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venerdì, 30 novembre 2007

LA PAROLA AI VINCITORI (Intervista a Maurizio Bassani)

Ritorniamo doverosamente all’antologia “Un sogno dentro un sogno” (dopo la breve parentesi riguardante l’uscita imminente del nostro prossimo libro) per pubblicare l’intervista che Maurizio Bassani, autore del racconto “Sognando”, ci ha gentilmente concesso.

A tutti voi, auguriamo una buona lettura.

p.s.

gli interessati all’acquisto possono ordinare una copia del libro inviando una mail a:

acquisti@casadeisognatori.com

 

 

1) Abituale domanda d’apertura: com’è nata l’idea alla base del tuo racconto? In maniera del tutto casuale o qualcosa ti ha fornito un piccolo spunto?
Risposta banale, ma vera: lo spunto nasce da un sogno, ma la storia nel suo insieme è ovviamente di fantasia.

2) Quello che colpisce del tuo racconto è il cambio (assai brusco) di registro tra una prima parte lenta e tranquilla, e una seconda frenetica e “malata”. Era l’effetto straniante che intendevi ottenere sin dall’inizio?
No. All'inizio l'idea era unicamente quella di due vite parallele. Come è andato a finire il racconto è stata una sorpresa anche per me

3) Sembra quasi che, nell’ottica del tuo racconto, un uomo e una donna possano nutrire i medesimi desideri sul piano onirico, ma ambire ad altro sul piano concreto. Si tratta, in qualche modo, di un’amara constatazione circa determinate contraddizioni del rapporto di coppia?
Non è il rapporto uomo-donna, con le sue difficoltà, la tematica (che parolona!) che volevo affrontare. Come bene evidenziato, anche da alcuni commenti che ho letto su vari blog, la contrapposizione (al limite dell'incoerenza) vorrebbe essere tra il razionale e l'irrazionale. Spesso le miei storie hanno protagonisti pragmatici e persino cinici, che in momenti della loro esistenza devono confrontarsi con il fantastico e il sentimento. In questi incontri, tra razionale e irrazionale, l'incoerenza nasce dal tentativo estremo del personaggio di cercare di dare una spiegazione logica anche all'imponderabile . D'altronde è noto che l'autore finisce spesso per scrivere dei propri conflitti interiori.

4) La gelosia e il riscatto esistenziale sono temi alla base del tuo lavoro, e caratterizzano anche “In un petalo l’incanto” di Benito Lopez. Bizzarro come, pur partendo da spunti assai lontani fra loro, entrambi siate giunti a costruire una storia malsana: un apologo sulla follia, se vogliamo. Benito ha già dichiarato che dietro il desiderio di rivalsa del suo protagonista, c’è comunque un senso di colpa latente. Possiamo dire la stessa cosa di Claudio, personaggio principale di “Sognando”?
Il senso di colpa di Claudio è probabilmente quello di avere voluto sempre tenere sotto controllo la propria vita. Finalmente travolto dall'amore si rende conto che, per quanto si sforzi, non riesce comunque a gestire il sentimento. Ritengo sia proprio questa sua lotta interiore che lo conduce alla follia.

5) Il finale ci è sembrato volutamente criptico. Quali difficoltà hai dovuto fronteggiare nel governare una vicenda (narrativamente parlando) così complessa?
Sinceramente non posso dichiarare che si tratta di un finale "volutamente criptico". E' venuto così. Io stesso non sono in grado di dire, delle due vite nelle quali si muovono i protagonisti, quale sia quella vera.

6) Hai già avuto modo di leggere gli altri racconti della raccolta? Ce n'è uno che ha colpito in particolar modo la tua attenzione?
Sono rimasto impressionato dal livello generale dei racconti. Senza falsa modestia, ho trovato imbarazzante il confronto tra il mio e la maggior parte di quelli contenuti nella raccolta.
Volendo però menzionarne qualcuno devo dire che, per motivi contrapposti, due racconti mi hanno particolarmente colpito: "L'uomo cane" mi ha affascinato per la sua originalità e complessità (oltre che per l'indiscutibile capacità di scrittura di Giallombardo). "La signora", per la sua linearità, lo sento invece molto vicino al mio modo di esprimermi (la complessità del mio racconto presente nell'antologia non rappresenta il mio abituale stile narrativo).

7) Da quale scrittore (del presente o del passato) ti piacerebbe ricevere i complimenti per la vittoria conseguita nel concorso?
Come tutti gli innamorati, i complimenti vorrei riceverli dalla persona amata. Io, in questo periodo, sto amando follemente Giorgio Caproni. Se invece devo essere concreto, allora dico: un apprezzamento positivo ricevuto da Alessandro Baricco (secondo me il migliore scrittore italiano contemporaneo dal punto di vista della tecnica) mi lascerebbe senza parole. Come vedi, anche in questa scelta, mi barcameno tra sogno e realtà.  

8) Per concludere: al di là della vittoria finale, sei soddisfatta del modo in cui il concorso "Un sogno dentro un sogno" è stato concepito e portato avanti, anche alla luce delle esperienze negative che molti scrittori esordienti dichiarano di aver vissuto in alcune competizioni letterarie? A te è mai
capitato di partecipare ad un concorso palesemente "fraudolento"?

Ho molto apprezzato l'idea di dovere comprare un libro come quota d'iscrizione (mi sembra anche un chiaro messaggio: leggi prima di scrivere!) Per quanto riguarda altre esperienze di concorsi, io ho avuta la fortuna in altre tre occasioni di ricevere in premio la pubblicazione gratuita di un mio lavoro. Non mi era però mai capitato che l'elaborato fosse sottoposto a un editing così accurato, che nel mio caso ha migliorato notevolmente la scorrevolezza del racconto. Concludo approfittando per lanciare da questo blog una proposta, che deriva dall'avere costatato quante critiche positive ha ricevuto "Un sogno dentro un sogno": siamo dieci autori e un editore (serio e determinato). Perché non ci prendiamo l'incarico (e il piacere) di organizzare ognuno di noi, nella propria città, una presentazione del libro? Ad ogni incontro potrebbe essere presente, insieme allo "scrittore" locale, almeno un altro tra quelli presenti nell'antologia (ovviamente l'editore, o chi per lui, parteciperebbe in ogni occasione gli fosse possibile) (attendo con ansia che il progresso nel campo della clonazione possa tornarmi utile, n.d.Aldo Moscatelli). L'organizzazione logistica comporterebbe sicuramente qualche problema, ma con la volontà credo sarebbe possibile trovare le soluzioni adeguate.

lunedì, 26 novembre 2007

LA FAMIGLIA SI ALLARGA!

Dopo Larry Lisca e i dieci vincitori del concorso letterario “Un sogno dentro un sogno”, un dodicesimo scrittore entra a far parte della nostra famiglia: il suo nome è Flavio Pagani, e…

Niente, ci fermiamo qui.

Forse qualcuno attende già delle informazioni più precise, ma non è questo il momento per parlarne profusamente. Al momento, vi basti sapere che pubblicheremo presto il suo lavoro (un romanzo), del quale siamo già innamorati. Potremmo citare qualche autore noto per rendere l’idea, ma nella realtà dei fatti l’opera scritta da Flavio non somiglia a nessun’altra. La storia è folle, e lo è – con ogni probabilità – anche la mente che l’ha partorita. In senso buono, intendiamoci. A chi acquisterà il libro, basterà leggere le prime dieci pagine per rendersene conto.

Ai profeti della morte della creatività letteraria, il libro di Flavio assesterà un bel calcio: doveroso gesto di rivolta nei confronti di chi è rimasto fermo, culturalmente parlando, ai soliti noti.

Cos’altro aggiungere? Che tra noi e Flavio si è creata un’alchimia particolare; abbiamo svolto un lavoro d’equipe sul suo romanzo, con professionalità e passione. Da ambo le parti, in nome di un rispetto reciproco che spesso viene a mancare nei complicati rapporti tra editore e scrittore.

Ma per il momento ci fermiamo qui: nelle prossime settimane ne vedrete (e soprattutto, ne leggerete) delle belle…

sabato, 24 novembre 2007

LA PAROLA AI VINCITORI (intervista a Francesca Petrino)

Riprendiamo la serie di interviste dedicate ai vincitori del concorso letterario “Un sogno dentro un sogno”. Dopo aver raccolto con estremo piacere le riflessioni di Piero Sansò, è giunto il momento di dare la parola a Francesca Petrino, autrice di “Con gli occhi color delle viole”, settimo racconto presente all’interno della nostra antologia.

Nella speranza che l’intervista possa solleticare l’interesse di qualche lettore curioso, ricordiamo che il libro “Un sogno dentro un sogno” è acquistabile inviando una mail a questo indirizzo:

acquisti@casadeisognatori.com

Detto questo, non ci rimane che augurarvi una buona lettura.

 

 

1) Domanda di partenza: com’è nata l’idea alla base di “Con gli occhi color delle viole”? In maniera del tutto casuale o qualcosa ti ha fornito un piccolo spunto?

Guardandomi allo specchio. Ho gli occhi di un colore indefinibile, cambiano a secondo dei luoghi naturali che mi circondano e mutano tonalità anche in base all'umore. L'ho considerato sempre un privilegio, un inno alla diversità, una piccola magia. Così gli occhi sono divenuti il pretesto, il punto di partenza del racconto, quale segno di una diversità che invita alla ricerca, che spinge verso il viaggio, la scoperta o forse, più semplicemente, alla riscoperta.

 

2) Il racconto ha inizio con un viaggio, che però sembra perdere immediatamente ogni connotazione spazio-temporale, per assumere quella di una profonda ricerca interiore. Vuoi parlarcene brevemente?

Spesso lo stato di veglia non ci consente di arrivare indenni alle radici del nostri desideri più reconditi, troppe sovrastrutture, condizionamenti o stereotipie ci impediscono un dialogo intimo con noi stessi, l'effettiva conoscenza delle cose che ci fanno star bene e delle cose che vorremmo davvero. Perdiamo il gusto della vita nella vita stessa, affannati dietro a cose che hanno solo in apparenza importanza. Allora ecco la necessità del sogno, spesso profetico, rivelatore. Il sogno talvolta è come una mano gentile che con una carezza ti volge il viso da un'altra parte, per consentire allo sguardo di osservare l'universo da una nuova prospettive.

 

3) Il tuo lavoro è pieno di allegorie e sottesi, che a volte sembrano richiamare altri campi del sapere (filosofia e psicanalisi, soprattutto). Abbiamo lavorato di fantasia o questi influssi ci sono davvero, all’interno di “Con gli occhi color delle viole”?

Siamo inevitabilmente anche il prodotto di ciò che leggiamo ed io non nego di aver letto molto, in modo consapevole, traducendo il pensiero dei vari autori in qualcosa di profondamente mio, digerito e personalizzato. Non so quanto di filosofico o di psicanalitico ci sia nel mio racconto, so solo che quando un uomo si "muove" come il mio Elia, mette in campo delle forze, sprigiona delle energie che coinvolgono tutto il sapere, e che vanno interpretate con tutte le discipline conosciute dall'uomo... in qualche modo si studia e s'interpreta tutto ciò che l'uomo crea con i suoi spostamenti nel tempo e nello spazio, invece si fanno solo ipotesi sui perché della sua immobilità.

 

4) La deprivazione sensoriale come fonte di ricchezza, il “meno” come “più”, il “perdere” come “ricevere”. Queste antinomie, questi paradossi logici, sono alla base del racconto. Che, in linea generale è pieno di contrasti. Come scrittrice, sei attratta da questo lato della vita e delle persone in particolare? Ti piace rilevare e poi raccontare le discrepanze e le contraddizioni della gente che ti circonda?

Effettivamente trovo estremamente intriganti le contraddizioni presenti nella vita e negli uomini. Sono convinta che la diversità sia una condizione naturale dell'umanità, mentre la massificazione è artificiosa e dannosa per l'uomo, per la sua creatività e individualità. Sarei ancora più estremista ritenendo l'uomo una creatura  mai uguale a se stessa, ma un mutante pieno di discrepanze, e in ciò rintraccio la sua anima divina, la sua unicità nell'universo.

 

5) Nella descrizione della casa in cui soggiornerà il protagonista, vengono citati “il tomo del sommo poeta” e “il libercolo di uno scribacchino contemporaneo”: questa frase evidenzia, per caso, una predilezione nei riguardi della letteratura passata e (di contro) una disaffezione nei riguardi di quella odierna?

No, era semplicemente il desiderio di mostrare al lettore una biblioteca un po' bizzarra; sarebbe parso azzardato parlare di libercolo alludendo alla Divina Commedia.. meglio denigrare un ignoto contemporaneo... magari parlavo di un mio racconto...

 

6) Hai già avuto modo di leggere gli altri racconti della raccolta? Ce n'è uno che ha colpito in particolar modo la tua attenzione?

La stanza dei sogni di Luigi Costa, mi pare che lo scrittore abbia colto nel segno rivelando lo straordinario potere seduttivo del sogno sull'uomo.

 

7) Da quale scrittore (del presente o del passato) ti piacerebbe ricevere i complimenti per la vittoria conseguita nel concorso?

Byron, Grossman, Hikmet, Neruda, Buzzati, ecc. ecc. ecc. Ci sono parecchi scrittori che risveglierei anche dal lungo sonno per farmi stringere la mano.

 

8) Per concludere: al di là della vittoria finale, sei soddisfatta del modo in cui il concorso "Un sogno dentro un sogno" è stato concepito e portato avanti, anche alla luce delle esperienze negative che molti scrittori esordienti dichiarano di aver vissuto in alcune competizioni letterarie? A te è mai capitato di partecipare ad un concorso palesemente "fraudolento"?

Ciò che mi ha colpito è stato l'entusiasmo dimostrato dalla vostra giovane casa editrice, la trasparenza con la quale vi rivolgete ai lettori, il linguaggio familiare ed intenso, la viva partecipazione al successo degli scrittori esordienti. Mi piacete, non perché abbiate selezionato il mio racconto per la raccolta, ma perché la mia scelta di mandarvi il racconto e la vostra di selezionarlo rivelano da soli la nostra empatia, quella dei grandi amori, ci si occhieggia e ci si sceglie tra tanti.
Per fortuna non ho mai avuto dovuto bere l'amaro calice della delusione, perché avendo pudore di ciò che scrivo, non ho mai partecipato ad un concorso letterario. Siete i primi a cui mando qualcosa di mio... motivo per cui non cesserò mai di esservi grata. Mi avete infuso coraggio.

martedì, 20 novembre 2007

LETTI DI RECENTE

di Aldo Moscatelli

 

L’immortalità (di Milan Kundera)

Primo approccio con Kundera, prima delusione. Kundera è un bravo narratore, per carità, ma questo libro mi è risultato indigesto per tutta una serie di motivi. Il primo riguarda la trama, terribilmente sfilacciata: Kundera inserisce lunghissime dissertazioni di carattere storico anche quando, in teoria, non dovrebbe. La storia d’amore tra Goethe e Bettina occupa un’infinità di pagine, ma fondamentalmente Kundera ripete sempre lo stesso concetto. E quando la trama entra nel vivo, ecco che ritorna a parlare di fatti storici (da soap opera). Senza contare che i lettori già avvezzi alle biografie di certi autori troveranno tutto ciò poco istruttivo e molto ridondante. Gli altri (a parer mio) probabilmente si annoieranno e basta.

Tornando alla nuda trama: coppie in crisi, dilemmi esistenziali e roba del genere. Niente di che. Qualche bella riflessione c’è, ma fa il paio con dissertazioni al limite del superficiale: definire gli idealisti “schiavi del proprio io” e i suicidi “persone incapaci di riflettere all’esterno il male che la gente riversa su di essi”… ecco, frasi del genere mi hanno lasciato addosso un’impressione negativa: quella di essere di fronte a uno scrittore che a volte ragiona per alti luoghi comuni. Un po’ rozzamente, insomma, pur nella sua complessità (neanche tanta, a dire il vero).

Altro punto debole dell’opera: la continua autoreferenzialità. Kundera si diverte a citarsi, a infilarsi ovunque, ma non so quanto gli sia riuscito questo giochetto. A volte il suo nome stona all’interno della narrazione, conquista il proscenio con eccessiva teatralità.

L’ultima parte, quella con protagonista Rubens, è la più noiosa, anche perché il filo che lega questo personaggio (che sbuca quasi dal nulla e viene seguito per decine e decine di pagine) agli altri è assolutamente sottile. Insomma a me non è piaciuto per niente.

 

Gita al faro (di Virginia Woolf)

Ci ho provato a farmelo piacere. Giuro. E quando inizi a leggere Gita al faro, ti rendi conto di essere al cospetto di una scrittrice maiuscola: grandi riflessioni, stile narrativo originalissimo, perfetto approfondimento psicologico dei vari personaggi. Però… che palle! Ottantacinque pagine, e non l’abbozzo di una trama. C’è solo un bambino che vuole fare una gita al faro, e un padre che gli ripete ossessivamente: “è brutto tempo, certamente lo sarà pure domani”. Tutto qua. Ottantacinque pagine, poi ho mollato. Mi piacciono i lavori introspettivi e/o impegnati, ma in certi casi per me si esagera. Se devo fare a meno di una trama, preferisco rivolgermi a un bel testo di filosofia o a un saggio. Erano anni che non lasciavo a metà un libro. Evidentemente, il mio concetto di “romanzo” non collima affatto con quello della signora Woolf.

 

L’ombra del suicidio (di Carlo Bernari): sentivo la necessità di staccare un po’ dai romanzi cerebrali, e sono rimasto sorpreso dal lavoro (tutt’altro che disimpegnato) di questo misconosciuto scrittore. L’ombra del suicidio è un romanzo breve che sembra mescolare (pur non raggiungendone le vette qualitative) Kafka e Steinbeck. O, se vogliamo, può essere considerato una versione serissima del Fantozzi di Villaggio: ci sono gli impiegati, c’è il mega-direttore (ma qui ovviamente viene chiamato con un altro nome: il Consigliere Delegato), c’è la rabbia del singolo nei riguardi delle sovrastrutture borghesi. C’è il dramma dell’impiegato schiacciato dalla routine, dalla burocrazia, da un lavoro che non ama e dal quale vorrebbe affrancarsi, senza riuscirci. A tutto ciò Bernari aggiunge un pizzico di giallo metafisico, ma senza strafare. Peccato per un finale un po’ affrettato, però il libro si lascia leggere con piacere.

Consigliato a chi apprezza la letteratura impegnata degli anni ’70, anche perché Bernari anticipa un mucchio di gente e scrive in un periodo (pieno regime fascista) nel quale la ribellione al potere degli “accentratori” non era visto di buon occhio. E infatti il povero Bernari ne pagherà a caro prezzo le conseguenze.

 

Veduta di Toledo (di Roberta Kalechofsky)

Mi sta simpatica, la Kalechofsky. Scrittrice ed editore, come me. Di lei prima o poi parlerò, se non altro per creare un parallelo ed evidenziare certe differenze di approccio tra lettori italiani e lettori americani. Ma non è questa la sede.

Veduta di Toledo, si diceva. Un bel racconto lungo, dedicato alle vittime dell’Inquisizione e ai bambini. E proprio un bambino è il protagonista dell’opera, assai allegorica, spesso crudele (a un uomo - in una scena - viene inchiodata la lingua al mento), con un finale di grande effetto. La Kalechofsky è un’abile narratrice, scalpella la psicologia dei suoi personaggi in un niente, un colpetto qua e uno là. Riesce a pochi. C’è poi quel sentore (sentiero?) onirico, che a me garba sempre.

Una scrittrice che approfondirò in futuro, senza dubbio.

sabato, 17 novembre 2007

LA PAROLA AI VINCITORI (Intervista a Pietro Sansò)

Sesto appuntamento con le intervista ai vincitori del concorso “Un sogno dentro un sogno”. A parlarci del suo racconto (l’acclamato “I cacciatori di mostri”) è oggi Pietro Sansò.

Come al solito, vi ricordiamo che il libro “Un sogno dentro un sogno” è acquistabile inviando una mail a questo indirizzo:

acquisti@casadeisognatori.com

Approfittiamo dell’occasione per ringraziare pubblicamente Piero per il grande e costante supporto fornito alla nostra casa editrice, al concorso “Un sogno dentro un sogno” e all’antologia che ne è scaturita. Grazie!

Ed ora, che la parola passi al nostro autore.

Buona lettura a tutti.

 

 

1) Abituale domanda d’apertura: com’è nata l’idea alla base del tuo racconto? In maniera del tutto casuale o qualcosa ti ha fornito un piccolo spunto? Fra l’altro, se non andiamo errati “I cacciatori di mostri” originariamente era stato concepito come un romanzo…

Infatti. I miei cacciatori dovevano interpretare un complicato romanzo in cui la scoperta del club dei collezionisti sarebbe arrivata soltanto dopo mille peripezie, come del resto si conviene a qualsiasi strada iniziatica. L’idea base del racconto pubblicato sull’antologia nasce da un mio precedente racconto di cui il paragrafo “collezionando” ne è la sintesi. Da adolescente ero un grande viaggiatore onirico e, come (quasi?) tutti gli adolescenti maschi ero poco propenso al contatto quotidiano con l’acqua. Da qui l’interessante ipotesi per cui chi si lava poco ha più materiale onirico a disposizione. 

 

2) In apertura di racconto vengono citati i famigerati anni Ottanta, decennio che (specie se paragonato a quello che l’ha preceduto) non gode di grande fama. Eppure il tuo sguardo sembra particolarmente affettuoso nei riguardi della decade degli yuppies, dei Duran Duran e di “Sapore di mare”. Semplice nostalgia adolescenziale, o gli anni Ottanta hanno rappresentato per te qualcosa in più di un semplice “lasso temporale”?

Gli anni Ottanta non mi sono mai piaciuti particolarmente, però m’incuriosiva l’idea di mettermi alla prova in un racconto d’epoca. Perciò ho deciso di pescare quella più lontana di cui avessi personalmente una buona memoria e, guarda un po’, sono venuti fuori proprio gli anni in cui anch’io ero adolescente. E’ stato divertente ricordare com’eravamo e come fosse fatto il mondo che ci circondava.

 

3) Nel racconto emerge un desiderio di avventura, di nuove esperienze e di “piccoli brividi” che in qualche modo caratterizza spesso, in ambito letterario, la figura dell’adolescente. Eppure, questo desiderio sembra teso a trattenere i protagonisti del racconto in un limbo sospeso tra infanzia ed età adulta. Senza voler scadere nella retorica, ritieni (se ti guardi attorno) che tale atteggiamento si sia un po’ eclissato nelle generazioni successive? E che, in linea generale, oggi gli adolescenti tendano – più di un tempo –  a scrollarsi di dosso l’etichetta di “ragazzini”?

Non so. A me pare che i ragazzini continuino a fare i ragazzini. Si bevono le balle più incredibili se a raccontarle è uno che le balle le sa raccontare. Hanno voglia di avventura come tutti gli adolescenti e credono nei fantasmi e nelle chimere molto più di un adulto. A quell’età anch’io e i miei amici facevamo finta di essere più grandi e poi, di nascosto l’uno dall’altro, sorvegliavamo - nell’afa di mezzogiorni estivi salentini - la casa abbandonata dei nostri incubi nella segreta, orripilante speranza che dalla finestra con le imposte scassate comparisse il fantasma che dicevano l’abitasse…

 

4) Domanda che scava un po’ nel  “personale”, ma in qualche modo doverosa: quanto c’è di autobiografico ne “I cacciatori di mostri”? E Pietro Sansò, in chi si rispecchia maggiormente: nel protagonista della novella, in Cipenso o in Turbante?

Credo di avere già scoperto le carte da un bel pezzo. C’è sicuramente qualcosa di autobiografico, soprattutto nei conciliaboli segreti dei tre protagonisti e nei frammenti di vita quotidiana che accenno attorno ai miei personaggi. Quando ero un ragazzino, fino ai 15 anni, io e i miei amici fondavamo società segrete e fratellanze a getto continuo. Una volta all’anno ero solito inventare il mostro di turno e mi travestivo facendo spaventose apparizioni serali nei pressi dei nostri abituali luoghi di ritrovo, anticipate da sapienti narrazioni preparatorie (balle) a questo o quell’amico. La storia andava avanti per intere settimane, fino a quando non venivo catturato nella caccia che io stesso, nella mia principale identità, contribuivo a organizzare con clamorosi depistaggi. Non starò andando fuori tema?

Per quanto riguarda le somiglianze, a pensarci bene, io sono più simile all’interprete e a Turbante allo stesso tempo. Del primo credo di avere la corporatura, la curiosità e la fantasia, del secondo (almeno in tempi adolescenziali) la passione per i racconti dell’orrore. Le altre caratteristiche sono rubate alle mie amicizie di 20 – 30 anni fa. Cipenso è ispirato ad un mio caro amico d’infanzia morto a poco più di ventanni per un malessere improvviso, che torna spesso a trovarmi proprio nei miei sogni notturni…

 

5) Il tuo racconto parla del passato con velata malinconia, ma cerca soprattutto di cogliere i lati spassosi dell’età adolescenziale. Questa “propensione narrativa” rispecchia forse il tuo modo di interpretare e vivere il fluire del tempo?

Ogni età ha i suoi lati piacevoli e i suoi lati spiacevoli. Credo che l’utilizzo di un modulo narrativo “ironico” sia effettivamente legato al mio modo di vedere le cose. Con il mio gruppetto di adolescenti è certamente più facile far venire fuori questo aspetto spassoso. Del resto, quando mi approccio alle cose del mondo, difficilmente ho dei pregiudizi, pertanto mi risulta molto semplice trovare gli aspetti divertenti anche dove apparentemente non ce ne sono. Infine devo fare una confessione: nella mia seconda vita faccio il clown (giuro!).

 

6) Hai già avuto modo di leggere gli altri racconti della raccolta, stilando un’ottima recensione sul tuo blog (per esattezza QUI). Hai espresso parole d’elogio un po’ per tutti, ma ce n’è uno che ha colpito in particolar modo la tua attenzione?

Dunque, come ti avevo già detto in privato, caro caposognatore,  trovo il racconto “La stanza dei sogni” di Luigi Costa e “L’altro volto della luna” di Guido Marcelli più affini al mio sentire e più facili da leggere d’un fiato. Altri racconti li ho apprezzati maggiormente in seconda battuta, rileggendoli con calma (Agnus Dei, L’uomo cane, In un petalo l’incanto). I restanti li trovo decisamente belli per come affrontano la tematica proposta (Lux in tenebris, Con gli occhi color delle viole, Sognando, La signora). Come vedi, non so se sono un buon giudice ma so di essere un lettore entusiasta. Ammiro tutti quelli che mi affiancano in questa avventura e mi sento onestamente onorato di stare con loro!!!

Comunque rispetto la consegna iniziale e ti dico che “L’altro volto della luna” è quello che mi ha fatto sognare di più.

 

7) Da quale  scrittore (del presente o del passato) ti piacerebbe ricevere i complimenti per la vittoria conseguita nel concorso?

Credo che per i complimenti mi piacerebbe vedere arrivare vicino casa un pullman, da cui scenderebbero in ordine sparso: Asimov, King, Stoker, Benni, Borges, Follet, Verne, Coe, Lovecraft, Rowling e tanti tanti altri ancora. Ma se proprio devo fare un solo nome, vorrei che i complimenti me li facesse la poetessa Wistawa Szymborska, che non so come si pronuncia ma scrive delle poesie bellissime.

 

8) Per concludere: al di là della vittoria finale, sei soddisfatto del modo in cui il concorso “Un sogno dentro un sogno” è stato concepito e portato avanti, anche alla luce delle esperienze negative che molti scrittori esordienti dichiarano di aver vissuto in alcune competizioni letterarie? A te è mai capitato di partecipare ad un concorso palesemente “fraudolento”?

Il vostro concorso è stata un’esperienza divertente. Ho comprato un libro ed ho vinto una pubblicazione! Compro libri almeno una volta a settimana, immaginate quante pubblicazioni avrei ottenuto se tutti ragionassero come voi! Scherzi a parte, trovo molto onesto, franco, provocatorio (per le altre case editrici), nonché risarcitorio, il vostro modo di proporre agli autori un concorso letterario.

Sono consapevole delle mie possibilità, ma non credevo che il mio racconto avrebbe passato la selezione a causa della necessità di restringere in 15 pagine una trama nata per una storia di almeno 100. Inoltre, poiché scrivo a singhiozzo, il mio stile non è quasi mai costante.

La vostra idea di metter su un’antologia con un bando via internet, senza costi aggiuntivi per gli autori, è certamente vincente. Quando potrò ne parlerò un gran bene. Anzi, vi prometto un post sul mio blog www.citoplasma.splinder.com (non è pubblicità!) dedicato a questa lodevole pratica della casa editrice I Sognatori.

Di frodi non ne ho mai subite. Un po’ perché sono stato selettivo nella scelta dei concorsi (ne ho vinto uno con Stampa Alternativa tanti secoli fa ed uno della Città di Gallipoli in cui mi classificai al terzo posto) un po’ perché non ho mai mandato troppo in giro le mie cose. Chi mi ha chiesto cifre astronomiche per la pubblicazione non ha più avuto notizie dei miei rari prodotti letterari.

Vorrei chiudere dedicando il mio piccolo racconto a chi ha ancora voglia di sognare e perderci pure del tempo, ergo lo sto dedicando a tutti i vostri lettori e collaboratori, perché se Sognatori si nasce Sognatori – a volte – si diventa.

giovedì, 15 novembre 2007

A QUANTO PARE…

… non è necessario chiamarsi “Moccia” per essere posto sotto processo: basta ambientare un romanzo oltre i confini patri e macchiarsi così d’un crimine orrendo, nell’ottica di alcuni lettori.

 

Dovevo parlarne, prima o poi, ma il tempo è sempre poco. Ne approfitto oggi, dopo aver (ri)letto la discussione nata sul blog di Laura et Lory in seguito alla recensione del mio “L’orologio di cenere”.

Si parla di ambientazione, dunque. E come premessa, tengo a specificare che sin dall’uscita del libro (aprile 2006)  più di qualcuno ha lamentato l’assenza di uno sfondo italico; in seguito, ho dovuto prendere consapevolezza del fatto che parecchi lettori italiani rasentano lo sciovinismo.

La conferma è venuta dal primo commento ricevuto sul già citato blog di Laura e Loredana:

 

“Be', uno scrittore dovrebbe ambientare le sue storie nella realtà che conosce. E uno scrittore italiano dovrebbe farlo nella sua città, così ritengo.”

 

Addirittura nella SUA città! Quanto di più limitativo e castrante possa esistere per la fantasia di uno scrittore! Seguendo questa logica, si guardino bene gli scrittori di Como dall’ambientare un romanzo a Varese (che dista trenta chilometri)! Ma una risposta migliore l’ha data proprio Laura, autrice della recensione:

 

“e se uno scrittore scrive un romanzo storico? Gli serve la macchina del tempo? E se scrive un romanzo di fantascienza? Gli serve un'astronave? E se scrive un romanzo su una donna ed e' un uomo? Va a Casablanca? E se fa il contrario? Si munisce di pene sintetico?”

 

Poi è giunta un’altra voce, che ha dichiarato che un romanzo…

 

“… ambientato in una nazione che non è quella dell'autore e agito da personaggi non suoi compatrioti che "parlerebbero" una lingua diversa, è accettabile o se l'autore si propone come estraneo, o se egli stesso ha vissuto per almeno parecchi anni nei luoghi che racconta, ed è ad ogni effetto bilingue, anche se poi fa parlare i suoi personaggi nella sua lingua”.

 

Ma certamente! Infatti Salgari, che ambientò le sue storie in Malesia, nelle Bermuda, nelle Filippine, in Costa d’Avorio, nel Polo Nord, in Alaska eccetera, parlava benissimo il malese, l’inglese, il francese e persino il tagalog, no? E visse in quei posti per decenni. Macchè! La verità è che Salgari non si spinse mai al di là dell’Adriatico, nelle sue sporadiche navigazioni.

Ma per qualcuno occorre essere bilingue e aver vissuto per almeno parecchi anni nei luoghi narrati. Infatti Ariosto soggiornò sulla luna parecchi anni, prima di scrivere (nell'Orlando furioso) la sequenza in cui Astolfo recupera il senno di Orlando. Dick si è recato personalmente su Marte, nell’elaborare “Ricordiamo per voi”. Lovecraft (per “Le montagne della follia”), Poe (per “Gordon Pym”) e Verne (per “La sfinge dei ghiacci”) visitarono il Polo e soggiornarono in un simpatico albergo-igloo, oggi meta dei turisti.

O forse no… forse utilizzarono quella strana cosa chiamata “fantasia”…

 

Come già dichiarato 1000 volte, un’ambientazione soggettivamente poco gradita non va elevata a difetto oggettivo. Perché qui nessuno dice mai (altrimenti corre il rischio di apparire di vedute strette) “a me non piacciono i romanzi collocati al di fuori dei confini nazionali dell’autore”. No. Qui  si sostiene che un autore capace non può ambientare un lavoro dove gli pare, ma solo ed esclusivamente nella realtà che lo circonda. Niente voli della fantasia, solo fredda cronaca di quel che già conosce. In poche parole: lo scrittore vero è soltanto il de-scrittore, quello che osserva (o ricorda) e poi descrive con approccio realistico. L’immaginazione è bandita, invece. Lo scrittore che va con la mente al di là dello steccato, viene richiamato all’ordine e bacchettato: come ti permetti di allontanarti da questa realtà?

 

Scartare un romanzo soltanto perché non è ambientato nella terra d’origine dell’autore, a me sembra una cosa stupida. Sono altri i fattori che dovrebbero spingere il lettore a rivolgersi altrove. Naturalmente, se il tema di un’opera è la prima rivoluzione industriale e l’ambientazione è quella della Galapagos, un lettore ha tutti i motivi per diffidare. In caso contrario, dovrà accettare (spetta a lui farsene una ragione, l’autore non può assecondare i voleri di qualche lettore campanilista)  la scelta narrativa compiuta dallo scrittore e accertare che non vi siano elementi in grado di compromettere la tenuta dell’opera.

Una volta il solito critico illuminato mi chiese: “La realtà italiana non offre forse sufficienti spunti da cui partire per scrivere un buon libro?” Risposta implicita: e a te che importa? Sei tu lo scrittore? Risposta esplicita: beh, può darsi. Ed ora ammettiamo che “L’orologio di cenere” abbia come sfondo una metropoli italiana. Milano, per esempio. Il punto è che io Milano non l’ho mai vista. Proprio come New York, Parigi o Kathmandu. Eppure, se avessi ambientato il mio noir in quel di Milano, nessuno avrebbe avuto da ridire. Il che è assurdo, dal momento che di Milano ho un’immagine assai nebbiosa, pericolosamente vicina a quella dei fratelli Caponi in “Totò, Peppino e… la malafemmina”!

Ironia a parte, non si può frenare la fantasia di uno scrittore per un capriccio. Cercare di codificare a tutti i costi un genere significa porre dei paletti che uno scrittore, in quanto tale, animato da autentica e furiosa creatività, cercherà in tutti i modi di oltrepassare. E questo, checché ne dicano alcuni, è il primo compito di un autore degno di tale nome. Un pregio, dunque, non un difetto.

 

Per concludere, vorrei citare un altro commento:

 

“Non ho letto quel libro, ma francamente, avendo tempo e denari contati, con tanti eccellenti thriller e noir "d.o.c." che continuano a uscire, non mi viene voglia di sperimentare questo travesti. Magari mi sbaglio ed è bellissimo, ma la vita impone scelte crudeli, anche a un lettore”

 

Perfetto. La scelta operata da un lettore riguarda esclusivamente lui, nessuno può fargli i conti in tasca (ma intendiamoci, tanto ci sarebbe da dire sul concetto di “DOC”). Allo stesso modo, va rispettata la scelta di uno scrittore, che deve sentirsi libero di ambientare i suoi romanzi dove gli pare. Toglietevi le fette di prosciutto dagli occhi e osservate con attenzione: alcuni romanzi ambientati in Italia fanno pena, altri (scritti da autori italiani) ambientati altrove sono ben più validi.

 

L’ambientazione come discriminante per l’acquisto di un romanzo: è questo concetto che non riesco ad accettare.

Un lettore che pensa ed agisce sulla scorta di queste fisime, per me non è un lettore serio: è un lettore con problemi di visuale. Inutile addossare le colpe alla “vita”, quando è la propria incapacità di staccarsi da certi schemi mentali a determinare scelte assai opinabili.

Perdersi “L’orologio di cenere”… per carità, non è un dramma. È solo un piccolo romanzo d’esordio. Ma perderselo perché non è ambientato in Italia… no, a me sembra una fesseria. Ditemi che non vi interessa il genere, ditemi che la trama vi sembra risaputa, ditemi che i personaggi non sono ben delineati, ditemi che la mia scrittura vi sembra acerba, ditemi che vi sto sulle scatole e che vi ripugna acquistare un mio libro… ma non che vi rifiutate di leggerlo soltanto perché è ambientato fuori dall’Italia!

Ai miei occhi, e a quelli di altri, non farete una gran figura. Perché sono un lettore anch’io, e certi discorsi vanno ben al di là della sfera personale. Se qualcuno mi dice: “non leggere Io uccido perché la trama fa pena”, un minimo di considerazione gliela do. Col beneficio del dubbio, è chiaro. Ma se qualcuno mi dice “non leggere Io uccido perché è ambientato a Montecarlo”, non lo prendo neanche in considerazione. Gli rido in faccia, e basta.

Non mi fido del parere di certi lettori…

 

p.s.

nel suo commento, Fabio Giallombardo ha scritto:

 

“secondo me, Aldo Moscatelli non ha voluto ambientare il romanzo in un luogo preciso, geograficamente determinato. Si è limitato a tratteggiare nel modo più generico e più vago un paesaggio che fosse più aderente possibile al "topos" letterario del noir; mi spiego meglio: il suo paesaggio è surreale e stilizzato, pare fatto apposta per fare emergere, su uno sfondo insignificante, dei personaggi a tutto tondo. No?”

 

Sì, Fabio. Sì. Lode alla tua capacità interpretativa, ma… possibile che sia tanto difficile da capire?

O forse tu lo hai compreso perché il libro l’hai letto senza partire da presupposti insensati?

Poi dicono che i pareri sono tutti uguali, e vanno rispettati indiscriminatamente…

Mah.

martedì, 13 novembre 2007

LA PAROLA AI VINCITORI (Intervista a Irene Mauriello)

Quinto racconto dell’antologia (“Agnus dei”), quinta intervista: oggi è il turno di Irene Mauriello.

E se le parole di Irene dovessero stuzzicare la curiosità di qualche lettore, ricordiamo che l’antologia “Un sogno dentro un sogno” è acquistabile inviando una mail a questo indirizzo:

acquisti@casadeisognatori.com

A tutti voi, buona lettura.

p.s.

Per evitare che veniate a conoscenza di particolari che non volete conoscere, gli spoilers sono stati scritti con lo stesso colore del fondo della pagina (arancione), ed è per questo che sembrano spazi vuoti: vi basterà evidenziare il testo nella riga che vi interessa e spunterà la frase nascosta.

 

 

1) Domanda di partenza: com'è nata l'idea alla base di "Agnus dei"? In maniera del tutto casuale o qualcosa ti ha fornito un piccolo spunto?

Basta poco, lo ammetto. Un piccolo segnale che, in un momento, io abbia la "decenza" di considerare degno. Parlo di decenza per mettermi di fronte alla mia proverbiale pigrizia. Davvero: spesso preferirei dormire, a qualsiasi altra attività. Quindi,  me lo dico da sola: "Abbi la compiacenza di considerare gli eventi ispiranti e lavorarci, mia cara scansafatiche!!!" Però.
Però, quel giorno ... c'era davvero la chiesa e l'effluvio dolciastro delle "benedizioni scontate".
C'erano una cugina e mille piccoli tic da farle scontare. Il resto è stato un sogno, come sempre.
E' sempre un sogno, quando scrivo. Per questo ho partecipato al concorso.

 

2) Il tuo stile narrativo, a giudicare dalle recensioni sparse per la rete, viene ritenuto estremamente “femminile”. C’è chi ha tirato in ballo la Dickinson, chi Dacia Maraini e Isabel Allende. Ritieni che questa “collocazione” sia veritiera, o pensi piuttosto che tali differenziazioni lasciano il tempo che trovano, in ambito narrativo?

Sono per le differenziazioni. Distinguo da sempre alcuni correnti da altre. E difendo il mio modo di difendere. Mi spiego: sono cresciuta ascoltando i ritmi della narrativa ...diciamo "neorealista".

Mi piacerebbe contraddirmi e dichiarare che, specialmente nell'ambito narrativo, certe manie di inscatolamento lascino il tempo che trovano. Ma sono cresciuta riconoscendo il ritmo. E' come ascoltare la propria madre mentre ti ripete litanie o piccole ninna-nanne: l'educazione ti permette d'individuare il timbro.

Di certo è per me come un marchio, simile all'accento dialettale che ti cadenza il passo delle parole.

Dacia Maraini la ricordo: il collo chiuso con il suo foularino azzurro. E io ero accanto a lei a dirle non c'ho un soldo per comperarti il libro. E lei ha sorriso e ha detto tieni. E ci siamo sfiorate. Scrivo con quel tono.

Mi dispiace: sono troppo vecchia per poter asserire che  libertà vuol dire saper scrivere liberamente.

 

3) In “Agnus dei” c’è una profonda riflessione sul male che riemerge dal passato, tant’è che nel racconto non è semplice porre una linea di separazione fra ricordo e sogno (proprio come in “L’uomo cane” di Fabio Giallombardo). Vuoi parlarcene brevemente?

Vivo completamente persa in una dimensione personale. Non possiedo nessun tipo di equilibrio spazio-temporale. Ho milioni di impegni: lavorativi e familiari. Passo il mio tempo a fingere una concretezza che non mi appartiene: ne sono obbligata. Ma dentro. Dentro il passato si mescola al presente, unito dall'ipotetico e malsano (proprio perchè virtuale) avvenire. Quindi: il male e il bene, il perfetto e il caduco...in un vortice di pensieri che tornano, ciclicamente o meno. Logico pensare che, in questa dimensione nevrotica, il ricordo ed il sogno non abbiano collocazioni precise che permettano, ogni volta, di saperne distinguere i giusti confini.

 

4) Altro tema rilevante è quello della “famiglia”, raffigurata sia come elemento di disgregazione che come nucleo d’aggregazione. Questa ambivalenza rispecchia per caso una tua visione dualistica dei rapporti familiari?

Trovo la famiglia un nucleo simbolo della schizofrenia. Un esempio malato e contorto di affetto ed amore.

E' il centro intorno al quale obblighi e doveri si fondono, creando un complicatissimo groviglio di sensi di colpa e angosciose ritorsioni d'anima. E' un'ambivalenza che penso coesista da sempre, anche nella stessa realtà: la sicurezza ha un prezzo. Quasi sempre alto. Viene corrisposto dai figli. Viene corrisposto dai genitori.

 

5) Anche l’elemento psicanalitico non va sottovalutato, in “Agnus dei”. I timori della bimba ritornano e si riflettono in quelli della donna. C’è un senso di colpa latente, la paura di sbagliare sulla scorta di errori compiuti da altri. Era tua intenzione sottolineare proprio questo aspetto, all’interno dei complessi rapporti umani delineati nel racconto?

L'elemento psicoanalitico contraddistingue spesso quanto scrivo. Per colpa del lavoro (!) sono costretta a sottopormi da secoli a quelle che si possono definire continue revisioni del cervello. Una supervisione eterna che mi garantisca il sopravvivere, nonostante tutto. Quest' uso continuo degli stessi strumenti nello stesso modo: logico ne rimanga un poco l'impronta dentro quanto si scrive. Il senso di colpa, i timori legati al perseverare degli errori (propri ed altrui)...sono meccanismi di analisi ed autoanalisi ormai triti e ripetuti.

Spesso chi mi legge, giudica certi passaggi un poco scontati, proprio per questi motivi. Penso tuttavia si debba scrivere di quanto si conosce: tra queste modalità, seppur banali, io mi muovo con dimestichezza.

 

6) Hai già avuto modo di leggere gli altri racconti della raccolta? Ce n'è uno che ha colpito in particolar modo la tua attenzione?

Non ne ho avuto il tempo. Ho letto il primo, però. L'ho letto con attenzione ed impegno. Sono pignola. Ed una frase mi è rimasta sulla lingua, impigliata in fondo alla gola: "L'uomo col mio corpo uscì. Non lo rividi mai più". Ho già commentato altrove. Ricordo la storia del "pesciolino d'oro" di Puskin. La ricordate? Ecco: la stessa sensazione. In fondo: mi pare di ricordare che - dopo aver sfidato il mondo fino all'impossibile - anch'io vidi uscire una ragazza. E anche io non la rividi più. Questo mi ha colpita.

 

7) Da quale scrittore (del presente o del passato) ti piacerebbe ricevere i complimenti per la vittoria conseguita nel concorso?

Dallo stesso scrittore da cui mi piacerebbe essere giudicata per ogni cosa che scrivo: Alberto Moravia. Un nome dopo il quale non mi sento d'aggiungere neanche una sillaba.

 

8) Per concludere: al di là della vittoria finale, sei soddisfatta del modo in cui il concorso "Un sogno dentro un sogno" è stato concepito e portato avanti, anche alla luce delle esperienze negative che molti scrittori esordienti dichiarano di aver vissuto in alcune competizioni letterarie? A te è mai capitato di partecipare ad un concorso palesemente "fraudolento"?

Nessun concorso fraudolento. Forse perchè, alla fine dei conti, sono una persona estremamente fortunata. “Un sogno dentro un sogno” ha un aggettivo che spinge perchè io lo scriva: coerente.

La penso così.

sabato, 10 novembre 2007

LA PAROLA AI VINCITORI (Intervista a Benito Lopez)

Quarto appuntamento con le intervista ai vincitori del concorso “Un sogno dentro un sogno”. A parlarci del suo racconto (In un petalo l’incanto) è oggi Benito Lopez. Come al solito, vi ricordiamo che il libro “Un sogno dentro un sogno” è acquistabile inviando una mail a questo indirizzo:

acquisti@casadeisognatori.com

Cediamo ora la parola a Benito.

Buona lettura.

 

1) Domanda di partenza: com'è nata l'idea alla base di "In un petalo l'incanto"? In maniera del tutto casuale o qualcosa ti ha fornito un piccolo spunto? A noi le sequenze ambientate nel giardino, ma anche l’atmosfera “malata” della storia, hanno ricordato le visioni estetiche e cromatiche dei film di Kurosawa (e anche un video di Nick Cave, a dire il vero).

A livello di colori e contrasti, sicuramente Kurosawa (penso a "Sogni" in particolare) può ricordare le sequenze del giardino. In realtà, i film giapponesi in generale, hanno tutta una loro scenografia e fotografia caratteristica; e in questo senso, sì, ci ho pensato. Ma l'idea dei petali che cadono inspiegabilmente dal cielo mi è venuta per caso. Mentre mi preparavo un caffè e pensavo a tutt'altro, proprio come accade al mio protagonista. Per quanto riguarda il modello per una storia, in senso strutturale "complicata", l'esempio l'ho trovato in Borges. Ero talmente "preso" in quel periodo da questo autore, che considero un autentico genio, che ho cercato di concepire un qualcosa di simile, mescolando e unendo i livelli del mio racconto. L'esempio più ovvio è che il mio "In un petalo l'incanto" si confonde con il manoscritto del signor Antici (il protagonista), del quale "uso" intere parti. Ma ci sono molti altri collegamenti interni che non voglio svelare per lasciarli scoprire ai lettori. Pur adorando Nick Cave non conosco il video in questione. Ma ricordo quello di un altro gruppo che rimarrà per sempre nel mio cuore (per vari motivi, adolescenziali e non) e che richiama, ora che mi ci fate pensare, i colori del mio racconto: “Heart shaped box “dei Nirvana.

(noi invece facevamo riferimento alla canzone “Where the wild roses grow”, cantata da Nick Cave e Kylie Minogue: chi volesse guardare il video lo trova qui:

http://youtube.com/watch?v=jRMe5H9WKpM, n.d.I sognatori)

 

2) Il protagonista del tuo racconto è uno scrittore fallito, al quale è stata negata più volte la pubblicazione di un romanzo per via di un finale troppo confuso. E sotto molti aspetti "In un petalo l'incanto" è quantomeno criptico. Dobbiamo pensare che le vicende editoriali del signor Antici riflettano - in qualche modo - le tue esperienze in ambito narrativo, o magari un timore ben preciso?

Questa domanda speravo mi fosse fatta. E diciamolo pure, siete stati gentili con quel "quantomeno criptico", perchè il mio racconto, sotto molti aspetti, è abbastanza “poco chiaro”. All'inizio questa questione rappresentava un problema per me. Infatti, avendolo fatto leggere a qualche persona in fase elaborativa avevo capito che non si coglievano facilmente molti elementi. Con il passare del tempo però (e dei rimaneggiamenti) l'idea di collegare ancora di più la mia opera a quella fittizia del signor Antici è cominciata a piacermi. Potevo aggiungere così un ulteriore nesso alla mia struttura lasciando componenti incerti (è proprio il discorso che facevo prima parlando di livelli). Bastava inoltre rendere il tutto chiaro quanto bastava per comprendere la connessione. In più ho inserito le frasi del commissario Parri per aiutare il lettore. Chiudendo, il signor Antici non è la mia trasposizione letteraria perchè non ho subito le stesse vicende editoriali. Fortunatamente ho ancora solo ventiquattro anni! Il timore preciso c'era però e rimane... ma molto rincuorato dal fatto che se mi avete fatto questa domanda vuol dire che qualcuno l'ha capito.

 

3) Nel tuo racconto il sogno sembra avere una funzione specifica: quella di garantire una sorta di riscatto esistenziale. E su questo fronte "In un petalo l'incanto" e "La stanza dei sogni" di Luigi Costa sembrano molto vicini fra loro; tuttavia, laddove per Costa il tutto si tinge d'illusione, nel tuo racconto questa ambizione diviene drammaticamente concreta. E poi c'è quella frase ricorrente: "temi i tuoi desideri". Vuoi parlarcene, senza rivelare troppo della trama?

Io penso che siano pochi i desideri che non intralcino o non vadano contro quelli di altri. Più in generale, non tutte le "brame" sono completamente pure e alcune portano a conseguenze negative. In questo senso il mio protagonista ha l'ambizione, appunto, di un riscatto esistenziale. Ma certe cose non sempre si possono realizzare serenamente. Lui, più di ogni altro, deve temere i suoi desideri e questo lo capisce proprio quando se ne va a letto "colpevolmente diverso". Per il suo carattere, stabile ormai e poco predisposto alle cose difficili ma “vive”, non è facile dimenticare (e abbandonare) precise responsabilità. Anche per questo motivo egli è così insicuro quando si trova a vagare per il giardino, perchè sa cosa gli accadrà se andrà fino in fondo (lui l'ha già scritto nella sua opera). E avrà bisogno di una rottura finale per spezzare il suo terrore e fargli compiere la sua scelta. Ovviamente, le conseguenze le ho volute enfatizzare, e non è detto che il risultato di tali ambizioni sia, per forza di cose, negativo.

Scusatemi, ma mi riesce complicato spiegare meglio il concetto perchè altrimenti svelerei troppo la trama!

 

4) Una lettrice ci ha confidato di non aver ben capito la funzione del "giardino" all'interno del racconto: puoi spiegargliela? (ovviamente segnaleremo eventuali spoiler)

Come dicevo prima, l'idea dei petali che cadevano mi è venuta per caso. E subito sono stato affascinato dall'idea di un giardino ricoperto interamente da petali rossi. Proprio a livello “visivo-immaginario”. Per quanto riguarda la domanda della lettrice, il giardino era funzionale alla storia perchè mi permetteva di avere una sorta di "altro mondo" in cui i desideri più nascosti di ognuno potevano essere esauditi. Il tutto è inverosimile (questione già sottolineata da Fabio Giallombardo nella sua recensione) ma la giustificazione risiede nel mondo del sogno, dove tutto può accadere. Di fatto, anche la moglie del signor Antici vive in questo luogo il suo desiderio.

 

5) La dantesca figura di Yukio Kei è poetica e inquietante al contempo. Ti sei ispirato a qualcuno nel tratteggiarla? Noi azzardiamo un nome: Mishima?

In effetti hanno lo stesso nome... ma non avete indovinato. Ci siete andati parecchio vicini però, perchè il personaggio a cui mi sono ispirato era di una ventina d'anni più vecchio e per di più giapponese! Mi riferisco a Yasunari Kawabata. Quando scrissi questo racconto, cioè due anni fa, avevo appena finito di leggere "La casa delle belle addormentate". E la raffinatezza del suo "passo" narrativo mi lasciò letteralmente affascinato. Avevo visto quanto si poteva dare avendo a disposizione una trama esile. E’ alla sua figura, così sensibile e solitaria, che allude quella di Yukio Kei.

 

6) Hai già avuto modo di leggere gli altri racconti della raccolta? Ce n'è uno che ha colpito in particolar modo la tua attenzione?

Sicuramente quello che mi è piaciuto di più è stato “Agnus dei”. L’ho davvero ammirato. Non so perché, ma penso che alcune donne abbiano un modo di scrivere e una sensibilità che nessun maschio potrà mai raggiungere. Forse è il modo di “darsi” completamente (in questo senso penso sempre a Emily Dickinson). E poi, “cavoli, io non scrivo così bene” mi sono detto.

Un altro che mi è molto piaciuto è quello di un’altra ragazza, Francesca Petrino (“Con gli occhi color delle viole”). Mi sono davvero fermato a riflettere quando ho letto la descrizione del protagonista che percepisce il tempo e gli umori odorando le cose.

I miei complimenti più sinceri vanno inoltre a Fabio Giallombardo che con uno squarcio ha messo in relazione due vicende simili tramite una scrittura elegantissima e mai banale. In più (e ho già avuto modo di dirglielo nel suo blog), ha fatto nascere in me la voglia di approfondire la conoscenza di questo “uomo cane”…

Per il resto, rimane il fatto che nove persone mi resteranno legate in qualche modo per tutta la vita e ancora oggi, che è passato un po’ di tempo, non riesco a mettere a fuoco l’importanza di questa cosa.

 

7) Da quale scrittore (del presente o del passato) ti piacerebbe ricevere i complimenti per la vittoria conseguita nel concorso?

Jorge Luis Borges, anche per i motivi detti sopra.

 

8) Per concludere: al di là della vittoria finale, sei soddisfatto del modo in cui il concorso "Un sogno dentro un sogno" è stato concepito e portato avanti, anche alla luce delle esperienze negative che molti scrittori esordienti dichiarano di aver vissuto in alcune competizioni letterarie? A te è mai capitato di partecipare ad un concorso palesemente "fraudolento"?

Sono rimasto davvero colpito dalla continua e appassionata comunicazione che c’è stata tra voi Sognatori e i lettori (partecipanti e non). Da inizio agosto ho cominciato a seguire regolarmente il vostro blog e credetemi, da allora non passa un giorno senza che io lo visiti. E questo grazie al dialogo “amichevole” che c’è sempre stato da parte vostra. Per quanto riguarda il concorso in senso stretto, non so... Il vostro era il secondo a cui partecipavo.

So solo che nell’altro non ho vinto e non ci ho dato molto peso. Ma so che tra le varie vincite c’era la pubblicazione delle opere nel loro sito. A distanza di due anni (per curiosità qualche mese fa l’ho rivisitato) la pagina web risulta ancora malconcia e non aggiornata. E dei racconti e delle poesie nessuna traccia. Le esperienze dei giovani esordienti che ho avuto modo di conoscere grazie al vostro blog mi fanno pensare male. Inoltre ai primi dodici classificati era garantita la pubblicazione di un libro (un po’ esagerato per un’associazione appena nata, a meno che non fosse chiesto poi un incentivo da parte dei partecipanti…).

Fortunatamente c’è ancora qualcuno che ha rispetto delle persone e che si prende seriamente cura delle proprie responsabilità. E in questo senso penso a voi. Colgo quindi l’occasione per ringraziarvi.

 

venerdì, 09 novembre 2007

NUOVE SEGNALAZIONI

Segnaliamo per prima cosa la recensione de “L’orologio di cenere” stilata da Laura Costantini qui:

 

http://lauraetlory.splinder.com/post/14585039/L%27orologio+di+cenere

 

Consigliamo anche di leggere i commenti postati in seguito, dal momento che viene affrontato un argomento spinoso ma interessante, quello riguardante l’ambientazione di un romanzo (ovviamente Aldo Moscatelli interverrà a breve sulla questione, con un articolo che comparirà sul nostro blog).

Segnaliamo inoltre la recensione dell’antologia Un sogno dentro un sogno a firma Mynona. La trovate qui:

 

http://mynona.splinder.com/post/14624289/Un+sogno+dentro+un+sogno

 

Infine, consigliamo ai vincitori del concorso di leggere il lusinghiero commento postato sul blog di Pattybruce dalla blogger 1949paperina: è il numero 22, cioè l’ultimo.

Vi anticipiamo che domani posteremo l’intervista a Benito Lopez, autore di “In un petalo l’incanto”, racconto presente all’interno dell’antologia sunnominata.

A presto,

I sognatori

mercoledì, 07 novembre 2007

GIU' DALLA TORRE (parte terza)

Sul blog di Harion si parlava, qualche giorno fa, di “romanzi” e “racconti”. La signora Harion ama i primi ma non i secondi (che reputa noiosi), la signorina Harion invece dichiara di amare le antologie di racconti.

Tutto questo per introdurre il “Giù dalla torre” odierno, che riguarderà – appunto – romanzi e racconti di uno stesso autore. Voi quali preferite?

Siete invitati, dunque, a esprimere una preferenza, ovviamente nel caso in cui  abbiate letto entrambi i lavori e prediligiate uno in luogo dell'altro.

Pronti?

p.s.

a sinistra troverete il romanzo, a destra il nome della raccolta di racconti.

 

 1) di McEwan: “Lettera a Berlino” o “Fra le lenzuola e altri racconti

 2) di Buzzati: “Il deserto dei Tartari” o “Sessanta racconti

 3) di Lansdale: “Freddo a luglio” o “In un tempo freddo e oscuro

 4) di Hawthorne: “La lettera scarlatta” o “Racconti neri e fantastici

 5) di Hemingway: “Per chi suona la campana” o “Quarantanove racconti

 6) di Auster: “Città di vetro” o “Ho pensato che mio padre fosse Dio

 7) di Poe: “Gordon Pym” o “I racconti del terrore

 8) di Moravia: “La noia” o “Racconti romani

 9) di Cerami: “Un borghese piccolo piccolo” o “L’ipocrita

10) di Doyle: “Il mastino dei Baskerville” o “La mummia e altri racconti

11) di Benni: “Achille piè veloce” o “Il bar sotto il mare

12) di Chandler: “Il lungo addio” o “Blues di Bay City

13) di Calvino: “Il sentiero dei nidi di ragno” o “Marcovaldo

14) di Wilde: “Il ritratto di Dorian Grey” o “Il principe felice e altri racconti”.

 

Attendiamo con curiosità di conoscere le vostre scelte, anche parziali.

 

postato da: Isognatori alle ore 17:09 | link | commenti (10)
categorie: libri, opinioni, giochini