro, la stessa gente che ricorre a questi mezzucci poi se la prende a morte se qualcuno osa criticare il loro libro, e molti arrivano a sguinzagliare i suddetti leccaculi per screditare le opinioni avverse.
GIULIA - Molti scrittori si stanno accorgendo del potere dei blog, e tentano di reclutare gli opinion leaders del settore per farsi pubblicità (cioè farsi incensare, che è diverso dal farsi recensire). D’altra parte, le marchette dei bloggers sono l’evoluzione di quelle dei giornalisti letterari, sono la marchetta 2.0. La cosa squallida è che, mentre il giornalista magari ha i suoi ritorni, il blogger a volte si dà via per un tozzo di pane, per l’emozione di essere amico di uno “scrittore” e brillare di luce riflessa.
8) Lo abbiamo già chiesto in passato, ora lo domandiamo anche a voi: Pennac ha stilato il decalogo dei “diritti imprescindibili del lettore”. Ma a un diritto, solitamente, fa da contraltare un dovere. Secondo voi i lettori hanno dei doveri?
GIULIA - Il lettore ha il sacro dovere di essere critico. Si parla molto (giustamente) di sospensione dell'incredulità, ma non finisce lì: una buona lettura deve essere quasi una gara, giocata tra coinvolgimento e distacco, nella quale il lettore è pronto a farsi trasportare dal racconto, ma anche a beccarne i punti deboli. Io rispetto molto di più un lettore competente di romanzi rosa, che sa giudicare quali siano più riusciti e quali meno, che un divoratore di filosofia che prenda tutto per buono.
ELENA - Ma sì, dai, per una volta sottoscrivo quello che dice Giulia.
9) Il S.E.S. (Sindacato degli Esordienti Stroncati) decide di razziare le vostre personali librerie, ma vi concede di tenere cinque testi, quelli ai quali siete particolarmente affezionate. Su quali libri cadrebbe la vostra scelta?
ELENA - Considerato l'ignobile disordine cosmico in cui versa la mia libreria, direi che mi farebbero un favore! Tuttavia, pistola alla testa, sceglierei senza dubbio: "Norwegian Wood" di Haruki Murakami; "Ubik" di Philip K. Dick; "Mattatoio n.5" di Kurt Vonnegut; "L'invasione degli ultracorpi" di Jack Finney; "I tre moschettieri" di Alexandre Dumas. Avrei salvato anche "Le tigri di Mompracem" di Salgari, se non avesse già fatto una brutta fine (ripeto, considerando l'ignobile disordine...)
GIULIA - Grazie a dio prendo i libri in biblioteca, e molti di quelli che amo sarebbero salvi. Per il resto, avrei difeso a costo del mio sangue "Ubik" di PKD e "Mattatoio5" di Vonnegut, ma dato che li salva Elly poi me li presta :-P .
Quindi dico: "L'amante di lady Chatterley" di D.H. Lawrence, "Hocus Pocus" di Kurt Vonnegut, "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati, “Morte di mezza estate” di Yukio Mishima... e gli “Impariamo a leggere con Topolino”! Devo darli ai miei figli!
Dopo aver trascorso due intere settimane a rinnovare il nostro sito (come già fatto presente da Luis in un commento), a valutare i primi racconti per il concorso, e a portare avanti la solita routine (burocrazia, interviste, lettura di romanzi, ecc…), nonostante l’afa terrificante di questi giorni siamo tornati ad occuparci del nostro blog, anch’esso leggermente rinnovato.
La cosa incredibile è che, nonostante il gran caldo (39°) e il poco tempo a disposizione, la voglia di leggere qualche buon libro non ci è passata affatto. Per la serie “letti & riletti”, dunque, vi parliamo oggi delle seguenti opere, perlopiù classici:
- La bambina che amava Tom Gordon di Stephen King: romanzo di formazione con la metafora (già utilizzata dall’autore nel racconto “The body”) del cammino impervio come simbolo del passaggio all’età adulta. A parte questo, il romanzo è noiosetto; Trisha, la bimba protagonista, per 300 pagine non fa che ripetere gli stessi gesti: corre, mangia, cade, sta male, ha visioni di taglio mistico e ogni tanto ascolta la radio. Tutto qui. (INIZIO SPOILER) L’happy end non fa che rendere ancor più debole l’intera storia: un finale negativo avrebbe avuto un maggiore impatto, e conferito un senso ben più profondo alla storia. Ma King è scrittore di buoni sentimenti, si sa, e nei finali difficilmente lascia che il personaggio positivo soccomba davanti alle avversità. (FINE SPOILER)
Non fidatevi della frase di lancio del New York Times (“Una fiaba che riserva momenti di puro terrore”) presente nella copertina dell’edizione I MITI, perché a quanto pare i giornalisti del Times si spaventano per un nonnulla.
- Washington Square di Henry James: non è il tipo di romanzo che solitamente prediligiamo, ma lo abbiamo gradito in virtù dei due elementi “forti” presenti in esso: i dialoghi e l’approfondimento psicologico dei vari personaggi. La trama in sé è poca cosa, ma James riesce a creare un clima intriso di dubbi e sospetti assolutamente efficace, dalla prima all’ultima pagina. Grandiosa la descrizione della signora Penniman, uno dei personaggi più divertenti e (al contempo) patetici elaborati dallo scrittore americano. Da leggere, anche per la riflessione sul tema del denaro come fonte di sfruttamento per i sentimenti umani.
- I dolori del giovane Werther di Goethe: probabilmente leggere questo libro a trent’anni non è come leggerlo a quindici. Per cui, a fronte di passaggi memorabili (Dovrei forse vergognarmi quando, in un attimo terribile, tutta la mia esistenza trema fra l’essere e il non essere, e il passato è simile ad un baleno sull’abisso tenebroso del futuro, mentre tutto sprofonda intorno a me, e con me naufraga l’universo?) e aforismi sublimi (Nella vita di ogni giorno è intollerabile sentir gridare – ogni volta in cui un gesto libero, nobile e inaspettato è lì per essere compiuto – “quest’uomo è ubriaco, è pazzo”. Vergognatevi, uomini sobri! Vergognatevi, uomini saggi!)… dicevamo, a parte la bellezza di alcuni brani, non è altrettanto semplice digerire certi atteggiamenti di Werther (i continui “Ah!”, “Oh!” e sospironi vari usati quasi a mo’ di intercalare), e alla fine ci si chiede se quello che Werther nutre per Carlotta possa davvero essere definito “amore”. O non, piuttosto, una forma di ossessione depressiva. Rimangono, a tutela della grandezza di Goethe, le profonde riflessioni di taglio filosofico (sull’attrazione che le forze oscure dell’animo umano esercitano su di noi, tematica sviluppata straordinariamente nel Faust), sociale, religioso, politico e persino editoriale (ci riferiamo ai contrasti tra Werther e il pignolo Ambasciatore). Da leggere, mettendo però da parte la consapevolezza di essere di fronte a un classico.
- La linea d’ombra di Joseph Conrad: romanzo breve che si apre con una bellissima riflessione (Si chiude dietro di noi il cancello della pura fanciullezza, e ci si addentra in un giardino incantato. Persino le ombre vi risplendono promettenti. Ogni svolta del sentiero è piena di seduzioni […] Sì, si procede. Ed anche il tempo procede, finché non si scorge dinanzi a noi una linea d’ombra che ci avverte che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata alle spalle), quasi a voler spiegare immediatamente il senso dell’enigmatico titolo. A questo bel preambolo segue però una sezione di raccordo – all’incirca una quindicina di pagine - uno zinzino noiosa. Diciamo che la storia si fa interessante dal momento in cui al protagonista viene affidato il comando della nave. L’avventura ha così inizio, tra presagi oscuri e l’alternarsi di speranza e disperazione. In questo contesto risalta il personaggio di Ransome, il marinaio perennemente tranquillo e sorridente, forse l’ancora di salvezza per la mente (ormai ottenebrata dallo scoramento) del povero capitano. Alcune descrizioni avvincono decisamente, e superata l’iniziale fase di stanca, il romanzo si lascia leggere con grande piacere. Consigliato.
Tra le opere già lette ci sono anche “La bottega dei miracoli” (di Jorge Amado) e “Fahrenheit 451” (di Ray Bradbury), ma ve ne parleremo più in là. Tra un po’, invece, ci dedicheremo a “L’immortalità” di Kundera, “Storie di vagabondaggio” di Hesse, “Povera gente” di Dostoevskij e “Auto da fè” di Canetti.
Alla prossima.
Periodo di grandi riflessioni: speriamo servano a qualcosa...
Non è da escludere un'ulteriore latitanza dal blog, dovuta anche alla mole di lavoro da smaltire (per una crudele coincidenza, l'estate è la nostra stagione "no").
Ci rifaremo vivi appena possibile.
Sono ormai chiuse le iscrizioni al concorso letterario “Un sogno dentro un sogno”, da noi indetto qualche mese addietro (a febbraio, per la precisione).
Probabilmente, qualcuno fra voi attende con curiosità di poter leggere dati e statistiche concernenti il concorso, ma in questa sede le nostre considerazioni verteranno sugli aspetti meno “concreti” (e per certi versi, meno “appariscenti”) del concorso. Ci riferiamo, ad esempio, all’entusiasmo mostrato dalla maggior parte dei partecipanti, che non si sono limitati ad aderire all’iniziativa, ma ci hanno riempito di incoraggiamenti e complimenti vari. Impossibile, in tal senso, metterne in dubbio la sincerità. A tutti loro, ovviamente, va il nostro più sentito GRAZIE.
Seconda osservazione: in certi casi il bando del concorso è stato letto con una certa approssimazione; c’è chi ha inviato lavori più lunghi rispetto ai parametri richiesti, chi ha versato quote di partecipazione errate (per difetto, ma anche per eccesso), e chi ha interpretato in maniera molto personale gli articoli del bando. Su questo punto, invitiamo gli scrittori esordienti (e non) a prestare maggiore attenzione, in futuro; noi, pur non avendo alcun obbligo al riguardo, ci siamo sentiti in dovere di informare ogni singolo partecipante circa eventuali lacune riscontrate nei lavori inviati o nella documentazione allegata. Tuttavia, in altri concorsi certe premure non sussistono, e si segue la logica del “se hanno sbagliato qualcosa, sono affari loro”. In certi casi, insomma, si rischia di essere esclusi dalla competizione a propria insaputa, magari dopo aver speso un po’ di soldi e aver sperato sino all’ultimo di potercela fare. Può addirittura capitare che, paradossalmente, un ottimo lavoro non venga premiato per via di vizi presenti nell’iscrizione al concorso; noi ci siamo sforzati di andare incontro agli scrittori, ma ribadiamo: atteggiamenti del genere sono poco frequenti, all’interno di eventi letterari di questo tipo.
Terza considerazione: nello stilare i vari articoli del bando, ci siamo rifatti (oltre che alle nostre esperienze) ai suggerimenti, diretti e soprattutto indiretti, di vari scrittori esordienti; quegli esordienti che in blog, siti e forum vari, attaccano con durezza determinati concorsi letterari, a loro modo di vedere poco professionali o addirittura “truffaldini”. Ebbene… questo sforzo, questa urgenza di mettere le cose in chiaro da subito, e di aprire un dibattito, un confronto aperto… tutto questo, dicevamo, è servito a poco.
Quarta osservazione, e chiudiamo: abbiamo avuto conferma che, nel bene e nel male, gli amici si rivelano tali nel momento del bisogno, quindi ringraziamo di cuore tutti coloro (in maggior parte blogger, ma non solo) che hanno segnalato il nostro concorso nel proprio blog o sito. Inoltre, un grazie speciale va a Marco C., Valeria G., Marina P. e Arianna B. per il concreto supporto in fase di promozione.
Quanto ai risultati del concorso, si saprà tutto sul finire di agosto o nei primissimi giorni di settembre.
A grande richiesta di una Gonza (ignoriamo se quella Alta o quella Bassa), aggiungiamo al precedente post le seguenti curiosità di carattere letterario:
- Poco più che ventenne, J. Conrad perse a carte lo stipendio di un intero anno, e per questo motivo tentò il suicidio (certificando la scarsa complicità tra genio letterario e gioco d’azzardo: Dostoevskij e Poe docet)
- Stoker scrisse il celeberrimo “Dracula” partendo da un piccolo appunto annotato su un foglietto di carta, ricordo di un incubo notturno
- Sia Stevenson che S. King tentarono di distruggere, per un acuto senso di rabbia e frustrazione, due classici della letteratura nera (ovviamente ancor prima che venissero pubblicati): “Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde” e “Carrie”
- Joe Lansdale è un maestro di arti marziali di livello internazionale
- Lewis Carroll era balbuziente, e odiava i bambini (!)
- “The catcher in the rye”, il titolo originale de “Il giovane Holden”, è assolutamente intraducibile: può significare un mucchio di cose, da “il pescatore nella segale” a “il terzino nella grappa”. Fu Giulio Einaudi a stabilire deliberatamente il titolo col quale oggi il romanzo di Salinger è ben noto in Italia, per l’appunto “Il giovane Holden”.
Forse non tutti sanno che:
- H. P. Lovecraft disprezzava l’allora nascente cinema dell’orrore, che considerava una fabbrica di emozioni a buon mercato;
- H. Hesse fu considerato “posseduto dal demonio” in età adolescenziale, ed ebbe a che fare con un esorcista incaricato di togliergli il diavolo dal corpo;
- a 28 anni Dostoevskij venne condannato a morte, e graziato in extremis, poco prima di comparire davanti al plotone d’esecuzione;
- a 15 anni, il poeta Ferlinghetti fu arrestato per furto;
- da anni Stephen King trae ispirazione, per elaborare i suoi romanzi, dai lavori (“respinti” in sede di pubblicazione) di anonimi scrittori esordienti;
- R. Chandler tentò di suicidarsi in seguito alla morte della moglie;
- fu in un cimitero che E. A. Poe chiese a sua cugina di sposarlo;
- all’età di 8 anni, W. Blake cominciò ad avere visioni di angeli, fate, profeti biblici e mostri;
- F. Kafka, da bambino, odiava a tal punto la scuola da esservi trascinato (dalla cuoca, perché i genitori in casa non c’erano mai) a suon di sberle e minacce;
- la leggenda narra che Eschilo morì per via di una tartaruga che un’aquila lasciò cadere sulla sua testa, ovviamente da un’altezza considerevole.