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martedì, 30 settembre 2008

ESPERIENZA TRAUMATICA (REALE)  NARRATA SOTTOFORMA DI DIALOGO (IMMAGINARIO) DA TRAGEDIA ESCHILEA

 

Personaggi

Aldo Moscatelli (AM)

Editore Spara-balle (ES)

Il coro degli scrittori esordienti truffati (CORO)

 

Luogo

Immaginario. Qualcosa di polveroso, comunque.

 

Tempo

Presente. Le allusioni al passato riguardano invece l’anno di grazia 2004.

Scusate se non faccio nomi e cognomi, ma i fighetti dell’editoria hanno la denuncia facile, e una querela è l’ultima cosa che mi serve. Poi devo finire di leggere il Tristano di Thomas Mann, perdere tempo girovagando per i tribunali non mi va.

Tuttavia, chi potrà e vorrà intendere… intenderà.

 

 

AM: Buongiorno

ES: Buongiorno

AM: Noi due ci conosciamo…

ES: Probabile.

AM: Ho la memoria lunga. Mi ricordo di lei.

ES: Beh, io sono un editore, ho a che fare con un mucchio di gente. Lei scrive?

AM: Sì.

ES: Anch’io!

AM: Lo so.

ES: Le interessa pubblicare con la mia casa editrice?

AM: Un tempo sì, m’interessava.

ES: Adesso non più?

AM: No. Sa, ormai ho una mia casa editrice…

ES: Ma allora lei è un collega.

AM: Diciamo di sì.

ES: E come vanno le cose?

AM: Potrebbero andare meglio. Sa, non chiedendo alcun contributo editoriale, la strada è tutta in salita…

ES: Eh, la capisco. Anche la mia casa editrice è contraria alla richiesta di contributo.

AM: Davvero?

ES: Certamente.

AM: Davvero?

 

CORO:

Il malvagio che si attorciglia tra le colpe,
a morte certa è destinato!

 

ES: Mi perdoni ma… sta forse cercando di insinuare qualcosa?

AM: Non insinuo. Affermo.

ES: Beh, allora sia più chiaro. Io ho una reputazione da difendere!

AM: Verissimo. Oggi un mucchio di gente la considera un grand’uomo, perché con la sua casa editrice dichiara di aborrire il contributo. Ma fino a qualche anno fa non la pensava nello stesso modo….

ES: Lei mente.

AM: Le rinfrescherò la memoria, allora. Nel febbraio 2004 le ho inviato un mio romanzo, che è stato valutato da un suo collaboratore e giudicato degno di pubblicazione. Poi lei mi ha contattato personalmente, dichiarando che per poter pubblicare con la sua casa editrice è necessario essere socio di quella che lei definisce “un’associazione”, ma che in realtà è una casa editrice a tutti gli effetti, avendo scopi di lucro.

ES: Beh, a dire il vero non ha scopi di lucro.

 

CORO

Ricchezza non giova ai morti!

 

AM: Ah no? Bizzarro. Credevo che editare romanzi per poi venderli sul mercato con la speranza di guadagnarci quanto più possibile, fosse prerogativa degli enti con fini di lucro.

ES: Se anche fosse, non ci vedo nulla di male in tutto questo. Crede forse che le scarpe che indosso me le abbiano regalate?

AM: Affatto. Ma il negoziante ha esposto il cartellino col prezzo, lei sapeva esattamente quanto costava quel paio di scarpe. Ha avuto tutte le informazioni necessarie. Peccato che lei, come editore, non faccia altrettanto con gli scrittori esordienti.

ES: Chi visita il mio sito sa perfettamente che siamo contrari alla richiesta di contributo, da sempre.

 

CORO

Fandonie, fandonie!

Non vi è riparo allo sterminio
per l'uomo che, imbaldanzito
dalle ricchezze, ha diroccato
il grande altare della Giustizia.

 

AM: Da sempre?

ES: Sì, da sempre.

 

CORO

Stronzate, stronzate!

 

AM: Lasci che le rinfreschi un altro po’ la memoria, allora. Nel luglio del 2004 lei mi invia una mail nella quale dichiara che è disposto a pubblicarmi, specificando però che “all’autore chiediamo di garantire la vendita di almeno 80 copie del libro per poter affrontare le spese di stampa e promozione, ma con uno sconto sul prezzo di copertina”. Tradotte in parole povere, io avrei dovuto sganciarle anticipatamente almeno 500-600 euro. Questa, mio caro signore, si chiama richiesta di contributo editoriale. Lei dichiara di aborrire qualcosa che fino a qualche anno fa le faceva gola.

ES: Suvvia, 500 o 600 euro non sono nulla rispetto alla cifra che chiedono altri! Poi, ora che ricordo, noi il contributo lo chiedevamo soltanto ad alcuni, mica a tutti. E questa cosa era ben specificata nel sito.

AM: Esatto. Fu proprio per questo motivo che in seguito a quella richiesta le scrissi: “ad ogni modo sono contrario per principio ad acquistare tot copie di un libro che io ho faticosamente assemblato. Lo scrittore deve scrivere, a investire deve essere l’editore. Se declino la sua offerta, qualcun altro prenderà il mio posto per il semplice motivo di poter disporre di una cifra che a me, in questo momento, manca. Qui la discriminante non è affatto il talento. Poi suddividere gli scrittori in “scrittori di serie A” (senza richiesta di contributo) e “scrittori di serie B” (con richiesta di contributo”) a me sembra assurdo”. Che razza di etica è? Una cosa o è ingiusta per tutti o non lo è per nessuno. La verità, quella che lei oggi non vuole ammettere, è che a voi servivano polli da spennare, così (con la vecchia tattica del colpo al cerchio e un altro alla botte) lucravate su alcuni per favorire altri. E chiaramente per favorire voi stessi, altro che associazione senza scopo di lucro!

ES: Adesso mi ricordo di lei! Lei è quell’editore che ho contattato pochi mesi fa tramite mail, per aggiornarlo sulle uscite della mia casa editrice!

AM: Già. Però quelle mail le chiami col loro nome: spam.

ES: Sono mail pubblicitarie.

AM: Che nessuno vi ha chiesto.

ES: Ecco perché lei ce l’ha tanto con me: perché non ho pubblicato il suo romanzo!

AM: No, io ce l’ho con lei perché mi ha chiesto dei soldi come uno strozzino mafioso, e adesso se ne va in giro fingendo di avere le mani pulite, utilizza argomentazioni simili alle mie confondendo la gente, che darà credito alle mie parole come alle sue, ignorando che lei ha lucrato per anni, sui sogni e sulle speranze degli scrittori esordienti.

ES: Io ho dato spazio a scrittori in gamba: nella lista il suo nome non c’è, e adesso il risentimento la sta uccidendo.

 

CORO

Chi spontaneamente, senz'esservi costretto,
si comporta con giustizia, non sarà infelice,
né mai lo coglierà totale rovina.

 

AM: Eh, guardi, non ci dormo la notte. Felicissimo di aver pubblicato quel libro con la mia casa editrice. Felicissimo di aver visto entrare un po’ di soldi nelle casse dei Sognatori, e aver potuto così pubblicare i libri degli altri. Sa, io per me non tengo nulla, però non vado in giro a dire che I Sognatori è una casa editrice senza scopo di lucro. Lei invece per campare ha dovuto chiedere il contributo editoriale, e oggi fa finta di nulla, si pavoneggia per le Fiere fingendo di avere la coscienza immacolata, parla male degli editori a pagamento, si erge a salvatore della libera e pulita editoria.

ES: Lei è nel giro da poco tempo, come si permette di fare la predica a me? Crede di poter tirare avanti in eterno con questo atteggiamento? La realtà prima o poi le presenterà il conto, e lei ci sbatterà il muso, può credermi.

AM: Già fatto. Il naso fa un po’ male, ma il muro è crollato. Eccomi qui: due anni e mezzo di attività editoriale, nemmeno un centesimo di contributo richiesto ai miei autori.

ES: Il tempo cambia le persone. Ne riparliamo tra qualche anno.

AM: Non so se ci sarò ancora. Ma stia tranquillo: se risulterò assente, vorrà dire che non ho ceduto al ricatto del contributo, che ho preferito chiudere bottega pur di non lucrare, che non ho chiesto ai miei scrittori di salvarmi il culo coi loro soldi. Come ha fatto lei, per inciso.

ES: Nel mondo editoriale vale una certa regola, che imparerà a sue spese prima o poi. Questa regola dice: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

AM: Perfetto. Lei resti qui, io vado a noleggiare una catapulta.

 

Aldo Moscatelli

p.s.

chiedo scusa a Eschilo e ai suoi estimatori per le indegne citazioni.

postato da: Isognatori alle ore 07:59 | link | commenti (14)
categorie: editoria, truffe editoriali, esperienze traumatiche
venerdì, 26 settembre 2008

ANCORA SU…

… “Hitler era innocente”, così faccio contenta un’amica e al contempo aggiorno il blog.

Si tratta della mail di una lettrice e la conseguente risposta del qui presente scribacchino.

Magari a qualcuno interesserà. Un post lunghetto, così scoraggio subito i disinteressati.

Non c’è altro da aggiungere.

Buon fine settimana a voi.

Aldo

 

“Amo Israele, ho visitato Gerusalemme e mi sono sentita come a casa: è una terra tanto straziata quanto meravigliosa […]  Questo mio discorso per farti capire quanto abbia letto con attenzione il tuo romanzo. Quindi, le tue parole non le ho solo lette, ma SENTITE in profondità, eccome se le ho sentite.
Mi è piaciuto com’è scritto. Fluido, scorrevole, a mio dire perfetto. Anche se si parla di orrore e di morte, la tua scrittura è elegante, non scade nel banale né nella volgarità, anche se descrive minuziosamente la realtà nella sua crudeltà e efferatezza. In genere quando leggo, o sono mossa nell’animo oppure no. In questo caso non è solamente il contesto che mi ha mosso, ma il fatto che tra le righe si prova la stessa sofferenza dei personaggi, l’odio, il rancore, il dolore… lo si prova attraverso le parole di Felicien, lo si avverte, ci si sente coinvolti. Anche questo è merito di chi l’ha scritto, come se egli stesso avesse provato tanta sofferenza. In effetti non ho avvertito alcun distacco, nel narratore. Lui sì, narra gli avvenimenti, ma nello stesso tempo si sente sopraffatto da quegli stessi. Si soffre con lui fino alla fine.
Ora mi domando, dove però incominci il romanzo e dove finisca la storia. Mi piacerebbe sapere come è nata l’idea di scrivere un romanzo così ostico (nel tema affrontato). Secondo me, si sente quanto è stato voluto, quante volte è stato scritto (nel senso che la forma del romanzo è perfetta, le parole non sono messe a caso, in questo romanzo si percepisce una profondissima riflessione), quanto è stato vissuto! Mi chiedo sempre, quando leggo un romanzo che mi ha colpito, da dove provenga l’idea. In questo caso vorrei prescindere dal fatto che è giusto non dimenticare… cioè immagino che sia anche per questo, ma mi chiedo se ci sia qualcosa che ti ha colpito talmente da voler a tutti i costi scriverlo. Forse mi sbaglierò, ma l’ho avvertito leggendo. Mi spiego meglio: per quanto io mi senta coinvolta e triste di fronte a certi argomenti, proprio perché mi fanno soffrire, non riuscirei a scrivere nulla a riguardo. Ecco, che ricerche storiche hai compiuto? Hai conosciuto qualcuno che ha vissuto quella triste esperienza?”.

RISPOSTA

“Ho iniziato a scrivere "Hitler era innocente" nel 2002, ma i primi tentativi in quella direzione risalgono al 1999 o giù di lì. Perchè l'ho scritto? Beh, da un lato per offrire il mio contributo alla causa della Memoria (cito le parole di Felicien), dall'altro per iniziare un lungo discorso letterario sul tema principale dell'opera, e cioè il Potere.

Fin da ragazzino, infatti, mi sono appassionato a certe dinamiche umane legate al concetto di "dominio". Ho letto un mucchio di libri in passato, esplorando da varie angolature il fenomeno. C'è stato un periodo in cui prediligevo la saggistica rispetto alla narrativa, e in effetti avrei potuto scrivere a mia volta un saggio. Invece ho preferito la forma racconto, in quanto maggiormente accessibile. Desideravo arrivare a tutti, non circoscrivere il potenziale espressivo dell'opera […]

Ho scelto la forma-racconto perché a mio modo di vedere, almeno quando vengono affrontati temi così duri, il romanzo palesa una forza comunicativa maggiore rispetto al saggio. Che a suo modo (non sempre, me ne rendo conto) è impersonale, quasi freddo nella sua lucidità. Perché deve attenersi scrupolosamente a documenti e ricerche storiografiche. Il romanzo aggiunge qualcosa, la creazione di luoghi immaginari e personaggi di fantasia amplifica l’empatia. O meglio, la possibilità che scatti l’empatia fra testo e lettore. Senza considerare che un saggio e/o un documentario ti sbattono in faccia una verità non filtrata, assai più dura da accettare. Il romanzo media, dunque risulta maggiormente accessibile. Dipende anche dal grado di sensibilità nei riguardi di certe tematiche (su questo argomento ci scriverò un post, un giorno o l’altro).

Rispondo così alla seconda domanda: in verità non ho avuto bisogno di documentarmi appositamente, un po' tutto quello che c'era da scrivere era già dentro di me, sotto forma di cultura personale. Di solito i lettori sono portati a credere che uno scrittore debba per forza di cose ricorrere all'approccio manzoniano (cioè raccogliere una serie spaventosa di libri altrui, leggerli e poi utilizzare parte delle informazioni recepite ex novo), quando invece - a volte - un autore si limita a mettere per iscritto cose che già conosce. Non ho mai avuto l'occasione di ascoltare i resoconti di un reduce, per rispondere a un'altra tua domanda: e francamente non so se dirti "purtroppo" o "per fortuna".

Sul piano documentativo ho perso una quantità enorme di tempo esclusivamente per i dettagli. Ad esempio, a un certo punto vengono citati i ghiaccioli. […] E così mi sono ritrovato a svolgere indagini sui ghiaccioli, per appurare la loro diffusione negli anni Quaranta. Tempo dopo ho letto "L'amante di Lady Chatterley", che è ambientato negli anni Venti, e anche lì vengono citati i ghiaccioli. Ecco, se avessi letto il romanzo di Lawrence prima, non avrei avuto bisogno di perdere tutto quel tempo! Ma tant'è. Paradossi del mestiere. Poi... non so, mi serviva il nome di un autore pacifista pre-gandhiano, e per giorni mi sono arrovellato il cervello. Avevo pensato a Tolstoj e ad altri, ma non volevo citare i soliti noti. Ho svolto qualche ricerca ed è saltato fuori il "Disobbedienza civile" di Thoreau, l'ho letto e ho pensato che ci stava bene […]

“Hitler era innocente” è un romanzo, non un saggio. La componente predominante è quella creativa. Qui e lì ho dovuto forzare leggermente la verità storica, a fini narrativi. La voce narrante, nel momento in cui viene chiamata a ricordare quei terribili anni (Felicien infatti narra il tutto a distanza di decenni), dichiara fin dall’inizio che “il Lager Libertà” era diverso da quelli comunemente noti. E questo per giustificare tutta una serie di anomalie. La promiscuità sessuale, ad esempio. O la forte solidarietà presente fra i deportati del secondo block, in verità rarissima nei lager, almeno a giudicare dalle testimonianze dei sopravvissuti. L’importante era creare una storia di fantasia in un contesto credibile; per questo le anomalie andavano evidenziate e spiegate subito. Ma chi può giocare consapevolmente con le discrepanze? Soltanto lo scrittore che si è documentato.

Per questo ho perso tutto quel tempo dietro i dettagli. In un romanzo, infatti, dichiarare “nel block il dialogo fra detenuti era possibile”, sebbene storicamente il dialogo fra detenuti fosse ridotto all’osso o completamente assente, non pregiudica alcunché, se premetti che “il Lager Libertà era diverso da quelli tristemente passati alla storia”. Ma collocare nel ’45 (per tornare all’esempio dei ghiaccioli) un oggetto che nel ’45 non esisteva, è assai più grave. Come lo giustifichi un errore del genere? Semplice: non puoi. Fai la figuraccia di Peter Sellers in “Hollywood party”. Ecco spiegata la cura nei dettagli. Poi – intendiamoci – una svista può sempre capitare, non è che un intero romanzo diventa illeggibile per un singolo lapsus. In “Hitler era innocente” è possibile appurare cosa mangiavano giorno per giorno i deportati, senza possibilità di errore, o conoscere nel dettaglio di cosa era composto il loro vestiario al momento dell’entrata ufficiale nel block assegnato. Non credo di aver commesso errori, se si eccettua quel che consapevolmente ho voluto forzare. Ma per un’adesione certosina alla verità storica, di sicuro è preferibile leggere un saggio, o il tragico resoconto di qualche sopravvissuto. A me interessava anche e soprattutto inventare luoghi, personaggi, azioni e parole, per poter esprimere i miei ideali e lanciare il mio messaggio.

Nonostante questo, qualche cretino si è preso la libertà di criticare alcuni aspetti del mio libro, ovviamente senza averlo letto (hanno pure il coraggio di ammetterlo, fai un po’ tu), dichiarando “quella cosa non era possibile, quell’altra neanche”. Ma si può concedere la minima considerazione a un lettore che non ha letto (bella antinomia), e che fra l’altro nemmeno conosce la differenza tra ROMANZO e SAGGIO STORICO?

 

E' stato difficilissimo scrivere “Hitler era innocente”, sì. Credo che questa oggettiva complessità l'abbia colta giusto qualche lettore. Mi chiedi per quale motivo ho voluto scriverlo a tutti i costi. Te lo dico: perchè nell'urgenza di contribuire alla salvaguardia della Memoria, a un certo punto mi sono chiesto se avrei avuto il tempo di lasciare una mia testimonianza sull'argomento. La consapevolezza del poco tempo che la vita ci offre per realizzare cose davvero importanti mi ha spinto a cominciarlo durante il periodo universitario, tra un esame e l'altro, elaborandolo pian piano, a volte in piena notte. L'ho concluso da editore, tra la lettura di un manoscritto e l'altra, tra una mail e una scheda di valutazione. Nel totale ho impiegato sei anni. Ho scritto "Hitler era innocente" perchè avevo un mucchio di cose da dire, e non sapevo (come potevo, d’altronde?) se avrei avuto il tempo di vita necessario a concluderlo. Suona un po' macabro, ma è così. Per quel che ne so potrei crepare anche domani. Quindi l'ho cominciato con la speranza di poterlo terminare. Lietissimo di esserci riuscito, ovviamente.

In tal senso, la durezza dell'argomento affrontato, le mille volte in cui mi sono chiesto con quale titolo potevo scandagliare la mente di un deportato, nonché la sofferenza nel rievocare (per immagini mentali) le atrocità patite concretamente da milioni di individui... tutto questo non è passato in secondo piano, no. Io non sono come Flaubert, che desiderava astrarsi e diventare un'entità separata dal testo. Gli elementi duri, durissimi del romanzo sono rimasti lì a farmi compagnia, lasciandosi contemplare. Era giusto così. Perchè l'atto dello scrivere... quello, era davvero importante! Più di ogni altra cosa. Non quello che provavo. La scrittura è urgenza, è tensione. Obbligarsi a "guardare" ti rende un tutt'uno col testo. Ed è quello che ho fatto. Poi, tenendo conto del messaggio insito nel romanzo, mi è parso doveroso mettere da parte le mie sensazioni, le facili tentazioni commerciali e finanche l'ego dello scrittore di romanzi, per concentrarmi sul dopo, su quello che lasciavo  in eredità ai pochi lettori intenzionati a offrire una possibilità a "Hitler era innocente".

A tal proposito, credo che il passaparola cui facevi riferimento non scatterà per il mio libro. Almeno, io ci credo poco. Pochissimo. Ci sono una serie di indizi.

Come dicevo in apertura, con questo lavoro ambivo alla pubblicazione di una quadrilogia sul Potere. "Hitler era innocente" doveva rappresentare il primo capitolo. Nei miei piani futuri c'era un romanzo di fantascienza, da pubblicare in seguito, per ampliare il discorso sul Potere e mostrarlo da un punto di vista assai differente (non più il nazifascismo). Per questioni di tempo - ormai sono editore a tempo pieno - non l'ho neanche iniziato, e quand'anche l'avessi iniziato... non lo avrei poi pubblicato. Io ho una gran voglia di tornare a scrivere, d'altronde non tocco penna da mesi e mesi. Prima o poi lo farò, ma per soddisfazione personale. E quel romanzo lo concluderò, ne sono certo. Tuttavia, non credo che lo pubblicherò. A chi dovrei affidarmi, dopotutto? Ai Sognatori no, per carità! Ho già raccolto troppo ostracismo in giro, per via del doppio ruolo di editore e scrittore. Poi sono stanco di tutta questa indifferenza nei riguardi della piccola editoria, degli scrittori sconosciuti e per di più italiani. Quando qualche amico consiglia sul proprio blog un mio libro, cala il gelo. I commenti spariscono, al massimo ci si limita al solito “sembra interessante, lo metto nella lista”. Frasi di circostanza, nel 99% dei casi (e io notoriamente non sparo cifre a caso). Sono molto pessimista su questo fronte. A troppa gente piace sfoggiare loghi con formichine e slogan di facile presa, ma in concreto a muoversi sono in pochi. Pochissimi.

Io sono pronto a dare battaglia in veste di editore, ma come scrittore… no, non ne ho più voglia. Né la forza. Mi farò in quattro per gli scrittori che pubblicherò, questo è certo. Quanto al resto… non escludo di aver terminato precocemente la mia carriera di scrittore. Sul più bello, sicuramente. Poco male: pensa che quando ho dichiarato pubblicamente (in un’intervista all’amico Alberto Carollo, letta da qualche centinaio di persone) di voler chiudere la carriera con “Hitler era innocente”, nessuno ha replicato nulla.

Ho capito l’antifona.

Vorrà dire che scriverò per puro piacere, come un tempo.

Con “Hitler era innocente” tenterò ancora invece. Questa situazione mi rammarica, ovviamente. Mi spiace soprattutto per la percentuale da devolvere. Chiaramente più libri si vendono e più aumenta la cifra. Ma tant’è. Io ho fatto del mio meglio fin qui, ma alle associazioni che si occupano dell’Olocausto quel che ho scritto non interessa, ai lettori nemmeno. La fondazione Giorgio Perlasca ha detto che il libro è molto bello, ma che per quest’anno non c’è spazio per me sul loro sito. I tipi di “Triangolo Viola” (sito che si occupa di diffondere informazioni sull’internamento dei Testimoni di Geova durante l’Olocausto) hanno speso parole di grande elogio nei riguardi del libro, promettendo segnalazioni e forse interviste. Tre mesi fa, però. Da allora non ho saputo più nulla, ma spero che prima o poi si rifacciano vivi, se non altro perché mi è sembrato di avere a che fare con persone a modo. Tuttavia, sta di fatto che nel frattempo sono trascorsi tre mesi. Poi c’è chi ha rispedito il libro al mittente (hai letto il post, no?), chi lo ha ormai in custodia da 4 mesi e chi non ha neanche risposto alle mie mail.

Senza uno straccio di pubblicità, io non posso ambire ad alcun risultato sensibile, e soprattutto soddisfacente. La cosa assurda è che ad alcune di queste associazioni io ho proposto la percentuale sulle vendite, ma – forse consapevoli di avere a che fare col piccolo scrittore di una piccola casa editrice – l’offerta non è risultata allettante. Va beh, prima o poi prenderò il toro per le corna e devolverò la cifretta maturata a qualche piccola associazione, non m’importa se collegata o meno alla tematica concentrazionaria. L’importante è che sia meritevole sul piano sociale.

Per quanto riguarda i lettori… non saranno certamente loro a cambiare la situazione. Ampi consensi da parte di chi ha letto il romanzo (chi non lo ha letto blatera, quindi non va tenuto in considerazione), ma di passaparola nemmeno a parlarne. Siamo troppo lontani dal 27 gennaio, Giorno della Memoria. Sai com’è. Il mio romanzo non è abbastanza trendy, è uscito nel periodo sbagliato (piena estate, per mia precisa volontà), si presenta in modo sbagliato (nemmeno un deportato in copertina, pensa un po’), e sottoforma di romanzo ha l’ardire di trattare un tema complesso come l’Olocausto. Che poi in “Hitler era innocente” la Shoa è la base, poi il discorso si allarga a qualcosa di più ampio, ma se uno non legge il libro non lo scoprirà mai.

Io mi sono concesso un periodo di prova… un anno, al massimo 18 mesi, forse anche meno… se la situazione non cambia, provo a farmelo pubblicare da qualche casa editrice più grande. Non mollo.

A me piaceva l’idea di riuscire a raggiungere un traguardo dignitoso con le mie sole forze, ma la realtà mi ha aperto gli occhi. Certo, se pubblico con altri la vedo dura, per quel che concerne la percentuale da devolvere. Ma qualcosa farò. Di testa mia.

Come sempre.

Un abbraccio,

Aldo Moscatelli”

postato da: Isognatori alle ore 09:06 | link | commenti (6)
categorie: libri, aldo moscatelli, hitler era innocente
lunedì, 22 settembre 2008

IL PERCHÉ DELLE COSE

Consideratelo, se volete, il prosieguo di questo post.

 

Allora, si parlava di mercenari esordienti. Neologismo che identifica uno scrittore sconosciuto o poco noto, incapace di accettare una critica o un rifiuto di pubblicazione, a prescindere dai modi e dai tempi coi quali critica e rifiuto vengono presentati. La reazione è, in questi casi, simile a quella di Regan McNeil di fronte al crocefisso.

Discorso valido, come ho già avuto modo di chiarire, per una enorme quantità di autori, ma non per tutti; in due anni e mezzo ho conosciuto diverse eccezioni, fortunatamente. Poche, ma sufficienti a scongiurare l’errore del proverbiale “fascio d’erba”. Come già detto in passato, “esordiente” è un aggettivo, non un sostantivo: le differenze sussistono, le eccezioni anche, in un senso e nell’altro. Non a caso alcuni scrittori che non ho pubblicato continuano a seguirmi con una stima e un affetto che – ve lo assicuro – a volte risultano commoventi: you know who you are, mi pare dicano gli inglesi.

Adesso però chiediamoci il perché del disinteresse nei riguardi di chi, senza guadagnarci un tubo (tengo a sottolinearlo) si premura di inviare una scheda di valutazione coi fiocchi anche al più negato degli esordienti. Il perché è riconducibile a due fattori:

1) l’atteggiamento mostrato sin dall’inizio da quegli scrittori che poi criticheranno la scheda di valutazione;

2) la scarsa autorevolezza di colui che redige la scheda di valutazione.

Allora, siete curiosi di sapere in che modo si presentano alla mia casa editrice parecchi scrittori?

Vi accontento. Sono questi:

 

 

 

VIA MAIL:

1) Sono già stato pubblicato, e questo dice molte cose. Ecco a voi il mio romanzo. Spero che potiate pubblicarlo”. (con una cesoia?, n.d.Aldo)

2) “Vi allego il mio romanzo. Pubblicatelo, e insieme faremo soldi a palate. Ma sbrigatevi, perché devo valutare ogni singola offerta che mi verrà avanzata. Sappiate che ho già in mente una strategia di marketing che ci consentirà di vendere migliaia di copie”.

3) “Essendo stato già pubblicato due volte, non credo di poter essere paragonato a quelli che non hanno mai raggiunto alcun risultato concreto. Ritengo quindi che il mio lavoro meriti maggiore attenzione rispetto ad altri”.

4) “Invio il mio romanzo: attendo contratto”

5) “Non ho alcuna intenzione di acquistare un vostro libro per inviarvi il mio manoscritto via mail: se volete leggerlo è bene, altrimenti niente. Siete voi ad avere tutto da perdere o tutto da guadagnare, non io”.

6) “vi invio il mio primo libro attraverso internet… liberi di cestinarlo, io non comprerò nessun vostro libro… i libri si scelgono non si impongono”.

 

TRAMITE LETTERA DI PRESENTAZIONE: Il mio manoscritto è senza dubbio valido. Me l’hanno confermato due mie amiche: una laureata e l’altra quasi laureata”.

 

TRAMITE TELEFONATA:

ALDO: Pronto?

SCRITTORE: Pronto? Casa dei sognatori?

 

Nota a margine: la casa editrice si chiama I Sognatori, non Casa dei Sognatori

 

A: Dica pure.

S: Senta, volevo sapere se pubblicate romanzi.

A: Certamente.

S: Quindi posso spedirvi qualcosa?

A: Come no! Valutare manoscritti inediti è il nostro lavoro.

S: Va bene, allora vi spedisco un estratto… diciamo i primi due capitoli?

A: A dire il vero noi valutiamo soltanto opere complete. Un lavoro parziale implica una valutazione  parziale, non so se mi spiego.

S: Ma io non spedisco mai l’opera completa!

A: Posso chiederle perché?

S: Beh… e se poi mi dite che il lavoro non va bene ma lo pubblicate comunque a mia insaputa?

 

Segue attimo di incredulità.

 

A: Capisco i suoi timori, ma per I Sognatori pubblicare qualcosa che è stato ritenuto impubblicabile non ha alcun senso… se invece il romanzo è valido, non vedo per quale motivo dovrei attribuirne la paternità a qualcun altro. Io devo offrire un contratto all’autore, e investire del denaro: se a beneficiarne è lei e non la signora X, in concreto per me non cambia nulla. Quindi perché dovrei rischiare una denuncia per frode? Comunque – scusi eh! – sul piano della fiducia non mi pare un bel modo di iniziare una possibile collaborazione…

S: No, mica ce l’ho con voi in particolare, non mi fido delle case editrici in generale.

A: Sarà. Comunque la nostra politica è quella. Uno scrittore non può pretendere di essere pubblicato sulla scorta di due o tre capitoli. Ritengo anche che debba sforzarsi di instaurare un rapporto fiduciario con l’editore, altrimenti non si va da nessuna parte.

S: Guardi, io le assicuro che fin qui lei è l’unico ad aver sollevato problemi. Le altre case editrici si sono accontentate di quattro capitoli e hanno anche avanzato delle proposte di contratto.

 

Lampadina!

 

A: Con richiesta di contributo, immagino.

S: Beh, sì…

A: Tutte?

S: Sì. È per questo che mi sono rivolto alla sua casa editrice…

 

 

 

Quasi quotidianamente io mi imbatto in soggetti di questo tipo, miei cari.

Chi abbiamo, dunque? Beh, mi pare evidente che qui siamo al cospetto di scrittori pieni di sé, gente  che non vuole pagare il contributo ma desidera essere pubblicata sulla scorta di qualche capitoletto; gente che ritiene di essere “arrivata” soltanto perché amici e parenti hanno speso parole di elogio nei riguardi dei loro presunti capolavori; gente che non sa coniugare un semplicissimo verbo ma sostiene di meritare più di altri la pubblicazione; gente che vorrebbe sostituirsi all’editore e fare tutto di testa sua, stabilendo addirittura la strategia di marketing per quello che ritiene un capolavoro annunciato.

E gente che non vuole acquistare i libri dei Sognatori perché no, i libri non si impongono (infatti io non impongo nulla, c’è la spedizione cartacea per chi rifiuta a priori l’acquisto del libro). Però loro il dattiloscritto lo inviano ugualmente, nonostante il regolamento ne escluda l’archiviazione; e pretendono anche la dovuta considerazione. Chi è che impone, dunque?  

 

Tornando all’argomento iniziale, vi domando: davanti a manifestazioni di cotanta spocchia, come pensate che reagisca uno scrittore del genere quando vai a dirgli che il suo lavoro non è risultato all’altezza della pubblicazione? Perdono tutti quanti le staffe, ovviamente, e da coerenti sbruffoni quali essi sono, ti spediscono una mail “vendicativa” piena di insulti più o meno espliciti. 

Sapete qual è la cosa buffa? Che tutte le schede di valutazione inviate premettono (premettevano, meglio dire) che l’autore è libero di non prendere in considerazione le critiche avanzate, dal momento che altri editori potrebbero invece trovare motivi d’interesse nel manoscritto. Il punto è che questi cretini non solo non sanno scrivere: non sanno neanche leggere. E se ne sbattono del tatto col quale hai comunicato loro la cattiva notizia, perché i geni di cui sopra partono con la convinzione di avere scritto un’opera d'arte. Quindi il “perché” non può avere alcuna presa su di loro: basta un “sì” o un “no”.

Naturalmente gente accecata dall’astio interpreta a modo suo quel che legge; ricordo un tizio al quale feci presente che le continue interruzioni della trama, unite a un linguaggio aulico che nessuno utilizza più da 150 anni, rischiavano di rendere un filino farraginosa la lettura dell’opera. La sua risposta fu: “mi spiace, ma io non ho una scrittura accattivante come quella di Fabio Volo”. Insinuando implicitamente che al sottoscritto interessa pubblicare opere di facile fruizione, scritte in maniera semplice semplice. Roba da prendere una copia di “Lapsus” e tirargliela in testa, se non altro per dimostrare che della commercialità me ne strafotto, e magari per fargli presente come scrive un autore davvero in gamba.

Io ne ho le palle piene di questi figuri (che, per inciso, non sono affatto una minoranza, anzi), della loro spocchia e delle loro assurde pretese. È per questo motivo che le schede di valutazione non vengono più inviate.

Non ho voglia di ripetere cose già dette nel precedente post (quello segnalato in apertura), quindi in questa occasione mi limito a rimarcare gli aspetti della vicenda che mi hanno condotto ad abolire il servizio di cui sopra. Con qualche esempio didascalico, perché più vado avanti e più mi rendo conto che dall’esterno è pressoché impossibile comprendere lo schifo che contraddistingue l’ambito editoriale. Un universo di squallidi arrivisti, in cui tutti fanno la guerra a tutti per poche briciole di celebrità, insinuando, offendendo, deridendo. Un universo finto, e marcio alle fondamenta. Un universo in cui c’è sempre qualcuno che sostiene di saperla più lunga di tutti, di saper scrivere meglio di tutti, di poter svolgere il tuo lavoro meglio di te.

Hai soltanto da imparare, nulla da insegnare, quindi perché mai il tuo giudizio - su un tema qualsiasi - dovrebbe valere qualcosa? E allora vai con gli sfottò, gli oltraggi, la retorica, gli atteggiamenti di sufficienza e quelli (ancor più fastidiosi) spiccatamente paternalistici…

 

Possiamo giustificare questa condotta generale tirando in ballo il semplice risentimento? Io credo di no; non in tutti i casi. Come detto, eccezioni sono presenti ovunque. Il discorso è più complesso. Tirerei in ballo anche la supposta “autorevolezza” di un editore.

Ma preferisco parlarne la prossima volta.

Aldo Moscatelli

postato da: Isognatori alle ore 13:05 | link | commenti (18)
categorie: editoria, scrittori, tutto bene
venerdì, 19 settembre 2008

IL PREZZO DELL’ANONIMATO

Premessa: un’amica mi ha bonariamente rimproverato per la poca pubblicità offerta al mio ultimo romanzo, “Hitler era innocente”.

In parte è vero, ne parlo poco, preferendo dare spazio (ma questa è un’abitudine consolidata, sebbene nessuno l’abbia notata) agli autori che ho lanciato coi Sognatori.

In verità… quando il libro è uscito mi sono fatto in quattro per pubblicizzarlo come si deve. Gli scarsi riscontri mi hanno spinto a desistere, e oggi sento di avere pochissime cose da dire sull’argomento.

Se in veste di editore sono pronto a battagliare ogni volta che posso, pur di portare beneficio a uno scrittore della mia “scuderia”, come scrittore guardo un po’ tutto con distacco. Mi sembra storia passata, ormai. Però qualcosina da dire mi è rimasta. Giusto un paio di post, per il momento.

Vado col primo.

 

Nella pagina del sito dedicata a “Hitler era innocente”, non sono ancora comparsi i nomi degli enti o delle associazioni che, per citare il sito, beneficeranno della percentuale sugli incassi, o che (più semplicemente) offriranno visibilità al mio libro.

Il perché è presto detto: quasi tutti hanno snobbato alla grande le mie mail, altri hanno chiesto il libro per poi tirar fuori problemi di ogni genere, altri mi hanno lasciato in attesa. Da 4 mesi, ormai…

Ho capito subito che qualcosa non andava, tant’è che mi sono affrettato a specificare che si tratterà di un lavoro lungo e complicato, poiché con sommo orrore ho dovuto appurare l’indifferenza di alcune persone e alcune associazioni che ruotano attorno alla tematica della Shoa, e la presenza di vili giochi di potere tesi a sminuire l’importanza di un libro, quando non sia firmato da un nome altisonante, o non abbia già ottenuto la sponsorizzazione (o altro) del celebre personaggio di turno.

Che sull’argomento “Shoa” molti si divertissero a prendere posizione per il semplice gusto di esclamare “anch’io, anch’io”, mi era già noto. Certo non mi aspettavo una così forte indifferenza da parte di chi dovrebbe tenere in considerazione i contenuti di un’opera, e non il nome della casa editrice che l’ha pubblicata. Poi odio la maleducazione, per cui un telegrafico “grazie mille, ma non siamo interessati” è sempre meglio di un silenzio che può significare un mucchio di cose. E quando un sito presenta una vasta raccolta di libri, ma a te – che sbuchi dal nulla con un romanzo diverso da tutti gli altri – non riservano nemmeno un secondo, il dubbio di essere stato snobbato con un sonoro “e questo chi cavolo è?”, seguito da un più che naturale “ma questo che cavolo vuole?”, si affaccia insistentemente.

Il caso più eclatante riguarda un sito piuttosto noto nell’ambiente, che io – pur potendo comprovare tutto quel che scriverò – NON citerò per due motivi:

1) il sito è ottimo, strapieno di informazioni storiche e ottimi consigli di lettura: poiché a differenza di altri tengo davvero alla preservazione della Memoria, coi fatti oltre che con le parole, preferisco evitargli pubblicità negativa;

2) sono talmente coerente da rasentare l’idiozia.

Considero colui che lo gestisce una persona oltremodo squallida, per i motivi che presto capirete, ma l’onestà intellettuale ha un prezzo e me ne faccio carico. Da tutta questa storia preferisco che a uscire con le ossa rotte sia una sola persona, cioè il sottoscritto.

 

Allora, i miei rapporti con Mister X (chiamiamolo così in onore di un cartone che da piccolo amavo alla follia) iniziano a metà maggio; gli invio una mail per chiedergli se è interessato ad offrire un po’ di spazio al mio libro, chiaramente dopo aver valutato l’opera. Mi risponde con questa mail (notare le frasi in grassetto):

 

Pubblicheremo volentieri nel nostro portale la segnalazione del Suo nuovo libro dedicato alla tematica dell'Olocausto […] Ci sentiamo seriamente  in causa da molti anni nella divulgazione educativa di un periodo storico drammatico e crudele. Il nostro intento è far conoscere al pubblico tutto quello che concerne e ruota attorno a tale periodo […] In attesa della prefazione del libro e correlata immagine del frontespizio, documenti o altro sulle sue finalità, cordialmente la salutiamo.

 

Frontespizio? Questa richiesta mi giunge perlomeno bizzarra, ma penso fra me e me che Mister X, magari soprappensiero, ha scritto “frontespizio” invece di “copertina”, che sono due cose diversissime. Dato per scontato il qui pro quo, faccio orecchie da mercante e rispondo a mia volta con questa mail, se non altro per chiarire un paio di altre cosette:

 

[…] Devo ammettere che il mio romanzo non possiede una prefazione, ma sarò felicissimo di poter scrivere appositamente una presentazione dell'opera, in modo da (come da lei consigliato) evidenziare le finalità del libro. Quanto all'immagine di copertina, qui sorge un piccolo problema: come avrà modo di constatare una volta entrato in possesso del romanzo, la copertina del libro è completamente nera, senza riferimenti al titolo e all'autore, ovviamente presenti – però – nella prima pagina del romanzo (non l’ho chiamata col suo nome, “frontespizio”, proprio per non mandare Mister X nel pallone, n.d.A.): si tratta, anche in questo caso, di una scelta editoriale ben precisa, tesa a sottolineare il "nero" che alberga fra le pagine del libro, in riferimento ai drammatici episodi narrati. Il suo sito ha uno sfondo nero, e chiaramente ponendoci sopra un’immagine nera… non si vedrà nulla. All’interno del romanzo è però presente la riproduzione di un quadro, che trova in allegato a questa stessa mail: le dia un’occhiata, e mi dica se per lei può essere pubblicata in luogo della copertina.

 

In attesa di risposta spedisco comunque il libro, sebbene  Mister X non abbia affatto specificato di voler leggere il romanzo, prima di fornire la dovuta pubblicità all’opera. A me però (ve l’ho detto, rasento l’idiozia) l’idea di veder reclamizzato il mio libro senza che chi di dovere ne abbia appurato i pregi… non piace granché, e allora faccio di testa mia e glielo invio.

Non l’avessi mai fatto!

Il 3 giugno, all’improvviso, mi arriva questa sua mail:

 

Da circa un anno pubblichiamo per varie case Editrici le tematiche "Per non dimenticare la Shoah" nella sua variegata complessità storica . Nel Suo libro, e non se ne dia a male, abbiamo riscontrato alcune anomalie riguardanti la rilegatura dello stesso, altresì per non dare una cattiva immagine del nostro Portale, non riteniamo idoneo alla presentazione pubblica il Suo pur graditissimo contributo.

 

Anomalie? Cattiva immagine? Santo cielo, penso, Mister X è impazzito… o è ubriaco… o ha fumato una strana sigaretta ascoltando di Bob Marley.

Mi paro davanti alla tastiera del PC e gli rispondo:

 

Egregio […],

sarò sincero: della sua mail ho capito poco o nulla, dal momento che si parla di (cito) “anomalie riguardanti la rilegatura” del romanzo, in grado addirittura di (cito) “dare una cattiva immagine del nostro Portale”, senza però specificare in cosa consisterebbero esattamente  tali anomalie.

L’unica cosa chiara è che lei non ha intenzione di offrire alcuno spazio al mio libro.

 

In aggiunta a questo, invito Mister X a spiegarsi meglio, specificando: “sempre che lei abbia tempo, modo e voglia di fornirmi ulteriori chiarimenti”.

La voglia deve essergli mancata, dal momento che il 6 giugno ho trovato nella cassetta delle lettere un plico contenente il mio libro, rispedito al mittente da Mister X in persona. Il tempo e il modo di compiere quell’operazione, invece, li ha trovati eccome.

E allora vai con un’altra mail:

 

Egregio […],

noto con rammarico che, piuttosto di fornire una risposta sensata ai miei interrogativi, ha preferito rispedire al mittente il libro.

Il messaggio è arrivato, forte e chiaro.

Ho davanti a me la copia che lei non ha voluto leggere: la rilegatura (nella quale secondo lei sussisterebbero delle non meglio precisate “anomalie”) è assolutamente perfetta. Ma questo lo sapevo già, visto che prima di spedire ogni singola copia controllo personalmente che il libro da inviare non presenti imperfezioni di sorta.

Signor X, già nella sua prima mail lei confondeva la copertina col frontespizio, che non sono affatto la stessa cosa. Ora parla di difetti nella rilegatura, intendendo chissà cosa.

Ritengo dunque che lei non sia in possesso delle conoscenze tecniche di base per valutare gli elementi “esteriori” di un libro. In merito ai contenuti dell’opera, invece… beh, quelli per lei resteranno ignoti, dal momento che (cito: “per non dare una cattiva immagine del nostro Portale”) ha ritenuto corretto disfarsene piuttosto che leggerla.

Scelta bizzarra, se si tiene conto che lei nella sua prima mail scriveva:

Pubblicheremo volentieri nel nostro portale la segnalazione del Suo nuovo libro dedicato alla tematica dell'Olocausto […] Il nostro intento è far conoscere al pubblico tutto quello che concerne e ruota attorno a tale periodo”.

Ma davanti alla libera scelta di un altro essere umano, per quanto palesemente contraddittoria, io m’inchino.

E porgo cordiali saluti.

Aldo Moscatelli

 

Mister X mi sorprende, perché a distanza di 48 ore risponde così:

 

Egregio Moscatelli

il libro in questione non toglie l'importanza del contenuto e il lavoro da Lei svolto , riteniamo non idoneo il "confezionamento" con la copertina piegata male e all'interno con testi non allineati, (non abbiamo certo le conoscenze professionali nell'editoria, ma occhi per vedere si) .

Decine se non centinaia di testi annualmente ci pervengono per la pubblicazione, e questo, senza togliere niente a nessuno, ci ha fatto riflettere sulla sua probabile segnalazione .

Se ci spedisce un libro "perfetto", come usualmente dovrebbe essere, la pubblicazione avrà atto.

Distinti Saluti.

 

Qui le dichiarazioni di Mister X hanno ormai raggiunto livelli deliranti, soltanto un incompetente ai limiti dell’apoplessia vedrebbe cose che non esistono. Demoralizzato, incazzato e ancora incredulo, mantengo l’abituale sangue freddo e gli spedisco un’ultima mail:

 

Di male in peggio, signor X: dopo aver confuso copertina e frontespizio, adesso confonde rilegatura e layout.

Nonostante questo, mi viene a parlare di “testi non allineati”: ho fra le mani il libro che ha rispedito al mittente, e francamente – dopo averlo ricontrollato pagina per pagina – non riesco davvero a capire dove lei abbia visto questi fantomatici “testi non allineati”. Il mio libro è già in vendita, è stato letto e recensito da più persone, e assolutamente nessuno ha rilevato problemi di carattere tecnico. Tantomeno la presenza di “testi non allineati”.

Che lei abbia gli occhi, signor X, io non lo metto in dubbio; che sappia anche cogliere gli aspetti qualitativi di un lavoro letterario, almeno sul fronte della confezione esterna, nutro invece  forti perplessità, suffragate dall’enorme confusione che lei opera tra un elemento e l’altro. Ad ogni nuova mail lei cambia il difetto dell’opera, per cui i “testi non allineati” rischiano domani di diventare “numerazione delle pagine sbagliata”, o “grammatura della carta interna insufficiente”: da questo punto di vista la situazione è diventata davvero grottesca, quindi direi di chiuderla qui.

Quanto alla copertina, non è affatto “piegata male”; non le è venuto il dubbio che la copia inviata, avendo percorso da Lecce a M. la bellezza di 960 chilometri, e nonostante la busta bombata nella quale viaggiava, abbia potuto risentire del lungo viaggio, e magari del “trattamento” poco ortodosso di un corriere e/o di un postino poco professionali? Al di là di questo, io le avevo inviato (mediante allegato mail) un’immagine interna del libro, da pubblicare sul suo sito in luogo della copertina vera e propria, dal momento che (come ricorderà) la copertina è completamente nera, e così lo sfondo del suo sito, fattore – questo – che ne rendeva impossibile la pubblicazione. Quella della copertina “ammaccata”, insomma, mi pare una motivazione debolissima, se di “motivazione” si può parlare.

Andando anche oltre questo, le dirò un’ultima cosa: reputo agghiacciante che un sito che si pregia di far conoscere al pubblico tutto quello che concerne e ruota attorno all’Olocausto, decida di scartare un’opera per via di difetti tecnici (tutti da dimostrare, ma non mi sembra il caso di infierire), ignorando bellamente i CONTENUTI del romanzo, ovvero gli elementi in grado di sensibilizzare e informare correttamente le persone che si avvicinano al tema della Shoa. Quegli elementi, in ultima analisi, che restano nella memoria di chi legge, persino a fronte di una copertina “non perfetta”.

Su suo invito potrei spedirle una seconda copia del mio romanzo, per dimostrarle che sul lato tecnico il libro non presenta alcun difetto. Ma in tutta onestà, alla luce di questo scambio di mail, non ho più alcuna motivazione (se non quelle di carattere commerciale, cui rinuncio volentieri) per ambire a una segnalazione sul suo sito. Né buone ragioni per proseguire questa corrispondenza.

Mi rivolgerò altrove, anche se questo mi costerà ulteriore fatica e ulteriori oneri.

Se sarò fortunato, troverò qualcuno che saprà valutare l’opera per quello che ha da dire. E con l’aiuto della buona sorte, troverò persino qualcuno in grado di distinguere “rilegatura” da “layout”.

Aldo Moscatelli

 

Da Mister X, nessuna ulteriore replica.

E allora eccomi qui, con un’occasione mancata da aggiungere all’elenco.

Che non l’abbia saputa cogliere? Forse un pizzico di diplomazia in più mi avrebbe aiutato? Forse la patologica incapacità di leccare il culo a chi di dovere mi impedirà di raggiungere determinati  traguardi?

Beh, può darsi. E tutto sommato, al punto in cui sono giunto, in qualità di scrittore non m’importa granché.

So con certezza che da questa esperienza ho maturato un’idea ancor più negativa di tutto quel che ruota attorno ai libri nel nostro Paese. Perché al di là di questo demente, ci sono individui che alle mie mail non hanno nemmeno risposto: non hanno tempo da perdere, loro, con uno scrittore sconosciuto. Eppure quei siti offrono spazio a un mucchio di libri: l’ho notato dopo, che quasi sempre si tratta di opere edite dai soliti noti…

Ci sono poi le attese infinite, quelle riservate ai signori Nessuno come me, ché se ti chiami (sparo il primo nome che mi viene in mente) Baricco tutto questo non accade. E diciamocelo: se al posto del logo dei Sognatori fosse presente quello della Feltrinelli, su “Hitler era innocente”, non credo che qualcuno si azzarderebbe a ignorare le mie mail, a lasciarmi in attesa per mesi o a rispedire il libro al mittente. La telefonata di un pezzo grosso risolverebbe tutto.

Io invece posso arrabbiarmi quanto voglio, ma non posso risolvere nulla; posso raccontare questi aneddoti, per portare a conoscenza di altre persone cos’è che accade nel meraviglioso mondo dell’editoria italiana, quand’anche il referente non sia una persona strettamente inserita in questo mondo.

 

Poi, va beh, dovrei parlare dell’indifferenza dei lettori, ma pure quella è storia vecchia, vecchissima. Dovrei ripetere per l’ennesima volta che gli unici a poter cambiare questo stato di cose sono proprio i lettori, e bla bla bla, ma tanto gira e rigira qui non cambia mai niente.

Quel che mi è capitato con Mister X e gli altri è deplorevole, sì.

È uno schifo, sì.

“Eh, quelli lì bisognerebbe…”

“Ma tu comunque…”

Non raccontiamoci palle, niente retorica condita da inutili “ma no”, “ma sì”, “purtroppo”, “però”.

Hai voglia a guardare l’orticello e a dire “però…”. Allarghi leggermente la visuale e ti ritrovi al cospetto di qualcosa d’enorme, che ti schiaccia. Così le parole muoiono, altro che “però”.

I soliti vecchi meccanismi continuano ad averla vinta. E sono benvoluti un po’ da tutti, anche da quelli che sfoggiano formichine e slogan di facile presa per sentirsi “alternativi a”, “differenti da”.

In due anni e mezzo ho imparato che troppa gente crede di essere diversa, coraggiosa, insolita: editori (pronti a sbranarti in modo sempre diverso, sì), siti letterari (interessati a fornire diverse opportunità alle medesime case editrici), librerie (autoproclamatesi differenti perché loro lucrano come le altre ma ci mettono la passione…), lettori comuni e così via.

Soltanto una tristissima conferma, sul piano personale: per molti la lotta all’ideologia nazifascista si risolve in un post di due righe durante la giornata della memoria, con annessa citazione di Levi e/o foto d’epoca in bianco e nero.

Nient’altro.

Diversità usa e getta, per sentirsi migliori una settimana all’anno. Quella “trendy”.

 

L’orco di Lecce (ho scoperto che “qualcuno” ha coniato per me questo epiteto)

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categorie: aldo moscatelli, hitler era innocente
lunedì, 15 settembre 2008

ELENCO VINCITORI

 

Elenchiamo, in rigoroso ordine alfabetico, i vincitori della seconda edizione del concorso letterario “Un sogno dentro un sogno”.

Facciamo presente che, in seguito a un ex equo, i racconti premiati sono undici.

 

 

Armentano Caterina – “Angelus”

 

Cortesi Sergio – “Sogno e son destro”

 

D’Arcangelo Mauro – “L’estro disarmonico”

 

Guzzo Barbara – “Il verbale della seduta”

 

Maccioni Federica – “Oltre l’arcobaleno”

 

Mascella Stefano – “Il vero Luigi”

 

Perciabosco Giuseppe – “Mente cosmica”

 

R. Elisabetta – “Il colonnello se n’è andato via”

 

Selis Maddalena – “Siamo tutti morti”

 

Tibo Francesca – “Novembre”

 

Vajngerl Ilaria – “Per sua divina provvidenza”

 

 

Il Premio speciale della Giuria è stato attribuito al racconto “Novembre” di Francesca Tibo.

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categorie: concorso letterario
venerdì, 12 settembre 2008

MENO TRE

So per esperienza che scrivere un post come questo ha poco senso.

Già l’anno scorso avevo pubblicamente ringraziato tutti gli iscritti alla prima edizione del concorso “Un sogno dentro un sogno”, rassicurandoli sull’onestà e l’impegno coi quali i loro lavori sarebbero stati valutati. Avevo messo in chiaro alcune cose, tipo che nell’atto di pubblicare la rosa dei dieci vincitori, il mio pensiero correrà immediatamente a tutti coloro che non vedranno comparire il proprio nome nell’elenco, dal momento che io – in qualità di scrittore esordiente – il miglior risultato in un concorso l’ho raggiunto con un “misero” terzo posto. Mai vinto uno, insomma.

Auguravo altresì un pronto riscatto ai non vincitori (quant’è brutto il termine “perdenti”?). Nella speranza che il vostro lavoro possa risultare maggiormente gradito ad altri, aggiungevo subito dopo. E concludevo con un tranquillizzante sceglieremo i racconti vincitori senza tenere in minima considerazione quei fattori (slegati dalla qualità intrinseca dell’opera) che in certi contesti – ahimè! – troppo spesso decretano l’esclusione di un racconto meritevole e l’inclusione di uno scadente.

Parole sincere di chi ha subito troppi torti e ricevuto troppe delusioni.

Ma anche parole fondamentalmente inutili, dal momento che alla fine chi ha voluto sospettare ha sospettato, chi ha voluto protestare ha protestato, a volte subdolamente e con paroline pronunciate a mezza bocca, per fingere una classe e una superiorità inesistenti.

Historia magistra vitae, quindi so che anche quest’anno c’è chi si comporterà così e chi invece agirà in senso contrario, per fortuna le eccezioni sussistono quasi sempre. Poche purtroppo, altrimenti non le chiameremmo “eccezioni”.

 

Mi spiace che ci si incazzi per una banalissima equazione: i racconti giunti sono tanti (relativamente), i posti in palio sono pochi (relativamente), quindi la maggioranza degli iscritti resterà delusa. Delusione più che comprensibile, l’importante è che non sfoci in atteggiamenti puerili, tipo cambiare completamente atteggiamento e/o opinione nei riguardi de I Sognatori. Qui potrei riagganciarmi a quanto detto di recente in questo post, ma non ho voglia di annoiarvi oltremodo. Se succede… succede. Pazienza.

In generale si preferisce pensare al “complotto” piuttosto che ammettere la possibilità che altri abbiano scritto qualcosa di superiore. Non che macchinazioni e accordi sottobanco siano rari nel mondo dell’editoria (prima o poi dovrò raccontarvi qualche altra esperienza traumatica da me vissuta), anzi, ma ogni tanto un po’ di senso critico dovrebbe spingere a operare dei distinguo.

Il punto – quello che sfugge un po’ a tutti – è che spesso a fare la differenza sono singoli elementi. Un racconto viene premiato al posto di un altro perché presenta una maggiore originalità, o un’idea di base migliore, o uno sviluppo narrativo (a volte la buona idea in sé non basta) maggiormente all’altezza, o un finale più appropriato, o una particolare attinenza col tema del concorso (se c’è, come nel nostro caso), e così via. Quindi può capitare che un racconto escluso sia formalmente valido, ma non abbastanza per poter entrare nella rosa dei vincitori. Basta un elemento fuori posto (che so… un pessimo finale) e nel confronto con gli altri si perde la possibilità di primeggiare.

Certo, sussistono pure circostanze in cui la superiorità di una novella sull’altra è manifesta, per via di un lessico particolarmente affascinante ad esempio (su questo fronte penso a “L’uomo cane” di Fabio Giallombardo, che l’anno scorso spiccava per eleganza in mezzo agli altri pur ottimi racconti); così come un lavoro con una trama ormai stranota, o banale, non può in alcun modo competere con una novella che ha nella freschezza narrativa il suo elemento di forza.

Poi ci sono le varie ed eventuali, per cui un racconto discretamente originale, e tuttavia scritto maluccio, può essere scartato e rimpiazzato da uno meno fresco, se quest’ultimo è scritto davvero bene. Dipende dai casi. Il lavoro di selezione, se portato avanti con professionalità, è un gran casino… ve lo assicuro. 

In tal senso va rilevato che in un concorso letterario serio non sempre vincono gli scrittori migliori, ma sempre e comunque i racconti migliori; nel senso che anche un autore particolarmente dotato può uscirsene con una fesseria clamorosa, per mancanza d’ispirazione o altro. Così come uno scrittore meno dotato può tirar fuori dal cilindro una novella con tutti i crismi, e trovarsi al posto giusto nel momento giusto col racconto giusto.

Tutto questo per dire che qui nulla viene lasciato al caso; a me farebbe piacere ricevere 10 racconti perfetti e non avere dubbi su chi premiare e chi no (risparmierei un sacco di tempo), ma è quasi impossibile che si verifichi una situazione del genere. Spesso occorre riflettere a lungo, leggere e rileggere e comparare più volte  prima di stabilire i nomi dei vincitori. Non essendoci pregiudizi nei riguardi di qualsivoglia genere letterario (non è che un racconto horror ha meno chance di vittoria rispetto a un racconto fantasy, per esempio), né possibili infiltrazioni di meriti o demeriti extraletterari (ci siamo capiti, no?), non resta altro che sminuzzare ogni singolo racconto negli elementi che lo compongono. Perché in ballo c’è la pubblicazione ufficiale e un po’ di soldini, mica noccioline.

Non a caso la lista completa dei vincitori di questa seconda edizione non è ancora pronta, occorre proseguire con la valutazione (certi racconti sono già stati letti sei-sette volte): mi attende un fine settimana di fuoco.

Per farla breve: ci sono dieci posti da assegnare, quindi è necessario compiere delle scelte. A noi non entra in tasca nulla nel premiare uno scrittore piuttosto che l’altro. Interessa esclusivamente   

soddisfare per il secondo anno consecutivo i nostri lettori con un’antologia di qualità, che sappia degnamente bissare i consensi ricevuti da quella targata 2007.

È quello il “dopo” cui tengo davvero. Critiche e atteggiamenti da primadonna non mi interessano. Vedrete che a lamentarsi sarà – come l’anno scorso –  qualche partecipante che, rifiutandosi per principio di acquistare e leggere l’antologia dei premiati, non avrà pietre di paragone per poter argomentare.

Ma è prassi dare fiato alle bocche “tanto per”, quando si parla di “letteratura” e “scrittori esordienti”.

Io so che devo rispondere delle mie scelte davanti ai lettori (quelli veri, non gli scrittori frustrati) e soprattutto davanti a me stesso: premiare un racconto scadente equivarrebbe a non dormire la notte. E poiché a me, in qualità di Sognatore, dormire sonni tranquilli piace assai, non ho intenzione di scontrarmi con la mia coscienza. È già tanto che un editore ricordi di averne una, per inciso.

Con “Aldo Moscatelli” io devo conviverci tutta una vita (prospettiva ben poco entusiasmante, converrete): e quello lì rompe l’anima ogni volta che può, rimuginando discorsi – e spezzoni di discorsi – circa l’etica e la meritocrazia.

Meglio assecondarlo, dunque.

 

Un sincero, enorme “grazie” a tutti coloro che si sono iscritti al concorso, vincitori e non-vincitori.

Un sincero, enorme “in bocca al lupo” a tutti i partecipanti.

Anche a quelli che poi mi toglieranno il saluto, in caso di insuccesso.

Aldo Moscatelli

p.s.

la lista dei vincitori verrà pubblicata lunedì, se non ci sono intoppi dell’ultima ora, quindi non vi allontanate troppo… 

postato da: Isognatori alle ore 14:09 | link | commenti (8)
categorie: concorso letterario
martedì, 09 settembre 2008

UN TEOREMA INTERESSANTE

Uno scrittore esordiente, dopo aver ricevuto dai Sognatori un rifiuto di pubblicazione, mi ha ufficialmente comunicato che la mia raccolta di racconti, intitolata “Il cimitero dei giocattoli inutili”, fa schifo.

E io lo ringrazio.

Bizzarro come queste esternazioni giungano sempre dopo il responso, e mai prima, ma sono certo che un giorno la scienza spiegherà questa bizzarra costante.

Suggerisco alle eventuali teste d’uovo che volessero cimentarsi nell’impresa, di tenere in debita considerazione questo mio postulato:

 

la qualità dei libri di Aldo Moscatelli è direttamente proporzionale al tornaconto ( immaginario)  che i lettori-scrittori possono ricavare dall’editore, e inversamente proporzionale all’obiettività degli autori stroncati”.

 

Comunque, sia quel tale che altri (tutti stroncati dal sottoscritto, guarda un po’) in passato si sono lamentati di me come editore (non saprei riconoscere la qualità letteraria, a quanto pare), come scrittore (favolette per bambini, scritte peraltro male: questo il giudizio sulla mia raccolta di racconti), del prezzo di copertina, della copertina stessa e così via.

Fermo restando che queste persone hanno certamente ragione su tutto, ho pensato di elencare una serie di utilizzi secondari riguardanti i libri con impresso il mio nome.

Non si deve pensare, infatti, che un libro scritto da Aldo Moscatelli termini la propria funzione nel momento in cui l’ultima pagina viene letta; nondimeno mi secca alquanto che qualcuno spenda soldi in un modo ritenuto errato. Proprio per rimediare in qualche modo, faccio notare che alla stregua di altre cose inutili i miei libri possono essere tranquillamente adoperati come sottobicchiere, dal momento che non sono troppo voluminosi e assorbono liquidi che è una meraviglia. Oppure possono fungere da spessore per sedie traballanti. L’ottima grammatura consente un’accensione rapida e controllata del fuoco, qualora fra i miei detrattori ci fosse qualcuno che possiede un caminetto e (più che probabile) sani istinti neonazisti. Se mai pubblicherò un altro libro (cosa che da tempo escludo), sarà mia premura stampare in quarta di copertina una gigantografia della mia brutta faccia, con impressi in rilievo una serie di cerchi concentrici corredati di numeri dall’1 al 20, come nel gioco delle freccette. Potrei accludere al libro un paio di dardi, ora che ci penso.

Quanto a “Il cimitero dei giocattoli inutili”, trattandosi di favolette per bambini, scritte peraltro male, è possibile infliggerle agli infanti particolarmente vivaci, per tenerli buoni; oppure prima di andare a dormire, così si addormentano per autodifesa.

Sconsiglio il riciclaggio, perché non dà soddisfazione; anche come carta igienica non valgono granché, i miei libri, dal momento che la carta interna è ruvida. Però con un piccolo accorgimento potete ottenere un ottimo diversivo del tiro al piattello: vi basterà bloccare copertina e quarta del libro con dello scotch (per evitare che l’aria, fendendolo, lo apra nel mezzo e lo spinga velocemente verso il basso) e poi sparargli con un fucile a pompa.

Faccio altresì presente che attraverso “Hitler era innocente” potete giungere a una verità sconvolgente: seguendo le regole proprie della numerologia, se prendete la prima parola di ogni  pagina che compone il romanzo, e l’unite alla quinta parola di ogni pagina de “L’orologio di cenere”, e le confrontate con i primi cento capoversi presenti nella Bibbia, non solo realizzerete che non c’è alcun legame fra loro, ma pure che – alternando vocali e consonanti – nell’insieme si ottiene una frase senza alcun senso.

I miei libri non sono abbastanza pesanti per poter stendere un ladro con un colpo in testa, dopotutto si tratta di lavori in formato tascabile, ma se qualche topo d’appartamento dovesse intrufolarsi in casa vostra nel bel mezzo della notte, voi avvicinatevi di soppiatto e – restando al buio – attaccate a leggere “Storia del melo e della triste piantina”: il ladro se la darà a gambe e voi potrete dare un senso alla spesa affrontata mediante l’acquisto del mio libro, che – come ho avuto modo di dimostrare – potrà farvi risparmiare un po’ di soldi in tanti modi, e farsi perdonare pertanto la pessima qualità delle pagine che, suo malgrado, lo compongono. E che io ho imbrattato in maniera così indegna.

Aldo Moscatelli

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categorie: assurdità, aldo moscatelli
lunedì, 08 settembre 2008

I SOGNATORI A CUNEO

Abbiamo iscritto “Lapsus” e “Altrove da me” a questo concorso, rivolto esclusivamente alle opere già edite.

Prestigiosetto, ce ne rendiamo conto: se gente come Dario Fo e Marco Travaglio ci fanno una capatina, dev’essere importante per forza; così come sappiamo bene che le passate edizioni del premio hanno visto il trionfo di opere pubblicate dalla grande editoria. Le migliori, si spera.

Comunque tentar non nuoce, i libri meritano e noi anche.

Quindi dita incrociate per Flavio e Lucilla.

Se dovessero presentarsi sviluppi, vi aggiorneremo immediatamente.

Ah, cogliamo l’occasione per ringraziare pubblicamente il nostro amico Franco, che ci ha segnalato a suo tempo il concorso: lui il tifo per Flavio e Lucilla lo fa da sempre.

A presto,

I Sognatori

sabato, 06 settembre 2008

HO NOTATO, HO VISTO, HO SENTITO

Ho notato in tivù la pubblicità di un’iniziativa editoriale che coinvolge le edicole.

Si tratta di classici della letteratura, forse qualcuno di voi l’ha già adocchiata e ha pure acquistato la prima uscita, nella quale trovate assieme “I promessi sposi” e “Il kamasutra”…

Già.

No, niente, immaginavo la faccia di un puritano come il Manzoni…

La prossima uscita dovrebbe riguardare questo libro e quest’altro.

 

Ho visto sul numero 3986 de la Settimana Enigmistica, a pag. 13, questa definizione per un cruciverba a schema libero:

“A volte esce con un plop!”

Cinque lettere.

Nel numero successivo c’era quest’altra definizione:

“Le ha quadrate l’atleta”.

Mi sa che la Settimana Enigmistica sta perdendo colpi…

 

Ho sentito in giro (voci di corridoio tra addetti ai lavori) che la grande editoria sta parzialmente abbandonando la politica dell’import in favore dell’export. Tradotto in parole semplici: maggiore attenzione nei riguardi degli scrittori emergenti italiani. Sarà vero?

Certo sarebbe una gran cosa se anche i capoccioni, lì al vertice, iniziassero finalmente a mediare interesse economico e qualità, cercando perlomeno un minimo equilibrio.

Che dite, ci facciamo un pensierino? Non fate quelle facce, in fin dei conti immagino che un po’ tutti abbiate in casa qualche testo della Feltrinelli, della Mondadori o della Fanucci, no? Quindi perché non aggiungere alla lista un libro con inciso il vostro nome? In libreria io mi ritroverei Musil sulla destra e… va beh, Moccia sulla sinistra, ma vuoi mettere la soddisfazione?

Considerando che la piccola editoria senza richiesta di contributo di questo passo non durerà a lungo, tra non molto l’unico modo per pubblicare senza dover accendere un mutuo sarà quello di rivolgersi all’editoria su grande scala. Forse si tratta di scegliere il male minore, non so.

Va beh, per chi si accontenta c’è sempre I Sognatori. Per il momento…

 

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categorie: editoria, attualità, assurdità
giovedì, 04 settembre 2008

MERCENARI ESORDIENTI

Il mio non è un lavoro per il quale, quand’anche lo si svolga col massimo impegno, è lecito aspettarsi medaglie, ma quando ti ritrovi a lavorare anche in estate, e per di più di domenica, allora pensi che sì, sarebbe bello se qualcuno ti riconoscesse qualcosina.

Piena estate, mezzogiorno, il monitor del computer emana una sottile quanto fastidiosa canicola (in aggiunta ai 38° già presenti nell’aria), ma tu niente, te ne resti lì con quel dattiloscritto davanti agli occhi, e lo leggi dalla prima all’ultima riga, anche se dopo dieci pagine (su 300) hai capito benissimo che il lavoro è scadente e non lo pubblicherai mai. Però tieni duro e vai fino in fondo.

Successivamente impieghi mezzo pomeriggio per buttare giù una recensione che sappia cogliere tutti gli aspetti del romanzo appena letto. Poi, orgoglioso del tuo lavoro, perché a differenza di altri editori tu hai valutato sul serio l’opera che ti è stata inviata, spedisci la scheda di valutazione all’autore, come richiesto.

Qualche giorno dopo l’autore ti risponde e ti dice che:

1) tu non capisci nulla di letteratura;

2) sei un editore mediocre che pubblica libri mediocri destinati a lettori mediocri.

E allora capisci che qualcosa non va.

E rifletti.

Ti chiedi se l’invio della scheda di valutazione, uno dei vessilli della tua politica editoriale, ha ancora un senso.

E ti fai quattro calcoli.

 

Allora, l’andazzo degli ultimi sei mesi è questo: su 100 scrittori esordienti soltanto 40 (in media) si dimostrano interessati alla possibilità di ricevere la scheda di lettura. Meno della metà: tutti gli altri se ne sbattono. Già questo dato dovrebbe (doveva… maledetta la mia testa dura!) spingermi a mettere in seria, serissima discussione questo servizio. Ma andiamo oltre. Dei 40 interessati, soltanto 4 o 5 apprezzano l’impegno profuso, rilevando (a me basta questo) lo sforzo compiuto e instaurando un confronto all’insegna del rispetto reciproco. I restanti o ti insultano o non dicono niente, reclamando però in molti casi la scheda con quel tono (del tipo: “vediamo un po’ quali difetti ha trovato nel mio capolavoro questo cretino”) che lascia presagire – a lettura ultimata – l’invio di una mail di protesta, con toni accesi in proporzione alla stroncatura ricevuta.

Il mio lavoro si riduce, in questi casi, a qualcosa di fondamentalmente inutile, perché la scheda di valutazione verrà letta coi paraocchi (io sono già bravissimo, che me ne faccio dei consigli di ‘sto tizio?), oppure letta ma snobbata, o letta ma derisa. Ad eccezione di 4-5 casi su 100.

 

Domanda che è nata spontaneamente al termine dell’ennesima polemica scatenata dall’ennesimo  scribacchino incapace di reggere una penna in mano: a che pro continuare a fornire un servizio che al 95% delle persone cui è destinato importa poco o nulla?

 

Io ho sempre pensato che una casa editrice debba avere la delicatezza di spiegare in un modo o nell’altro per quale ragione ha cestinato un manoscritto. L’ho ripetuto più volte in questo blog, e anche in parecchie interviste.

Ecco, a questo punto temo di aver universalizzato un’esigenza che io, come scrittore esordiente, ho sempre nutrito profondamente. Forse è stato questo il mio errore. Perché quando la Marsilio mi diceva: “la informiamo che il suo lavoro non è stato ritenuto… bla bla bla”, mi chiedevo puntualmente: “sì, ma per quale motivo – esattamente – il mio romanzo non è stato accettato? È scritto male? È pedissequo? Ha dei personaggi stereotipati? Ha qualche spunto interessante o va riscritto per intero?”.

Nessuno ha mai risposto a domande come queste. Soltanto una casa editrice (Il Catamarano) e un gentile editor della Mondadori avanzarono (va beh, in poche righe, ma sempre meglio di niente) alcune critiche precise, positive e negative, nei riguardi dei miei dattiloscritti. Gli altri no. E allora tre anni fa mi son detto: “se mai aprirò una casa editrice, io mi comporterò diversamente”.

Oggi, a distanza di tempo, devo ammettere di aver compiuto un errore. Perché ormai è evidente che io sì, desidero davvero rivoluzionare il sistema, ma la maggior parte degli scrittori esordienti…  assolutamente no. In verità, nonostante tutte le lamentele sui forum, e le polemiche sui blog e sui siti, e i discorsi chilometrici sullo stato dell’editoria italiana, sul fatto che soltanto raccomandati e incapaci ormai vanno avanti in ambito letterario, e le dispute sulla richiesta di contributo, o sui concorsi truccati… ebbene, nonostante questo fiume di parole, io ho capito – dopo la bellezza di 36 mesi: chiedo scusa per il ritardo e per il tono acceso con cui lo affermo – che qui nessuno ha voglia di cambiare un cazzo, in concreto.

Abbiamo raggiunto livelli di contraddittorietà spaventosi, per cui chi denigra il contributo editoriale pubblica poi con le case editrici a pagamento, e le case editrici che fino a qualche anno fa chiedevano il contributo oggi negano tutto e sostengono di essere contrarie da sempre (menomale che io e pochi altri abbiamo la memoria lunga, e non ci facciamo prendere per il culo dagli slogan di facile presa di questi signori); ciliegina sulla torta, gli editori che svolgono seriamente il proprio  lavoro  vengono apertamente osteggiati, perché nella logica di certi scrittori tutti coloro che non apprezzano la loro infima arte sono degli incapaci.

Senza alcun rispetto per chi sta dall’altra parte. Ironia della sorte: per anni ho chiesto agli editori di non trattare gli scrittori esordienti come fossero automi senza sentimenti, ed ora proprio io vengo trattato da certi scrittori alla stregua di un automa, pretendono da me risposte (sì, no, egregio signore, cordiali saluti, il suo lavoro non è risultato in linea, grazie comunque) preregistrate e inoffensive.

È tutto alla rovescia.

 

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico: mai proverbio fu più attinente. Dal 9 agosto i lavori giunti in redazione non riceveranno alcuna scheda di valutazione. Se continuassi a garantire un servizio ritenuto più o meno inutile dal 95% degli autori che si rivolgono a me, sarei un emerito imbecille.

Il punto è questo: offrire qualcosa che non attrae non ha alcun senso. Mi sembra evidente, ormai, che a un po’ tutti NON interessa ottenere un parere, ma semplicemente pubblicare. Interessano il “sì” e il “no”, il “perché” non ha alcun valore. Prendo atto di questa situazione, e agisco di conseguenza.

Volete un “sì” o un “no”? Perfetto! Io – come scrittore – non saprei che farmene, ma se agli altri va bene così…

Una misera percentuale di scrittori resterà insoddisfatta, ma io che posso farci, ragazzi miei? Prendetevela col restante 95%, non con me. Una politica editoriale non prevede regole particolari, ma sempre e comunque generali: un servizio o è valido per tutti o non è valido per nessuno. Io devo basare le mie scelte sui riscontri ottenuti (questo significa sapersi mettere in discussione), e qui purtroppo non siamo davanti a una situazione di equilibrio (fifty-fifty) o di leggera inferiorità, ma davanti a un plebiscito.

È come fare il pieno a un pullman sul quale ogni volta saliranno sì e no cinque viaggiatori: in caso di disinteresse, la tratta viene cancellata per ovvie ragioni, la corsa soppressa per mancanza di riscontri.

 

E allora basta. Non so nemmeno chi o cosa mi ha dato la forza d’andare avanti con questa solfa per due anni e mezzo. I rarissimi incoraggiamenti ricevuti, forse, o forse la potenza degli ideali. Più probabilmente, l’errore di confondere me con gli altri, di proiettare le mie vecchie insoddisfazioni nella massa anonima degli scrittori esordienti.

La realtà che mi si presenta oggi è completamente diversa rispetto a quella prospettata e/o auspicata; ho cominciato questa battaglia affidandomi potenzialmente a un esercito sconfinato di autori esordienti. Peccato che nel tempo queste esercito si sia rivelato per quello che era: una massa di mercenari. Così oggi siamo rimasti in pochissimi, per quanto validi; ma piuttosto che guardarci fra noi preferisco mandare tutti a casa dopo un doveroso inchino.

Fingere non ha senso, né sperare che quella misera percentuale prima o poi cresca, se non altro perché l’andamento generale tende tragicamente al ribasso. Un tempo le soddisfazioni erano maggiori, senza alcun dubbio. Poi qualcosa si è rotto, non so; forse la scheda di valutazione, superata la novità iniziale, è stata interpretata come un qualcosa di scontato, di assodato. E davanti a un atteggiamento del genere, anche la stesura della scheda è diventato per me un atto automatico, che non mi regala alcuna soddisfazione, alcuna gioia. Come potrebbe, sapendo a priori che nella maggior parte dei casi tutto quel lavoro andrà sprecato? E piuttosto che fare qualcosa controvoglia, col rischio di farla anche male, preferisco – come dicevo – prendere atto della realtà e chiudere qui.

Bye bye scheda di valutazione.

Non escludo che questa scelta si riveli transitoria, e che un ritorno alle schede di lettura prima o poi si verifichi, ma allo stato attuale non ho voglia di lavorare come un mulo per una mandria di mercenari. Non più.

Mercenari, sì: perché per questa gente i concetti di stima e rispetto sono chiusi in un sacchettino di plastica con impressa la data di scadenza. Tre mesi al massimo, il tempo di ricevere un responso negativo: poi stima e rispetto vanno a male, si trasformano in qualcosa di marcio, da lanciare addosso a chi si rifiuta di pubblicare i loro lavori. Bella roba. Ché uno può anche dissentire, ma da qui a insultare o prendere in giro ce ne passa.

Qui c’è gente che continua a definirmi “un editore dalla parte degli scrittori esordienti”. Sfato questo luogo comune: non è vero. Se si parla di principi etici, tipo la richiesta di contributo, allora sì, sono dalla parte degli scrittori, perché ritengo ingiusta la richiesta preventiva di denaro per poter accedere alla pubblicazione. E questo vale per tutti, capaci e incapaci, umili e sbruffoni. Ma andando al di là delle questioni deontologiche, io me ne sto tranquillo dalla mia parte e basta. Se poi qualcuno si ritrova a condividere ciò che dico, ben venga. Altrimenti pazienza. Di certo non lavoro dieci ore al giorno per dare soddisfazione ai mercenari di cui sopra. Se qualcuno vuole venire dalla mia parte è ben accetto, poi magari ci si scopre in disaccordo su un mucchio di cose, ma stare dalla stessa parte non significa affatto essere d’accordo su tutto. Qui la questione è molto più complicata, molto più profonda, va al di là dei particolarismi e delle questioni individuali. Lo dimostrano quei pochi scrittori che, pur non avendo pubblicato coi Sognatori, continuano a seguirmi con affetto su questo blog: per loro sì, lavoro duramente. Lavoro per quello che rappresentano: la parte sana di un mondo che ai miei occhi appare sempre più dominato dall’utilitarismo, dalla stima “usa e getta”.

 

È cambiato o cambierà qualcosa?

Assolutamente no.

La maggior parte degli scrittori neanche si accorgerà della variazione apportata. Altri resteranno indifferenti. Pochissimi si rammaricheranno.

Personalmente non ci guadagno né perdo nulla, da questa decisione. Resta un po’ di amarezza, ma quella prima o poi andrà via, almeno spero.

Ah sì, qualcosa muterà necessariamente: l’invio dei responsi, che per forza di cose (redigere ogni volta la scheda di lettura mi portava via un mucchio di ore alla settimana) giungeranno nelle caselle di posta degli scrittori esordienti in meno tempo. Allo stato attuale il responso viene inviato in media dopo 80 giorni, penso di poter tornare sui 60 o giù di lì nell’arco di uno o due mesi.

Dopotutto è un “sì” o un “no” che mi vien chiesto, giusto?

Benissimo, è quello che darò.

Adesso siamo tutti felici e contenti, come nelle favole.

Aldo Moscatelli

 

p.s.

ho fatto presente che la stragrande maggioranza degli scrittori che si rivolgono a me non è interessata alla scheda di valutazione: in uno dei prossimi post vi spiegherò meglio il perché.

postato da: Isognatori alle ore 09:44 | link | commenti (27)
categorie: scrittori, assurdità, aldo moscatelli