D’accordo, sveliamo l’arcano: come prontamente segnalato dal nostro amico Wick, e poi confermato da Pungola e Soffio di maggio, la seconda citazione del precedente post è tratta dal finale del film animato “Ratatouille”. Pellicola divertente e piena di significato, che consigliamo a tutti, indipendentemente dall’età.
La prima citazione, invece, è tratta dai “Pensieri sulla vita e sull’arte” di Arthur Schnitzler. E visto che a Laura sono piaciute così tanto, queste citazioni, ecco un altro aforisma dell’autore viennese:
“Si cerca di sminuire l’importanza di un autore restringendo arbitrariamente l’ambito della sua notorietà”.
Ti ricorda niente, Laura?
Ecco a voi un paio di citazioni, delle quali dovrete identificare la fonte.
La prima è tratta da un libro, la seconda no.
“È naturalmente abbastanza difficile pronunciarsi sulle qualità artistiche di un’opera. Così il critico non tenta neanche di farlo. Egli affronta la questione partendo da tutt’altri presupposti. Dopo che il recensore ha rimproverato l’autore, poiché questi ha comunque osato scomodarlo dandogli la possibilità di esercitare la sua professione, esprime la sua riprovazione perché l’autore ha scritto quell’opera e non un’altra, perché ha scelto proprio quel soggetto e non un altro […]
Un critico di professione è una costruzione assurda. Persone del genere non possono mai farsi un nome con l’obiettività… sono dei chiacchieroni, dei buffoni, degli arrivisti […]
E così lo scrittore, alla fine, sente la mancanza di una frase risolutoria che crei un equilibrio interiore ed esteriore, una frase che il critico potrebbe in conclusione così formulare: O autore, anche se quest’opera non ti è riuscita, io, il recensore che ha saputo così ottimamente dimostrare e puntualizzare le debolezze della tua opera, io in fondo valgo ancora molto meno di te”.
“Per molti versi la professione del critico è facile. Rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà cui ci dobbiamo rassegnare, è che nel grande disegno delle cose anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio, che la definisce tale”.
1) STEFANO BENNI – La compagnia dei celestini
Inferiore rispetto alle aspettative. È un buon romanzo, per carità, ma (sarà anche per l’inevitabile accostamento al capolavoro “Elianto”, uno dei miei libri preferiti di sempre) non è riuscito a rendermi schiavo della lettura. Certi passaggi annoiano, o risultano superflui, dal momento che non inducono alla risata o alla riflessione, che poi sono le due cose che riescono meglio all’autore bolognese. Naturalmente qua e là emerge quella genialità che ha reso celebre Il Lupo, e tuttavia mi chiedo se c’era davvero bisogno di inserire personaggi macchiettistici e filler che allungano il brodo senza arricchirlo. Mi è scivolato addosso, “La compagnia dei celestini”, allietando senza troppo clamore le mie giornate, ed è questo il problema. Libri come “Bar sport”, il già citato “Elianto” o “Il bar sotto il mare” hanno – a suo tempo – riempito le mie giornate, segnandole indelebilmente. Qui invece mi ritrovo a lodare alcune trovate (la Pallastrada, la cattiveria di Mussolardi e dei suoi scagnozzi) e la solita, spumeggiante scrittura di Benni, ma nient’altro. Gli stessi personaggi convincono poco, non possedendo la comicità demenziale di un Brot, l’aura surrealista di un mago Baol o la poesia fanciullesca di un Elianto.
Non posso che collocare “La compagnia dei celestini” nei romanzi di seconda fascia di Benni, dunque, ma prima di chiudere vorrei citare la frase di una lettrice carpita non ricordo dove: “Benni scrive in maniera banale”. Ecco, io queste dichiarazioni non soltanto non le condivido, ma fatico persino a giustificarle in nome del “ognuno ha i suoi gusti”. Chi ritiene che Benni scriva in modo banale probabilmente: 1) ha letto dieci righe di un suo romanzo; 2) non ha la più pallida idea di cosa significhi “scrivere in maniera banale”, neanche Benni fosse Moccia; 3) ignora il fatto che persino i critici snobbetti riconoscono a Benni di aver introdotto in Italia una scrittura nuova, sperimentale e ricchissima, anche se poi lo liquidano col solito “sì, scrive bene, però…”.
Mi spiace, insomma, dover constatare come spesso i lettori giungano alla sentenza definitiva su un autore senza possedere le armi per valutarlo. A uno scrittore un romanzo può riuscire bene o meno bene, a volte male o malissimo, ma da qui a bollarlo come “incapace” con toni da Corte di Cassazione, per di più dopo aver letto qualcosa, non mi pare un atteggiamento serio. Criticare un singolo libro è sempre lecito, ma se si vuole fornire un giudizio attendibile sullo scrittore in toto, è meglio rimboccarsi le maniche e leggere con attenzione più di un’opera. Possibilmente senza paraocchi. (A.M.)
2) JAMES G. BALLARD – Crash
Complicato. Anche parlarne. “Crash” è un romanzo che mette addosso un bel po’ di disagio, se non altro per l’insistita correlazione tra violenza e sessualità, tra incidenti automobilistici e coiti di ogni tipo. Morboso, quindi, ma anche (a parer mio) noiosetto. Ho saltato a piè pari parecchie scene di sesso, dal momento che letta una pare di averle lette tutte. La trama, pur ridotta all’osso, e pur possedendo picchi di originalità spaventosi, non è mai riuscita a coinvolgermi. Certamente il romanzo riesce nel suo intento, che è quello di far sentire sporco chi legge, mettendolo a disagio, esibendo violenza quasi splatterpunk e sesso di matrice pornografica in eguale misura. Però… boh, ogni lettore ha le sue predilezioni in materia letteraria, e devo ammettere che la morbosità di Ballard dopo un po’ mi stanca. Sì, ci sono le correlazioni psicanalitiche, la complessità metaforica, una scrittura semplice ma efficace, e in linea generale potrei anche consigliare questo libro a chi ama determinate tematiche. Quindi non a me. C’è del genio nel romanzo, ma genio era anche Schumann: e quando ascolto certe sue opere, tendo ad appisolarmi. Tuttavia, così come Schumann andrebbe comunque ascoltato, posso dire la stessa cosa per “Crash”: chi non lo ha letto dovrebbe dargli una possibilità, chissà che a voi non piaccia un tantino di più. (A.M.)
E visto che ci sono, riesumo un paio di vecchie recensioni:
3) ELIANTO – Stefano Benni
Condensare in poche righe la grandiosità di questo romanzo è impresa improba. Il genio di Benni tocca qui vette mai più raggiunte (nonostante l’altissima qualità di altri suoi libri), muovendosi tra umorismo demenziale, fantascienza, critica sociale, riferimenti alla (triste) realtà, e poesia struggente. Lo scrittore bolognese gioca coi generi senza mai perdere di vista la storia raccontata, il susseguirsi ciclico degli eventi, il rincorrersi frenetico dei vari personaggi (il piccolo Elianto, i tre spassosissimi diavoli alati, il maestro d’arti marziali e i suoi compagni microscopici, i tre adolescenti, l’infermiere Talete, l’infido giornalista Fido Pass Pass, e molti altri). Ne scaturisce una panoramica desolante sul mondo presente, che è, in potenza, uno dei tanti universi alterei di cui ci viene narrata l’esistenza, o forse tutti: un mondo, il nostro, spesso dominato dalla guerra (come il mondo di Neikos), dal grigiore (come il mondo di Medium), da scenari apocalittici (come il mondo di Yamserius). Nel mezzo, una girandola di invenzioni (narrative, linguistiche, persino terminologiche) da far ribaltare dalle risate. Ed è proprio la risata, in fondo, l’unica arma di difesa contro la gretta realtà: i nostri eroi ridono, fanno ridere, e alla fine vincono. Senza ironia (quella del già citato Talete, ad esempio), non si può guarire nessuno. E se è vero, come disse qualcuno, che “una risata vi seppellirà”, Stefano Benni è colui che, da anni, sta scavando una fossa a tutti noi…
Ecco a voi un piccolo stralcio del libro, realistico e attuale più di quel che potrebbe sembrare... (A.M.)
- Così vanno le cose su Neikos, da trecento anni.
- E perché vi combattete?
- Detesto questa domanda – disse Triperott, togliendosi la corazza, da cui uscirono un buon numero di pidocchi, ragni e persino una lepre. – Comunque è sempre stato così fin dall’Incancellabile Offesa, dall’Onta Primaria… Vedi, tre secoli fa i Triperotti e i Superquateri erano parenti… Fu allora che Siperquater ci arrecò l’Incancellabile Offesa.
- E quale fu?
- Beh – disse Triperott grattandosi la testa e sfrattandone ditteri – tre secoli sono tanti, così per il vero, non ci ricordiamo più cos’è successo.
- Chiedetelo ai Siperquateri.
- Ho l’impressione che anche loro non ricordino nulla.
- Ma esisterà pure qualche libro di storia!
- Esiste, ma c’è scritto che “Quello fu l’anno dell’Incancellabile Offesa e dell’Onta Primaria”. Col cazzo che spiegano qualcosa.
4) 1984 – George Orwell
Un capolavoro agghiacciante, senza essere né un thriller né un horror. Spaventa, 1984, perché ci parla di un passato ancora troppo vicino, e di un futuro che potrebbe “essere”, tra un anno o forse un secolo. E come tutte le opere “spaventose”, 1984 confonde: la critica ha versato fiumi d’inchiostro nel cercare di stabilire di quale colore sia la dittatura di cui si parla nel libro. La risposta è molto semplice, in verità: la dittatura, qualunque essa sia, non ha colore: è violenza, sopraffazione, massificazione delle idee, dei sentimenti, dei destini. Non è un colore. Così come “incolore” è la vita di Winston Smith, il protagonista del libro, che fino alla fine cercherà di dare un senso (un “colore”, se vogliamo continuare ad esprimerci per metafore cromatiche) alla propria esistenza. Il finale, poetico e terribile al contempo, calerà un oscuro sudario sui destini di chi ha osato rivoltarsi al “Grande fratello”. E quasi pedagogicamente, nascerà (in chi legge il libro, e lo fa suo per introiezione) la volontà di ribellarsi a tutto ciò che esso, il Grande fratello, rappresenta: la morte delle opinioni, la conformità degli ideali, l’annullamento della volontà, il mascheramento della verità storica, la negazione del confronto.
In barba alle interpretazioni intellettualistiche dei critici, 1984 va letto, riletto e regalato proprio per questo motivo: educare. E non è certo un caso che nelle scuole italiane si parli ancora di poetucoli da soap opera come il Monti, e non di formidabili narratori come Orwell.
Qui di seguito trovate uno stralcio tratto dal libro, in cui Orwell esamina il concetto di guerra e ci fornisce la propria, geniale interpretazione. (A.M.)
“La guerra, quindi, se giudichiamo dall’esperienza delle guerre passate, non è se non un’impostura. È come quei combattimenti fra certi animali appartenenti alla specie dei ruminanti, e le cui corna crescono secondo determinati angoli tali da impedire che essi possano effettivamente ferirsi l’un l’altro. Ma sebbene irreale, non per questo è destituita di significato. Sfrutta in modo totale le eccedenze dei beni di consumo, ed aiuta, nel contempo, a conservare quella particolare atmosfera mentale che si richiede a una società organizzata gerarchicamente. La guerra, come si vede, non è altro che un affare di politica interna.”
Torniamo a parlare di cose serie, quindi di libri.
Allora, ultimamente una persona che adoriamo ci ha regalato la bellezza di sei libri, suddivisi in due romanzi (“Ritorno a Haifa” di Kanafani e “Cuore di mamma” di Rosa Matteucci), due opere teatrali (“Beat generation” di Kerouac e “Diatriba d’amore contro un uomo seduto” di Marquez), una raccolta di racconti (“Se tu fossi una cavallo”, sempre di Kanafani) e un saggio filosofico (“L’arte di comunicare” di Cicerone).
Siccome adoriamo leggere (nonostante qui si viaggi a un ritmo spaventoso, quasi due romanzi al giorno), e i libri non sono mai troppi, vorremmo ringraziare pubblicamente la nostra adorata benefattrice, ovvero Barbara. GRAZIE!
Ci stiamo dando da fare per catalogare un po’ tutto quel che possediamo e/o abbiamo letto in passato (oppure contiamo di leggere al più presto) nella libreria di Anobii, ma a dire il vero spesso non troviamo l’edizione in nostro possesso, e per motivi più che ovvi. Si tratta, infatti, di testi vecchiotti, quindi decisamente più affascinanti. Li teniamo come reliquie, e vorremmo citarne qualcuno:
- “L’uomo che ride” di Hugo, edizione Sansoni (del 1965), costo 450 lire
- “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, edizione Sansoni (del 1966), costo 450 lire
- “Il pianeta di Mr. Sammler” di Bellow, edizione Garzanti (del 1976), costo 1500 lire
- “Padri e figli” di Turgheniev, edizione Rizzoli (del 1953), costo 180 lire
In proposito, saremmo curiosi di sapere quali sono i libri più vecchi presenti nella vostra biblioteca.
E vedete di non barare!
Quanto alle attuali letture, siamo alle prese con “L’amante di Lady Chatterley” di Lawrence (letto all’incirca per un terzo) e “Le particelle elementari” di Houellebecq (qui siamo a metà strada).
Vi faremo sapere, ovviamente.
Nel frattempo, auguriamo buone vacanze pasquali a tutti voi.
I sognatori
p.s.
il nostro meteorologo di fiducia, Renzo Montagnoli, raccomanda di coprirsi bene per via del calo delle temperature. Qui a Lecce continuano ad esserci 15 gradi, ma attendiamo timorosi che la previsione di Renzo si concretizzi fra vento di tramontana e scrosci di pioggia.
A suo tempo mi è stato chiesto di leggere un post e di esprimere la mia opinione, cosa che ho fatto puntualmente. Adesso si replica, sempre su segnalazione.
La differenza sta nel fatto che stavolta la signora Montanelli mi ha chiamato direttamente in causa.
Come già detto a Laura in un commento, non è mia abitudine fare scenate in casa d’altri. C’è chi lo fa, per ottenere quella notorietà a me ignota… anonimato che la signora Montanelli ha voluto sottolineare (d’altronde sono l’unico italiano che Veltroni non ha voluto nel PD, e un motivo ci sarà).
Come se la scarsa fama potesse in qualche modo incidere sull’autorevolezza di un’opinione. Soprattutto, come se a me interessasse quella notorietà della quale gode – o millanta di godere – altra gente.
Il fatto che ne parli qui, fra i miei venticinque lettori, la dice lunga in proposito. Il proscenio lo lascio volentieri ad altri.
Apro una parentesi: è questa la cosa bella di una casa editrice come I sognatori. Nel momento in cui te ne freghi dei “Lei non sa chi sono io”, certe opinioni non ti toccano. Eviti di sprecare tempo prezioso, e impari a mantenere un buon rapporto soltanto coi lettori, che poi è la cosa che importa davvero. Parlo di anonimi lettori, che a quanto pare anche in rete non contano un tubo. Le loro opinioni, proprio perché poco “autorevoli”, finiscono nel cassonetto differenziato del web. Peccato, perché internet dovrebbe rappresentare un’alternativa a certi meccanismi di potere, ma tant’è.
Poco male, comunque: nel cassonetto ci sono anche i miei pareri. Quelli di una persona sconosciuta.
Torniamo a noi.
Si diceva… Seia Montanelli. Ha scritto queste cose, sul suo blog:
Qui invece, c’è una discussione che gira intorno a un mio vecchio post (di quando ero ancora signorina!), che m’ha fatto sorridere all’epoca e che poi avevo dimenticato, com’è giusto. In pratica in quel post parlavo di case editrici sconosciute e di autori che non emergono e a darmi contro sono proprio un editore sconosciuto e un’autrice (che pare faccia parte di un “duo scrittorio”) non proprio affermata, diciamo così (che sorpresa!). Come postilla, tanto per la cronaca, aggiungo che mi sembra di ricordare che la casa editrice in questione, qualche anno fa mi avesse contattato per farmi leggere uno dei loro volumi, chiedendo una recensione e suggerendo poi che il libro l’avrei pure dovuto pagare, se avessi ritenuto giusto farlo. Mi pare che non ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che ho naturalmente declinato l’offerta.
Notate bene:
1) Aldo Moscatelli “dà contro” in quanto editore sconosciuto. Non in quanto editore, con le sue idee e il suo modo di vedere le cose. No. Un filino discriminatorio, ma lasciamo perdere. C’è di peggio in questo ragionamento. Allora, il paradosso è il seguente: Seia parla nel suo post di case editrici sconosciute, a rispondergli è un editore sconosciuto, ma (chissà perché) il suo parere non fa testo. Anche quando vengono sparate balle clamorose sugli scrittori esordienti (“potrebbe non essere azzardato ipotizzare che a comprare i libri siano in larga parte gli aspiranti scrittori”… teoria per la quale sto ancora ridendo). Probabilmente, se nel post avesse parlato di pacifismo, avrebbe giudicato “di parte” l’eventuale intervento di Gino Strada e contattato George Bush per ottenere un parere illuminante.
Va beh, ne riparliamo tra qualche anno, non si sa mai che i libri editati fin qui (o quelli che pubblicherò in futuro) prima o poi facciano il botto. Poi in alternativa c’è sempre quel posto nel Partito Democratico…
2) Il mio vecchio post parte in maniera ironica, parlando di musica e non di editoria. Ironia non capita (cito l’accusa: “ha persino criticato la mia preferenza per la canzone della Siberian Orchestra”, cosa fra l’altro non vera)… dicevo, ironia non compresa da quella stessa persona che biasima gli altri per la loro incapacità di ironizzare. Mah.
Ad ogni modo, si parla di “dare contro” e “criticare” quando invece dall’altra parte ci si è limitati a esprimere – in maniera civile – un’opinione differente. Il che già indica qualcosa, per me.
3) Il mio post viene citato, ma non vi sono repliche. Devo dedurne che, alla domanda:
“Signora Montanelli, perché lei dichiara che la scrittrice Kristof non legge libri altrui se in un’intervista pubblicata qui, la stessa Kristof sostiene esattamente il contrario?”,
la risposta migliore di Seia debba essere questa:
“Aldo Moscatelli è un editore sconosciuto”.
E alla domanda:
“Signora Montanelli, perché lei irride Federico Moccia per poi ventilare che soltanto gli scrittori capaci vendono centinaia di migliaia di copie?”,
l’argomentazione più efficace dovrebbe essere questa:
“Aldo Moscatelli qualche anno fa mi ha contattato per chiedermi di leggere ecc. ecc.”.
4) Nel mio post ho citato fonti e fornito dati certi. Mi sono trovato nell’imbarazzante situazione di doverlo fare io. Dall’altra parte ci si è limitati ad abborracciare ragionamenti ordinari o discorsi da bar senza prove a sostegno. Rileggete il suo primo post, successivamente il mio, e ditemi se sbaglio. Ho avanzato critiche ben precise, io. Che meritavano una disamina di un certo spessore. Anche in questo caso, se quella disamina non è arrivata… un motivo ci sarà. Invece di scrivere “a darmi contro è proprio un editore sconosciuto”, avrebbe fatto meglio a scrivere “a farmi a pezzi è proprio un editore sconosciuto”. Che sorpresa!
5) È vero, tempo fa ho contattato la signora Montanelli per chiederle se poteva farle piacere aderire a un’iniziativa dei Sognatori. È stato all’incirca… 18 mesi fa, più o meno. Soltanto i blogger che ci seguono da più tempo ricorderanno quell’iniziativa, che aveva lo scopo di far conoscere i primi due libri pubblicati e di rimando il nome della casa editrice.
Per riassumere: esploravo la blogosfera, prendevo nota dei blogger particolarmente sensibili alla diffusione di recensioni libresche e tematiche editoriali, poi li contattavo in privato e facevo loro una proposta. Per chi aderiva, il patto era questo: io inviavo a mie spese un libro, loro lo leggevano e – senza impegni – lo recensivano (positivamente o negativamente, non aveva importanza) sul loro blog. Non c’era alcun vincolo legato al pagamento: chi gradiva, se aveva voglia, tempo, denaro, interesse e così via, poteva tranquillamente chiedere i dati per il versamento, in totale libertà. Altrimenti pazienza, amici come prima. Mai una pressione da parte mia, mai un’ingerenza. Né per le recensioni, né per il pagamento. C’è chi ha gradito e ha pagato, chi ha gradito ma non ha pagato, chi non ha gradito e quindi non ha pagato, e persino chi non ha gradito ma ha pagato lo stesso. In ognuno di questi casi, io non ho aperto bocca. C’è pure chi ha chiesto i dati per il versamento, esclamando “che bello questo libro, che bello questo libro, ve lo pago subito!”, e poi è sparita nel nulla.
A parte questo, a me sembrava un buon modo per propormi al pubblico dei lettori, per avviare una collaborazione forte, basata su un comune amore per la letteratura. Il rischio di ricevere una sfilza di stroncature sussisteva, e anche quello di non guadagnarci un centesimo, ma a me interessava soprattutto il confronto. Senza spam, messaggini pubblicitari in larga scala o altro. È così che ho conosciuto tanti bibliomani, coi quali sono rimasto in contatto in questi anni. Per la cronaca: alcuni di loro, il libro ricevuto per l’iniziativa non lo hanno pagato, perché non gradito. Tuttavia, è nato un dialogo, bello, ricco, profondo. Proprio perché non ho gettato fumo negli occhi di chicchessia.
Ma cosa dice la signora Montanelli al riguardo? Cito:
“Mi pare che non ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che ho naturalmente declinato l’offerta”.
Naturalmente? E perché mai? Cosa c’era di così sbagliato in quella iniziativa? Pistole puntate alle tempie? Non credo. Ah, ho capito, il problema era che… “il libro l’avrei pure dovuto pagare”. Attenzione però: “se avessi ritenuto giusto farlo”. Esatto. Nessun obbligo. Ripeto: dov’era il problema?
Avanti, dai, ci sono modi migliori per mettermi in cattiva luce, cos’è questa roba? Per citare Lawrence: “Per Dio, dite tutti qualche malignità sul mio conto, così saprò che per voi valgo qualcosa! Non dite cose amabili altrimenti sono finito”.
Il post ufficiosamente termina qui.
Lasciatemi aprire un’altra parentesi però. Due minuti del vostro tempo e poi tolgo il disturbo.
A me pare (posso dirlo a voce alta, proprio perché grazie a quella iniziativa ho potuto conoscere profondamente la blogosfera) che i lettori comuni, quelli sconosciuti e ritenuti da alcuni “inutili”, e che non si danno arie da blogstar… quelle persone, dicevo, non arretrano davanti alla possibilità di interagire con una nuova realtà editoriale. Curiosi, onnivori, sensibili nei confronti di certe tematiche, non si spaventano per nulla, anche se devono sborsare addirittura una decina d’euro.
Ci sono poi altri soggetti, che ponendosi da sé su un piedistallo, ti danno a intendere che già è un miracolo se accetteranno di leggere il tuo libro. Tu, squallido editore ignorato da tutti, devi pregare certa gente. Ed è con un gesto magnanimo che condiscendono a prendere in minima considerazione la robaccia che hai editato. Gente senza passione, senza entusiasmo, con la puzza sotto il naso e già prevenuta nei riguardi di un autore esordiente. Ne ho conosciuti parecchi di tizi così, ma adesso vado avanti per la mia strada senza chiedere più nulla a nessuno.
Tranne a Walter, ovviamente.
Male che vada, c’è sempre Silvio.
Aldo Moscatelli
Leggevo con interesse questo topic sul forum di Biblogs, avviato da Kinsy prima sul suo blog e poi sul social network già nominato.
La domanda è: in un romanzo o un racconto, è più importante la storia narrata o il modo in cui l’opera è scritta?
Devo ammettere che la mia professione di editore mi permette di monitorare le tendenze narrative, almeno fra gli scrittori esordienti, quindi credo di poter dire che allo stato attuale è assai in voga il lavoro senza trama alcuna, basato fondamentalmente su quello che chiamano il “flusso di coscienza” (stream of consciousness). O tutt’al più su trame esigue e su una spasmodica attenzione nei riguardi dello stile.
Come lettore non gradisco molto quel modo di scrivere (al momento evito accuratamente Joyce, ma da qualche parte ho ancora “Gente di Dublino” e prima o poi dovrò cominciarlo).
La mia visione della letteratura è un po’ differente. A parer mio ogni romanzo dovrebbe possedere una trama minimamente delineata, altrimenti si va a parare da altre parti (molti partono con l’idea di scrivere un romanzo e finiscono per dare vita a un saggio: parola di editore). Chiaramente la scrittura è importantissima: se un’opera risulta carente su quel versante, anche la trama più originale perde valore. Ma è lapalissiano, dal momento che tutti i libri dovrebbero (il condizionale è d’obbligo, ahimé) presentare una scrittura almeno corretta e senza incertezze.
Dipende anche dal contesto: la forma-racconto meglio si presta a elucubrazioni di vario genere, mentre la lettura di un romanzo privo di trama rischia di diventare assai pesante. Eccezioni, come al solito, ve ne sono. Faccio qualche esempio: “Dialogo tra Monos e Una”, novella di Poe (sapete quanto lo adoro) che, essendo sprovvista di trama, mi ha sempre annoiato parecchio. Ma dello stesso autore apprezzo “Re Peste”, anch’esso (quasi) privo di una storia vera ma talmente assurdo e grottesco da coinvolgermi parecchio. Però non lo leggo da una vita, magari oggi ne parlerei in termini meno positivi.
Romanzi senza trama… penso a “Gita al faro” della Woolf, per me scritto benissimo (appunto) ma tedioso come pochi altri. Un esempio contrario (bel romanzo di contenuto ma poco sviluppato nella storia) non mi sovviene, ma nel topic qualcuno ha citato “Espiazione” di McEwan, che non ho letto.
Comunque, alla fine mi sa che un po’ tutti (me compreso) sono d’accordo nel dichiarare che i lettori gradiscono i libri in cui c’è una bella trama e una bella scrittura. Di mio aggiungo che un romanzo o una serie di racconti senza trama rischiano di trasformarsi in qualcos’altro o di risultare alla lunga stancanti. Oltre che pedissequi. Rifarsi esclusivamente ai pensieri che ci passano per la mente (il flusso di coscienza, appunto) e basta, può risultare parecchio controproducente. Quei pensieri, infatti, vanno comunicati mediante modalità espressive nuove, altrimenti si rischia di dire quel che altri hanno già detto, e magari nella medesima maniera. Tentativi d’imitazione de “La coscienza di Zeno” ce ne sono a iosa. Allo stesso modo, concentrarsi esclusivamente sul modus scrivendi può condurre a uno sterile tecnicismo, affascinante quanto si vuole ma dopo un po’ (in generale) stancante.
Ho l’impressione, al riguardo, che l’equilibrio ideale tra scrittura e trama si stia un po’ perdendo, a favore di una o dell’altra. E questo non mi garba, come lettore. Troppo spesso ci si concentra esclusivamente su uno dei due elementi. Premettendo che ognuno è libero di scrivere quel che gli pare e come gli pare, ritengo pure che in certi casi, dietro tutti quei pensieri ammassati come sardine, dietro quello stile ricercatissimo e asettico, vi sia pure una clamorosa mancanza di creatività.
Mi spiego meglio; spesso leggo lavori di persone che hanno affrontato un’esperienza particolare e poi, ritenendola degna d’interesse, l’hanno narrata in un romanzo, colmando l’opera di impressioni e discorsi sul tema preso in esame, senza alcuno sviluppo sul fronte della trama.
Risultato? Un’autobiografia, al massimo un saggio di taglio psicologico.
Mi domando: il romanzo dov’è? E mi chiedo anche (intendiamoci, è un’impressione, e parlo in linea mooolto generale): non è che alcuni autori rinunciano alla trama perché, in fin dei conti, in quel momento non hanno grandi idee in proposito? Il flusso di coscienza non potrebbe essere, delle volte, un modo per mascherare l’incapacità di prendere carta e penna e mettere su una storia con un inizio e una fine? Cosa che può sembrare semplice, e che invece è complicatissima.
In vita mia, come scrittore credo di aver pubblicato soltanto un lavoro di quel tipo (il racconto “Istantanea”, forse qualcuno di voi lo ricorda). Mi sono guardato bene (non “visto bene”, altrimenti Laura mi bacchetta!) dall’inzeppare la raccolta – nella sua globalità – di novelle identiche a quella, altrimenti il libro ne avrebbe risentito, in special modo la scorrevolezza e la varietà di temi e linguaggi.
A proposito di linguaggi: amo la scrittura ricercata, non ne ho mai fatto mistero. Anche in questo caso, però, devo ammetterlo: non basta. Leggo tomi di 400 pagine scritti da dio, ma che vorrei chiudere per sempre a pagina otto. Mattoni indigeribili per chiunque. Purtroppo non sarebbe deontologicamente corretto fare nomi o citare brani, ma vi assicuro che a volte certi scrittori, specie esordienti, sembrano gareggiare fra loro per la frase più complicata, il periodo più cervellotico, il termine più aulico, lo sperimentalismo più inutile (e poi si nascondono dietro l’avanguardismo, come se tutto ciò che è bizzarro fosse “avanguardia”). Anche questo, francamente, non mi garba.
In qualità di editore ho pubblicato di recente due libri (“Lapsus” e “Altrove da me”) che sicuramente sperimentano sul fronte stilistico (più il primo che il secondo), e sicuramente si concentrano sui contenuti (più il secondo che il primo), ma hanno anche una trama, un insieme di vicende che si rincorrono e si susseguono, un inizio e una fine. Per questo ne vado orgoglioso.
Insomma, secondo me se in un libro c’è una trama, è meglio. Perché si può essere complessi e profondi anche senza dover ricorrere a contorsioni mentali ed esercizi di stile.
La grande complessità delle cose apparentemente semplici, si sta un po’ perdendo. E lo dico con rammarico.
Aldo Moscatelli
Riprendiamo le nostre interviste per la serie “Prospettive ribaltate”.
È da un po’ che volevamo porre qualche domanda a Matteo Scandolin (Grandi Speranze, ma anche Inutile on line), ma tra gli impegni sempre più pressanti dei sottoscritti, e quelli altrettanto gravosi dell’intervistato, per un po’ non se n’è fatto nulla.
Ripariamo oggi, pubblicando il questionario debitamente compilato inviatoci da Matteo.
A tutti voi, auguriamo una buona lettura e un buon fine settimana.
I sognatori
1) Domanda di rito: ricordi il primo libro letto?
Onestamente no. Credo sia stato qualcosa di Salgari, qualche Sandokan. Di sicuro le prime cose che ho letto sono stati i fumetti, Disney e Marvel.
2) Recentemente hai resettato il tuo blog, ma ricordiamo varie recensioni (chiamiamoli pareri, altrimenti qualcuno si arrabbia) inerenti libri, musica e cinema. C’è un filo rosso che unisce queste tre passioni? E per caso una emerge sulle altre?
Il filo rosso è l’abitudine: sono abituato da sempre a vedere libri in casa, e leggerli. In famiglia ho chi i film li fa, e penso che una qualche influenza l’abbia avuta su di me. In ultimo, esistono anche i non-appassionati di musica?
Più in generale, Grandi Speranze ha come filo conduttore la cultura: quindi fa tutto brodo. Poi cerco di tirare una somma, di far quadrare i conti alla fine della giornata oppure di prendere atto degli scollamenti tra idea e realtà, e cerco di andare a letto potendomi dire: «d’accordo, questa cosa è cultura, la mia declinazione di cultura, quest’altra cosa no». Com’è ovvio, andarsene a dormire con le idee chiare è una meraviglia che capita poche volte l’anno. Di solito abbozzo, sbatto contro i muri al buio cercando l’interruttore.
3) Ti è mai capitato di scontrarti con uno scrittore per via del giudizio da te espresso sul suo libro? E in linea generale, cosa pensi delle “ingerenze” di certi scrittori poco inclini ad accettare critiche?
Più che scontrarmi, incontrarmi. Per via telematica e di persona, dopo una mia quasi critica. Il libro, per la cronaca, non m’era piaciuto per niente.
In generale sono più che favorevole a un dialogo tra autore e tutto-il-resto-del-mondo. Si parte dal rispetto reciproco, sennò si va poco lontano. Poi magari il dialogo può essere anche acceso, ma si deve partire dal rispetto reciproco; e al rispetto reciproco si deve arrivare. Magari l’autore ha qualche idea in più sul percorso che sta compiendo, e il resto-del-mondo qualche idea in più su come funziona la mente perversa dell’autore.
Autori che s’incazzano perché una delle loro grandiose opere non è piaciuta, o critici che s’incazzano perché il loro parere non viene assurto a legge: non dovrebbero esistere. Loro, e la gente che si scandalizza perché qualcuno la pensa in maniera diversa, o i “tu non sai chi sono io”, o gli stronzi in generale mi danno molto fastidio. Toglierei i diritti civili, a gente così (poi sarei io l’estremista, N.d.Aldo).
Forse la faccio un po’ facile, ma deve essere così. Non è tanto questione di scrittura e di critica: è questione di civiltà.
4) Sappiamo che adori Carver. C’è un suo lavoro che, come si suol dire, ti ha fulminato sulla via di Damasco, entrandoti dentro per non uscirne mai più?
Il nuovo sentiero per la cascata. Non è la prima cosa che ho letto, ma sono poesie illuminate da una luce fortissima, e discreta, e molto bella. Sono le poesie che ha scritto pochi mesi, pochi giorni prima di morire di cancro. C’è un’accettazione di tutto quello che gli sta succedendo che è meravigliosa, trascende qualsiasi “vittimismo” di situazioni simili (con tutto il rispetto per chi queste situazioni le vive o le ha vissute), e possiede dei versi precisi, fino all’osso.
Sono d’accordo con Salman Rushdie, che dice «Leggete tutto quello che Carver ha scritto».
5) Recentemente invece ti sei avventurato nella lettura di “Orgoglio e pregiudizio” (Matteo è uno di quelli che, leggendo il romanzo, ha socchiuso gli occhi, ha poggiato il libro sul petto e ha sussurrato “Oh… Darcy!”, n.d.Aldo Moscatelli), che se ben ricordiamo ti è piaciuto parecchio. Ma c’è un mega-classico della letteratura che proprio non sopporti?
Oh, non ho mai sopportato D’Annunzio. Sono convinto che ci sono stati autori di quel periodo che i programmi scolastici sottovalutano clamorosamente - uno su tutti: Gozzano. Ho poca simpatia anche per Balzac e Zola e quasi tutti i russi “classici”. Mentre invece ogni estate mi faccio fuori un libro di Dickens, che è una delle mie basi.
Di recente ho ereditato la biblioteca di mio padre, quasi quattromila libri tra prosa e saggi (pochissima poesia): purtroppo nella casa nuova non ci stanno tutti, e sto eliminando proprio a partire dalle mie personali antipatie. Sto facendo molti regali, ultimamente.
Per inciso, mio caro: Darcy è un figo da paura.
6) Sei uno scrittore a tua volta. In proposito c’è chi sostiene che per diventare un bravo scrittore sia necessario leggere molto, e chi, al contrario, esprime l’esigenza di un approccio “puro” alla scrittura, svincolato da ciò che altri hanno già detto e fatto. Tu come ti comporti al riguardo?
Leggo tutto, il più possibile, qualsiasi cosa che mi capiti sottomano. Istintivamente alterno due o tre romanzi con un libro “diverso” (saggio, articoli, fumetto, qualcosa d’altro), ma non ho limiti. Leggo tutto e il più possibile perché mi piace smembrare i pezzi che più mi piacciono e capire come funzionano, quando li incontro. Sennò, come faccio a imparare a scrivere?
7) Il 2007 non si è concluso poi da molto. C’è qualche libro (letto in quei 365 giorni) che senti di consigliare a chi ci segue?
So che vorresti che dicessi qualche titolo de I Sognatori, ma, HA!, non ti darò questa soddisfazione!
Anche se non è un libro, credo di aver letto una delle cose più belle della mia intera vita verso la fine dell’anno: è un racconto di Marco Montanaro, Senza nausea. Ho insistito molto per pubblicarla come ultimo pezzo del 2007 di Inutile, ma non posso dare link perché tutti quei dati sono andati persi (piano piano li recupereremo). È davvero un bellissimo racconto.
Libro vero, vediamo... Il castello di Dumala di Von Keyserling (anche se gli ho preferito Onde). La guerra in casa di Luca Rastello (bravissimo). La posizione della missionaria di Christopher Hitchens. L’ombra del vento di Záfon. I primi che mi sono venuti in mente guardando la libreria...
Ah, e dimenticavo: alcuni libri de I Sognatori, per esempio la bellissima raccolta Un sogno dentro a un sogno...
8) Immagina di avere a disposizione la macchina del tempo di Wells, e che ti venga offerta l’opportunità di far visita a uno scrittore del passato. Chi sceglieresti e cosa gli chiederesti?
Charles Dickens. Vorrei sapere se gli dà fastidio che il mio sito si chiama come uno dei suoi libri...
9) Ultima domanda (la più odiata!). La casa è in fiamme, e puoi salvare soltanto cinque libri tra quelli presenti nella tua personalissima biblioteca. Quali metteresti in salvo?
L’ultimo sentiero per la cascata di cui sopra. I barbari di Baricco, ch’è un libro che mi ha affascinato moltissimo. Oceano mare, sempre di Baricco: uno dei migliori libri mai letti. V per Vendetta di Alan Moore e David Lloyd. E Una storia tra due città, a oggi il mio Dickens preferito.
“ALTROVE DA ME”, di LUCILLA GALANTI
presentazione di Aldo Moscatelli
Comincio a credere di essere affetto da una certa vena masochistica: ultimamente ho la tendenza a pubblicare libri difficilmente inquadrabili e quindi poco agevoli da presentare con le solite frasi di rito. Ma quando punti sull’originalità, certi rischi devi metterli in conto.
Va beh, io ci provo lo stesso.
La prima volta in cui mi sono imbattuto in “Altrove da me”, ho pensato (da buon cinefilo): se il vecchio Cronenberg (quello della “nuova carne”, per intenderci) o il vecchio Polanski (quello di “Repulsione” e “L’inquilino del terzo piano”) leggessero il romanzo di Lucilla, ne trarrebbero di corsa un film.
“Altrove da me”, infatti, è un romanzo che può ricordare da un lato le nevrosi del cinema polanskiano, dall’altro la cruda visionarietà del già citato regista canadese.
Pensieri miei, tengo a specificarlo, era giusto per darvi un’idea. Non posso confermare l’influenza dei due geni della celluloide sull’opera di Lucilla. Che, ovviamente, si nutre di suggestioni letterarie. Kafka, per esempio, ma anche le speculazioni filosofiche di Sartre giocano la loro parte. Per una questione di completezza aggiungerei pure Pessoa e certo Burroughs. Alcune sequenze – davvero assurde – si collocano a metà fra il dramma esistenziale e l’allegoria dada. Non mi piace privare il lettore del gusto della scoperta, ma vi basti sapere che in una sequenza la protagonista parla con un muro, in altre è costretta (suo malgrado) ad osservare strane trasmutazioni corporali, per non parlare delle sequenze che hanno ispirato la copertina di Francesca Santamaria.
No, non è un horror, né un romanzo grottesco tout court.
È nero. Non “noir”, proprio nero. A tratti nero come la pece. Parla di disagio, quello che attanaglia l’esistenza della protagonista, e che blocca ogni via di fuga, reale o irreale. Può far male, “Altrove da me”. E indurre più di qualcuno alla riflessione. Perché l’oppressione che la vita esercita nel quotidiano, il peso della routine, la mancanza di spiragli, il nero che come un drappo cala su di noi quando – anche per un minuto – ogni speranza è persa… tutto questo, dicevo, è stato mirabilmente rappresentato da Lucilla. È evidente la volontà di scandagliare i meandri di una mente “particolare” (quella della giovane protagonista) per poter universalizzare il messaggio di fondo (cito: “Io credo che ognuno di noi sia un po’ schiavo di un proprio, personale Disagio, è una cosa naturale. E quindi il suo Disagio si manifestava in modo diverso dal mio, in un’altra stranezza, un’altra diversità”).
A stemperare il tutto, un umorismo nero di rara efficacia e picchi di lirismo notevoli (leggetevi “Il ricercatore di meraviglie”, poi fatemi sapere; anche la disquisizione sulla “notte” e i suoi significati/significanti va più che bene).
Ma come è scritto, questo romanzo? Beh, un autore originale lo è sino in fondo quando tenta di dire cose nuove mediante moduli narrativi nuovi. Lucilla, se vogliamo (già immagino i cori: “eh, addirittura!”) può essere accostata a Céline. Faccio riferimento a una scrittura volutamente scarna, gergale, a sprazzi ripetitiva, di sicuro sperimentale. Con distinguo disseminati qua e là. Un bravo scrittore sa spaziare sapientemente, anche sul fronte tecnico.
Ai lettori incontentabili, offro qualche altro paragone, premettendo però che – a parer mio – “Altrove da me” ha peculiarità in grado di distinguerlo da tutto quel che si legge ultimamente.
Allora, se vogliamo possiamo tirare in ballo il nichilismo di Palahniuk. La protagonista del romanzo in qualche modo lo è, nichilista, quindi immagino che il raffronto possa andar bene. È un tipo di nichilismo differente, però; quello di Lucilla è più “intimo”, non saprei spiegarmi meglio.
A proposito, ecco un’altra peculiarità: la ragazza al centro delle vicende è per nulla ordinaria (una che se ne va in giro di notte con le fidate babbucce ai piedi, non può essere considerata tale), e certe volte i suoi discorsi lasciano allibiti (sospettando che uno dei genitori tradisca l’altro, arriva a desiderare tranquillamente “… un gesto di pazzia del padre nei confronti dell’amante, che so, spaccargli la testa con una bottiglia, anche senza ucciderlo, o la morte accidentale di amante, padre o madre), c’è del cinismo a tratti allarmante e – appunto – uno spiccato nichilismo di fondo. Nonostante ciò, la protagonista ispira immediata simpatia, e al lettore non resta che soffrire insieme a lei, in un rapporto empatico che soltanto gli scrittori di talento riescono a creare.
C’è un passaggio che a me piace molto, e che ben descrive l’approccio verso la gente e la realtà del personaggio principale:
“Il fatto è che il mio carattere non è un problema mio. Casomai degli altri. Ho sempre pensato che fosse meglio perdere qualcuno, piuttosto che impegnarsi per farsi accettare. È una tristezza dover cambiare per non essere rifiutati. Cambiare per se stessi mi risulta al limite concepibile, dal momento che uno con se stesso deve convivere tutta la vita, e quindi forse è meglio venirsi un po’ incontro, ma cambiare per gli altri, cioè per una presenza incostante e anonima, non credo valga la pena. Sono estremamente comprensiva verso di me. Ho sempre ritenuto i miei difetti trascurabili, quelli degli altri insormontabili, poiché nessuno è indispensabile oltre se stessi, pezzi facilmente intercambiabili insomma, se non ti vanno a genio. Qualcuno questo lo chiama egoismo. Io preferivo chiamarlo intolleranza verso il mondo esterno”
Credo che quanto già detto possa fornire un’idea del romanzo, o almeno di cosa vi attende se deciderete di acquistarlo. Ma a parte le stranezze già elencate (e sono molte di più, ve lo assicuro), vorrei dirvi cos’altro ha di speciale “Altrove da me”. La sua dote peculiare, probabilmente. Lo so, parlo a titolo personale, ma non dimenticate che: A) sono un lettore, B) ho troppo rispetto degli altri lettori per prenderli in giro, C) non pubblico il primo che capita, e chi mi conosce un minimo lo sa bene.
Allora, secondo me un grande pregio del romanzo è quello di essere maledettamente scorrevole e al contempo pieno di riflessioni e sottesi. Ho citato Kafka e Sartre, in precedenza, e non è un caso. Ora, dal momento che troppo spesso un romanzo risulta interessante ma farraginoso, oppure da leggersi in un fiato ma insipido sul fronte contenutistico, ritengo che la sintesi operata da Lucilla abbia non dico del miracoloso, ma almeno del sorprendente.
Sorprendente è pure la vita dell’editore. Due mesi fa mi trovavo a presentarvi quel bravissimo autore affetto da sindrome di Peter Pan che è Flavio Pagani (classe 1967), e oggi mi ritrovo a parlarvi di una bravissima scrittrice che potrebbe essere sua figlia (classe 1987).
Lucilla è giovane, ma già denota un potenziale letterario enorme. “Altrove da me” è la sua opera prima, e merita di essere conosciuta. Altro non dico, onde evitare che qualcuno si limiti a sollevare le spalle pensando (erroneamente) che di questo libro devo parlare bene per forza perché l’ho pubblicato io. Attenzione, la verità è un’altra: questo libro l’ho pubblicato io perché… col cavolo che lo lasciavo in mano alla concorrenza! Di rado uno scrittore riesce a stupirmi; Lucilla ci è riuscita, quindi tanto di cappello. Se devo investire risorse, devo essere convinto di quello che faccio. E di quello che dico.
Poi la parola sta ai lettori, per carità. Ma i lettori potranno dire la loro solo dopo averlo valutato. Io l’ho già letto, quindi dico la mia.
E allora consiglio questo libro a tutti. A chi ama leggere buoni libri, e apprezza gli scrittori che non si limitano a svolgere il solito “compitino”, ma tentano fra mille difficoltà di creare un’opera fresca, accattivante e di contenuto, senza però rinunciare a quell’immediatezza comunicativa che distingue il polpettone indigeribile dal romanzo che sa parlare al cuore e alla mente del lettore.
Come “Altrove da me”, di Lucilla Galanti.
Io ho detto la mia. Ai lettori l’ardua sentenza…
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Neanche il tempo di scrivere un post sull’arroganza di quegli scrittori che, a seguito di una stroncatura o di un parere negativo, si precipitano sui blog altrui per coprire d’insulti il recensore o pretendere platealmente spiegazioni, che già qualcuno mi segnala un nuovo (l’ennesimo, a quanto pare) tentativo d’intromissione nella libera critica della rete.
Non farò il nome di chi ha inviato la solita predica (scrittore affetto da quella che io chiamo la “sindrome di sapientino”), né quello di chi lo ha ricevuto (prego il blogger in questione di fare altrettanto) o il contesto in cui si è svolto il fatto. Non voglio garantire pubblicità gratuita a certa gente. Perché questi signori, ormai mi sembra chiaro, intervengono pubblicamente nella speranza di guadagnare ulteriore visibilità. Qui non l’avranno.
Per farla breve, lo scrittore ha chiesto a colui che ha espresso in maniera stringata (perché il contesto non richiedeva in alcun modo di argomentare) un parere sulla sua opera di:
a) spiegare bene che ruolo riveste nell’ambito letterario (stai a vedere che adesso un semplice lettore non può esprimere un giudizio, per quanto duro o burlesco: forse tale privilegio è alla portata unicamente di critici, giornalisti e letterati? Se è così, siamo messi bene!);
b) motivare meglio il parere (come se cambiasse qualcosa: se un libro mi fa schifo posso scrivere un papiro di trenta pagine o un commento di due righe, il risultato non cambia).
Il commento inizia bene (allude alla superficialità del suo stesso lettore) e si conclude anche meglio (fa notare che i suoi libri piacciono a tutti – ma va? – e che è amico di un famoso scrittore: così, tanto per vantarsi pubblicamente). La cosa che più irrita è che lo scrittore affetto dalla sindrome di sapientino tenta di creare un fasullo clima di dialogo mediante frasi di una retorica insopportabile (io accetto le critiche, io so imparare dagli errori, io non sono perfetto). Dichiarazioni che, se sincere, meritano un plauso, ma che in quel contesto puzzano lontano un miglio di “frasi fatte”.
Ma c’è chi ha fatto di peggio.
Purtroppo non riesco a trovare il commento di quella imbecille che, sul blog di un’amica, ventilò di essere immune da critiche perché (la gran dama di ‘sta cippa) è in possesso di ben due lauree. A farmi girare i cosiddetti sono stati i toni utilizzati: saccenti, con ricorso abbondante al turpiloquio (ormai utilizzare il vetusto “non sono d’accordo con te” è considerato tempo perso, meglio ricorrere al più sbrigativo “tu non capisci un cazzo”).
Roba di cui vergognarsi. Io, come scrittore, mi sono vergognato per lei. Mi ha fatto pena, veramente.
Tali soggetti mi ricordano quegli uomini politici che accettano e difendono la satira quando viene indirizzata contro i loro avversari, schiumano di rabbia quando sono loro a “subirla”.
O, per fare un altro esempio, quei pedoni che ne dicono di tutti i colori agli automobilisti indisciplinati, salvo poi guidare come invasati una volta a bordo della propria vettura.
Volete un consiglio? Ignorateli. Ignorate chi desidera calamitare l’attenzione attraverso le polemiche sterili. È questo che vogliono, altrimenti cercherebbero il confronto in altri modi e in altri termini.
Nell’altro post c’è chi ha fatto notare (giustamente, non lo nego) che certi lettori si divertono a stroncare. Così, tanto per. È vero. Infatti come scrittore non mi sento in dovere di rispettare tutti. Perché penso che non tutti i pareri siano uguali. E credo anche che certi pseudo-lettori, di letteratura non capiscano nulla. Mica lo nego. Per questo è importante capire ogni volta chi si ha di fronte: il lettore che (è una colpa?) non ha gradito, o il saccentone (e sono tanti) che si limita a blaterare “questo libro fa schifo, quest’altro pure”.
Il punto è: se qualcuno, fra le quattro mura virtuali del proprio blog, desidera dichiarare senza fronzoli: “a me quel libro fa schifo”, perché devo impedirglielo? Sta a colui che esprime il giudizio motivare o meno, ma non ha obblighi al riguardo. Deve però rendersi conto che, così come lo scrittore (nell’atto stesso di pubblicare) si espone al giudizio altrui, anche il lettore (nell’atto stesso di buttar giù una recensione pubblica) si espone alle critiche altrui. Quelle degli altri lettori, però, non quelle dell’autore! Quest’ultimo deve evitare ingerenze, e intervenire solo se interpellato. Altrimenti è liberissimo di formarsi un’idea e tenerla per sé. Perché ridursi a scenate da primadonna?
Assumere sempre e comunque un atteggiamento critico, questo è l’importante. Non prendere mai nulla per oro colato. Verificare prima di dichiararsi d’accordo o meno. Ma ribadisco: queste sono azioni che deve compiere il bibliomane di turno, colui che ha la possibilità di stabilire se il parere di quel tale lettore è veritiero o meno. Non lo scrittore.
Figuriamoci! Non vi è nulla di più lapalissiano rispetto a un autore che difende la propria opera. Sorprenderebbe il contrario.
Riassumendo.
COME LETTORE:
- se ho voglia di stroncare un libro, motivando per filo e per segno la mia opinione, devo essere libero di farlo;
- se ho voglia di stroncare un libro senza fornire alcuna spiegazione che sappia andare al di là del consueto “perché per me è così”, devo essere libero di farlo.
COME SCRITTORE
- se ho voglia di confrontarmi con chi ha stroncato la mia opera, devo farlo nella maniera più discreta possibile, evitando di spettacolarizzare la mia posizione; un messaggio privato è l’ideale, e se mi presento in “casa” (leggasi: blog, siti, forum, spazi condivisi dai lettori) di altri individui, devo pulire per bene la suola delle scarpe, chiedere permesso e tenere a mente che quella non è “casa” mia, e se la cosa non mi va giù nessuno mi obbliga a restare;
- se non ho voglia di confrontarmi con chi ha stroncato la mia opera, perché ho ben compreso che il recensore ha letto con qualunque parte anatomica il mio libro, eccezion fatta per gli occhi, sono libero di considerare quel lettore un perfetto imbecille e passare oltre, nella speranza che i suoi utenti (se ne ha) non raccolgano in maniera acritica le sue parole.
Tutto qui.
L’ho detto e lo ripeto: lo scontro “spettacolare” non serve a niente, chi ne fa abuso desidera soltanto procacciarsi un po’ d’attenzione (lo scrittore) o veder aumentare il numero di visite sul counter del proprio blog (il lettore).
E quanti di voi sono disposti ad assecondare le manie di protagonismo di questi tristi figuri?
Aldo Moscatelli
Luoghi comuni sui lettori (bibliomani, intendiamo), ce ne sono tanti.
Ma si tratta davvero di luoghi comuni?
Ne elenchiamo alcuni, voi diteci se corrispondono a realtà o se si tratta di fesserie da sfatare:
1) I lettori hanno il comodino zeppo di libri;
2) I lettori leggono ovunque, anche (a volte soprattutto) in bagno;
3) I lettori odiano (o guardano assai di rado) la televisione;
4) I lettori hanno la testa fra le nuvole;
5) I lettori attaccano a parlare di libri non appena si presenta l’occasione giusta;
6) I lettori accumulano materiale da leggere e non riescono mai a starci dietro;
7) I lettori sono un po’ snob, e si ritengono superiori ai non-lettori;
8) I lettori vengono colti da crisi compulsive nelle vicinanze di una libreria;
9) I lettori sono esterofili;
10) I lettori vorrebbero a loro volta scrivere un romanzo di successo;
11) I lettori hanno almeno un parente stretto che li prende in giro per la loro passione;
12) I lettori amano fare sfoggio di cultura;
13) I lettori hanno una lista (perlopiù mentale) di libri preferiti, che aggiornano assai di rado;
14) I lettori difficilmente cambiano idea su un libro;
15) I lettori vanno (o andavano) male in matematica, ma prendono (prendevano) buoni voti nelle materie umanistiche.
16) I lettori hanno gli occhiali, anche se a volte li nascondono;
17) I lettori sono sfigati e/o poco pragmatici.
Ovviamente, non c’è alcun bisogno di rispondere sì o no a tutte le domande: se volete farlo non ci sono problemi, ma potete limitarvi a una panoramica generale, se preferite.
E non pensate soltanto a voi stessi! (altrimenti difficilmente qualcuno ammetterà di essere “snob” e/o sfigato). Pensate anche ai lettori che conoscete bene, di persona o virtualmente.
Siamo curiosi di vedere che quadro ne uscirà fuori…