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lunedì, 27 ottobre 2008

QUESTIONE DI AUTOREVOLEZZA

Prima parte: qui.

Seconda parte: qui.

 

In questi ultimi mesi mi sono reso conto che l’atteggiamento strafottente palesato da alcuni scrittori esordienti ha spesso a che fare con particolari demeriti del sottoscritto. Non a caso mi viene ricordato sovente che sono un editore sconosciuto, fattore che per alcuni sminuisce notevolmente ciò che dico. Vi sono poi delle aggravanti, tipo quella di pubblicare con parsimonia (ma ci torno dopo).

Mi sono chiesto allora: qual è l’editore autorevole, e quindi la casa editrice autorevole, nel grande circuito della piccola editoria? Fermo restando che la stupidità e l’impudenza di certi individui non hanno limiti (teoricamente nessuno è al riparo dalle scemenze di scrittori frustrati e signorotti afflitti dalla nota “sindrome di sapientino”), ritengo che il piccolo editore autorevole si riconosca per uno o più elementi caratterizzanti, che all’incirca sono questi:

 

1) agisce sul campo da parecchio tempo, e gode quindi di una certa (almeno nel contesto) notorietà;

2) è a capo di una struttura standard, corrispondente a quella che nell’immaginario collettivo è una casa editrice seria, con ufficio stampa, collane, distribuzione in libreria eccetera;

3) segue il modus operandi classico nel rapportarsi agli scrittori esordienti: pochi contatti, poche parole, spesso misurate, per non crearsi nemici inutili e non scontentare nessuno;

4) pubblica molti libri, segnalandosi positivamente per via di questa tendenza all’azione, premiata con la nota frase “si dà da fare per la cultura e per gli scrittori sconosciuti”.

 

Nelle mail che ricevo, e in base a ciò che leggo in giro per la rete, le caratteristiche principali sono queste.

Faccio subito notare la mancanza di una voce per me fondamentale: “pubblica buoni libri”. Un fattore ignorato, sì, o ben che vada sottovalutato (non da tutti, ribadisco). Ignorato perché in realtà la maggior parte degli scrittori esordienti non acquista libri della piccola editoria; vogliono pubblicare, non leggere. Soltanto una mentecatta di mia conoscenza poteva affermare il contrario e polemizzare col sottoscritto sul suo blog: ma su chi giudica realtà che non conosce è meglio stendere un velo pietoso. Comunque, a parlare con cognizione di causa del catalogo di una casa editrice è uno scrittore su mille. Tutti gli altri blaterano astrusità.

Anche il fatto di non chiedere contributi editoriali viene ormai considerato un elemento secondario; a qualcuno potrà sorprendere, ma tant’è. L’editoria a pagamento viene foraggiata regolarmente da scrittori disposti a versare cifre assurde (leggevo su un blog di una tizia cui avevano chiesto 7000 euro, e tutti lì a dirle nei commenti dai, accetta, occasioni così capitano una volta soltanto; aggiungo di mio: due, se sei sfigato), quindi continua a godere di ottima salute; chi non si piega al ricatto preferisce tagliare la testa al toro e pubblica col print on demand. Soprattutto, posso affermare per esperienza diretta che a volte sono proprio gli scrittori maggiormente ostili al contributo editoriale a riservarmi – in seguito, è chiaro – gli insulti peggiori, una volta appurato che il loro lavoro non è risultato pubblicabile. Ecco allora che il fatto di non pretendere alcun contributo editoriale passa in secondo piano, anzi, scompare del tutto. Il ragionamento è sempre quello: che me ne faccio di un editore onesto se non pubblica ciò che ho scritto?

E così si torna a zappare il proprio orticello.

Così va la vita, direbbe Billy Pilgrim.

 

Ora, trovandomi al di qua della barricata da un po’ di tempo (un minimo di esperienza ce l’ho anch’io, ma che volete farci, è davvero poca per poter ambire all’autorevolezza), ritengo doveroso mostrare a tutti il rovescio della medaglia. Gli elementi caratterizzanti elencati in precedenza sono in verità luoghi comuni, dal momento che:

 

1) chi agisce sul campo da parecchio tempo e gode di una certa notorietà a volte non capisce assolutamente nulla di letteratura, ma s’intende alla grande di marketing. Ora, che le case editrici non sopravvivano con le belle parole, lo so benissimo: bisogna vendere e anche tanto. Da qui a pubblicare romanzi che stanno alla letteratura come Polifemo sta allo strabismo (rubo la battuta ad Antonio Albanese), ce ne passa.

Come al solito non faccio nomi perché l’ultima cosa che mi serve è una querela, tendenza affatto rara tra i fighettini dell’editoria nostrana, e poi perché non voglio offrire pubblicità gratuita a certa gente, ma nella mia esperienza di editore ne ho già viste di tutti i colori.

Dovete sapere che certi miei colleghi pubblicano gli scarti dei Sognatori. Una casa editrice del Lazio in particolare. Gli scrittori passano dalle parti dei Sognatori, incassano il niet  e poi si fanno pubblicare da loro, dietro pagamento: le loro porte, per usare un eufemismo, sono assai più larghe rispetto a quelle della mia casa editrice. La cosa meravigliosa è questa: a distanza di un anno o anche meno, quegli stessi scrittori si rifanno vivi. Lamentano la scarsa promozione offerta al loro libro (ma tu guarda!) e dichiarano di aborrire il contributo editoriale (ma tu guarda!), forse per creare attorno a sé l’aura dello scrittore ingiustamente sfruttato. Peccato che dimentichino regolarmente di specificare che erano capaci d’intendere e volere, al momento della firma del contratto…

Riguardo al concetto di “scarto”, qualcuno penserà: “oh, ma questo chi si crede di essere? Pensa forse che il suo giudizio sia unico e incontestabile? Il fatto che a lui non sia piaciuto un manoscritto non significa che nessun altro possa trovarlo interessante”.

Infatti. Come vi dicevo la scorsa volta, questo era il monito che apriva un po’ tutte le schede di valutazione inviate agli scrittori esordienti: “i nostri pareri si basano su criteri soggettivi e quindi niente drammi, dal momento che altri potrebbero ravvisare nel tuo lavoro gli estremi per una pubblicazione”. E vi assicuro che davanti a lavori con un discreto potenziale, con dei meriti oggettivamente presenti (che so… una buona scrittura o una trama originale o dialoghi ben congegnati), non mi sono mai tirato indietro, lodando senza problemi quel che di buono coglievo, e spiegando al contempo cos’è che non mi era piaciuto. Alcuni blogger che passano da queste parti potranno confermare quanto dico. L’eventuale pubblicazione di opere del genere non mi scandalizza affatto, perché io per primo ho riconosciuto la presenza di elementi di rilievo.

Però, signori miei, a tutto c’è un limite. In questi anni ho visto pubblicare (nel 99% dei casi a pagamento) schifezze immonde, roba da mettersi le mani nei capelli; non testi mediocri, ma boiate di dimensioni ciclopiche, che ho avuto la sfortuna di leggere prima di altri. Io ‘sta storia dell’ognuno ha i suoi gusti l’ho sempre tollerata a stento, perché non si può prescindere dalla grammatica, dalla sintassi, dai dialoghi, dall’originalità e tutto il resto. Chiaro, una svista può capitare a tutti, così come può capitare a tutti (anche ai “grandi”, questa cosa non la ricorda mai nessuno) un dialogo poco felice, senza contare che a volte è pure normale citare o lasciarsi influenzare da altri autori. Ma a tutto c’è un limite. E quel limite riguarda le trame riprese pari pari da romanzi di successo (a un tale feci notare che un plot basato sulla storia di un ragazzino che studia da mago e deve salvare il mondo dalle mire del cattivo di turno… a me ricordava qualcosa: lui s’incazzò e mi diede dell’incompetente), riguarda i dialoghi da fine ‘700 nella New York del 2007, riguarda i personaggi femminili che durante l’epopea carolingia ostentano reggiseni col push up o tizi che utilizzano l’euro in Cina come moneta nazionale, e mi fermo qui perché ricordare fa male.

E questi editori sono nel giro da dieci o quindici anni. E si circondano di collaboratori altrettanto “esperti” (fate un po’ voi); 

2) chi è a capo di una struttura standard può godere – come dicevo – di un ufficio stampa, di molte  collane, di una distribuzione in libreria. Il punto è che la presenza di questi elementi non certifica un tubo. Perché spesso e volentieri l’ufficio stampa si limita a insozzare le caselle di posta altrui senza che nessuno abbia chiesto nulla, la distribuzione in libreria esiste solo sul piano astratto (non di rado capita che chiedendo un determinato libro, che in teoria dovrebbe trovarsi lì perché è il sito della casa editrice a dichiararlo pubblicamente, l’opera risulti invece “mai pervenuta”), e le collane si limitano a luccicare per attirare le allodole, seguendo la logica del “più siamo e meglio è”, come se questo fosse garanzia di successo (vi rimando al punto 4); bizzarro poi come, nonostante tutte queste belle credenziali, molte pecorelle smarrite tornino al gregge perché… perché si sono affidati a gente che ha sì distribuzione-collane-fax-televisorealplasma-ufficiostampa, ma nessuno scrupolo nell’imporre (poi sta all’intelligenza dello scrittore accettare o meno) cifre di qualunque entità per pararsi il sedere sul piano commerciale, senza alzare un dito (a parte uno dei cinque) sul fronte promozionale, riservando energie e soldi per il libro dell’amico dell’amico, o magari per la  robetta trendy, quella destinata alla gente che piace alla gente che piace.

Io riesco a piazzare i miei libri in tutta Italia, offro contratti con percentuale sulle vendite, organizzo presentazioni, e non chiedo un centesimo di contributo. Ma non sono serio, no, e nemmeno autorevole.

Sono un editore di nicchia. Peccato che le nicchie le costruiscano le persone, non gli editori: con la loro indifferenza, i loro pregiudizi, i loro “questo libro non lo compro perché non conosco l’autore”, “quest’altro lo lascio lì perché la copertina è in bianco e nero e non a pallini rosa e azzurri”.

Senza contare che a me mancano distribuzione-collane-fax-televisorealplasma-ufficiostampa.

Tutte queste cose, forse, un giorno le avrà anche I Sognatori: vorrà dire che qualcosa è cambiato, ma non certo l’autorevolezza, che oggi è pari a quella di domani. Una distribuzione in libreria non ti rende autorevole, e neanche l’ufficio stampa e le collane: puoi avercele o non avercele, perché è la qualità di ciò che pubblichi, il modo in cui lo fai, la passione che metti nel tuo lavoro, le battaglie che porti avanti, la coerenza che dimostri sui temi davvero importanti – quale può essere quello del contributo editoriale – a decretare e quantificare la tua autorevolezza;

3) l’editore autorevole utilizza poche parole, spesso misurate, per non crearsi nemici inutili e non scontentare nessuno; ovvero, l’editore autorevole è fondamentalmente un’entità fantozziana, un essere che non risponde mai a una mail, a un fax o a una telefonata che non risultino fortemente “producenti” o controproducenti. Guai a disturbarlo. Io ne ho stanati due o tre, ma che fatica! Questo alone di mistero, di irraggiungibilità che li circonda, amplifica l’aura di autorevolezza. Qualcosa del tipo: “l’editore magnanimo scende fra voi mortali soltanto una volta all’eone, approfittatene”. Poco importa se l’editore scende fra noi mortali una volta all’eone per dire cazzate, del tipo (dietro mie precise accuse): “uh, ma davvero sul sito della mia casa editrice non è specificato che richiediamo il contributo editoriale? Ma come è potuto succedere?”. O quell’altro che inchiodai sul banco dei disonesti, dimostrandogli l’assurdità della richiesta di contributo, e che mi liquidò – dopo aver compreso che non c’era trippa per gatti – con una mail di due righe. Perché l’editore autorevole parla poco, e questo incanta le folle. Guai a mostrarsi disponibili, alla mano: nessuno ti prenderà sul serio. E con te faranno la voce grossa.

4) l’editore autorevole pubblica molti libri, segnalandosi positivamente per via di questa tendenza all’azione. Quando uno scrittore esordiente vede un catalogo sterminato, con decine di collane,  pensa inevitabilmente: “diavolo, questi sì che si danno da fare! Beh, ci sarà un po’ di spazio anche per me, no?”. C’è eccome. La casa editrice più attiva (il contesto è quello della piccola e media editoria) che abbiamo in Italia pubblica CENTINAIA di esordienti all’anno, peccato che quasi tutte le pubblicazioni siano con richiesta di contributo. Ma non lo specificano tutte le volte che dovrebbero. Inzeppano il mercato di opere che alla fine verranno vendute direttamente all’autore. Se la vedesse lui, con la distribuzione. Chissà come mai questi libri risultano “esauriti” e “fuori catalogo” dopo così poco tempo… strano, perché se io nel giro di sei mesi ho la fortuna di esaurire un’intera tiratura, procedo subito alla ristampa, perché significa che l’opera piace e si lascia vendere bene. Altri invece stampano una sola tiratura, poi avanti il prossimo. Davvero strano.

La verità è questa: molte case editrici a pagamento non si limitano a chiedere denaro. Obbligano l’autore ad acquistare gran parte della tiratura. In alcuni casi (lo sa bene chi, come me, ha letto “Editori a perdere” di Miriam Bendia) la casa editrice stampa esclusivamente il numero di copie che lo scrittore dovrà poi acquistare di tasca sua: è chiaro che a quel punto, anche sul piano computistico, il libro risulterà esaurito o giù di lì, e quindi fuori catalogo quasi immediatamente. In verità, la tiratura giace in casa dello scrittore: a quel punto (per citare Elio), i cocci sono suoi e dei buoi dei paesi suoi.

 

Alla luce di quanto detto, è chiaro che un editore che è in giro da poco meno di tre anni, che è a capo di una struttura tutt’altro che ordinaria, e segue un modus operandi tutt’altro che ordinario, e dal momento che non chiede alcun contributo editoriale certamente non pubblica il primo che capita, a un occhio esterno non può godere di quell’autorevolezza destinata agli editori seri.

Aggiungete una terribile aggravante: pubblica (pubblicava, meglio dire) i suoi stessi scritti.

Punto d’immane importanza, che per questioni di spazio è meglio sviscerare in un’altra occasione.

Aldo Moscatelli

 

sabato, 25 ottobre 2008

PROMEMORIA CON SORPRESA

Ricordiamo a tutti che oggi, sabato 25 ottobre, al “Café au livre” di Padova si terrà la presentazione del romanzo "Altrove da me", scritto da Lucilla Galanti.
Organizza l’evento l’Associazione Culturale “inutile”. Presenzieranno l'autrice del libro e il presidente di "inutile" 
Matteo Scandolin.
L’inizio è previsto per le ore 18.00
Verrà proiettato in anteprima il booktrailer ufficiale di "Altrove da me", ovviamente realizzato dalla nostra Francesca Santamaria.
E in più un'altra cosuccia interessante cui hanno lavorato gli amici di "inutile"...
Fate un salto al Cafè au livre: ne varrà la pena.

CAFÉ AU LIVRE:
Via degli Zabarella, 23 Padova  tel. 049.8765669  www.cafeaulivre.com
INUTILE » ASSOCIAZIONE CULTURALE:
www.associazioneinutile.org  +39 329 3639162

 

altrove da me

mercoledì, 22 ottobre 2008

HO NOTATO

Ho notato che ultimamente l’interesse attorno alla casa editrice I Sognatori è aumentato. In maniera bizzarra, fra l’altro.

Perché non è usuale che le librerie ti vengano a cercare.

Solitamente è l’editore a dover fare i salti mortali in quella direzione.

Peccato che queste librerie ragionino nei soliti termini, che poi sono quelli del latrocinio.

Se non sapessi che tra “offrire visibilità” e “offrire spazio”, all’interno di un contesto librario, c’è un abisso… mi sarei già lasciato fregare un mucchio di volte.

Così come so bene (lo accennavo a un amico giorni fa) che tra il fornire uno spazietto nello scaffale e il fornire condizioni agevolate per le piccole case editrici, non c’è un abisso. C’è il Grand Canyon.

Quando poi chiedi a certi signori di leggere questa pagina del sito, loro lo fanno, però poi non ti rispondono, oppure ti liquidano con quel  beh, io comprendo il suo punto di vista, lei non ha tutti i torti”. Chiusa conversazione. Inevitabile fuga.

Sull’argomento prima o poi ci ritorno.

Per il momento mi godo il fatto che siano loro a farsi avanti.

 

Ho notato che ultimamente l’interesse della carta stampata nei confronti della mia casa editrice è aumentato. Anche questo in maniera bizzarra.

La settimana scorsa due diverse testate mi hanno contattato: la prima per scrivere una recensione di “Hitler era innocente”, la seconda per buttare giù un articolo sulle realtà editoriali pugliesi (e forse per parlare del mio ultimo libro, in proposito non ho ricevuto grandi delucidazioni).

Già la cosa in sé, se ben ricordate alcuni miei post, lascia stupefatti.

Ma la cosa davvero bizzarra è che non mi hanno chiesto soldi.

Non mi hanno garantito una recensione positiva.

Non hanno voluto una scheda di presentazione, ma il libro, che quindi verrà letto sul serio.

E per quanto la possibilità di una stroncatura solitamente spaventi, a me invece consola enormemente. Non la stroncatura, bensì la “possibilità di”. L’assenza di certezze programmate. L’assenza di accordi sottobanco.

Sull’argomento prima o poi ci ritorno.

Per il momento ringrazio Cinzia.

 

Ho notato che gli A.I. sono una gran cosa.

 

Mi è stato fatto notare che l’antologia che verrà pubblicata a breve sarà, a prescindere da qualunque altro fattore, una raccolta inutile. Perché scaturita dall’ennesimo, inutile concorso.

Spero che Stefano stia leggendo queste righe: perché la valutazione aprioristica di un libro, fondata di fatto sul nulla o su elementi di contorno, imperversa con preoccupante regolarità.

E questo va a danno di tutti.

 

postato da: Isognatori alle ore 12:27 | link | commenti (10)
categorie: piacevoli sorprese, spiacevoli sorprese
sabato, 18 ottobre 2008

E A PROPOSITO DELL’ANTOLOGIA…

Qualche ritardo nella consegna delle liberatorie ha rallentato i lavori, ma tutto sommato siamo a buon punto e a breve i nostri incontri col tipografo dovrebbero intensificarsi: preludio alla lavorazione “meccanica” dell’opera.

Non sappiamo ancora quando uscirà, e tenendo in buon conto le sfighe che hanno rallentato il processo tipografico in occasione degli ultimi quattro libri, è meglio non azzardare date.

Considerate pure che più andiamo avanti e più i Governi che si alternano incasinano la parte burocratica del nostro lavoro (ogni anno c’è una novità) e che il procedimento off-set è decisamente più lungo rispetto a quello digitale (un motivo deve pur esserci). Occorre quindi attendere, a meno che qualcuno fra voi non desideri ritrovarsi fra le mani un libro impaginato alle meglio, o che dopo un mese già comincia a perdere pagine.

 

Da queste parti si comincia a parlare già della prossima edizione. Sommariamente, è chiaro.

Un paio di fattori sembrano certi: il prossimo concorso sarà a tema libero e non precluderà a chicchessia la partecipazione.

Soprattutto, l’iscrizione sarà gratuita per tutti coloro che hanno partecipato sia alla prima che  alla seconda edizione (non all’una o all’altra, ma ad entrambe), nel senso che verranno sollevati dall’obbligo di acquistare alcunché a titolo di quota partecipativa. Un modo efficace per dimostrare la nostra riconoscenza nei riguardi degli scrittori che ci seguono dalla prima ora, e che da tempo si ostinano a mostrare rispetto e stima nei riguardi della casa editrice I Sognatori.

E in un periodo in cui noi riceviamo apprezzamenti più che fasulli (quelli flanderiani del tipo “mi rivolgo a voi perché siete bravi bravini bravetti, non chiedendo contributi editoriali… ma io un vostro libro non lo comprerò nemmeno sotto tortura”) da parte di gente che oggi c’è e domani non c’è, ci pare una buona idea ridare un senso pratico al concetto di “riconoscenza” e far risparmiare un po’ di soldi a coloro che – nel tempo – hanno legittimato ampiamente la propria correttezza nei nostri riguardi.

Chi per due anni consecutivi non si è tirato indietro davanti alla necessità di versare la quota d’iscrizione (“relativa” nel nostro caso, ma ormai gli scrittori esordienti non operano più alcun distinguo), l’anno prossimo non dovrà pagare nulla.

E qualcuno confermerà che affidarsi ai Sognatori conviene.

giovedì, 16 ottobre 2008

A PROPOSITO DI LUCILLA

Segnaliamo a tutti che sul numero 16 (quello di ottobre) dell'opuscolo letterario "inutile", trovate un racconto inedito della nostra Lucilla Galanti. Titolo bizzarro: "Appunti sulla comunicazione non verbale".
Per il resto, trovate anche "un falso Montale, una jazzata e una splendida foto di Giulio Bassi". Aggiungiamo l'editoriale di Alessandro Romeo.

Per scaricare il tutto, recatevi qui:

http://www.rivistainutile.it/

Il padrone di casa vi accoglierà a braccia aperte.

martedì, 14 ottobre 2008

altrove da me

 

Il formato della locandina non consente di visualizzare bene le scritte, quindi traduco:

Il 25 ottobre 2008, al “Café au livre” di Padova, si terrà la presentazione del libro “Altrove da me” di Lucilla Galanti.
Organizza l’evento l’Associazione Culturale “inutile” (rigorosamente con la “i” minuscola, mi è stato raccomandato), presieduta dal gran capo Matteo Scandolin.
L’inizio è previsto per le ore 18.00
Conosco un po’ di gente che abita a Padova e nei dintorni, quindi quel giorno cercate di non prendere impegni e recatevi al Cafè au livre. Avrete l’occasione di conoscere Lucilla e i ragazzi di “inutile” (sono in gamba, teneteli d’occhio). Io non ci sarò, per improcrastinabili impegni (e anche perché non sono stato invitato): un motivo in più per presenziare all’evento, dunque.
Sarà possibile vendere qualche copia in loco, gli interessati che non hanno ancora avuto modo di leggere quel bellissimo romanzo intitolato “Altrove da me” possono rimediare.
Mi pare di aver detto tutto.
Conto sulla vostra presenza: chiederò a Matteo e Lucilla di fare l’appello, vi avviso.
Aldo Moscatelli

CAFÉ AU LIVRE:

Via degli Zabarella, 23 Padova  tel. 049.8765669  www.cafeaulivre.com

INUTILE » ASSOCIAZIONE CULTURALE:

www.associazioneinutile.org  +39 329 3639162

 

p.s.

non so se la locandina è quella ufficiale.

Il giorno in cui il signor “Faccio tutto io” e la signorina “Non se ne parla neanche” riusciranno a mettersi d’accordo, posterò quella definitiva.

venerdì, 10 ottobre 2008

UNA MAIL ILLUMINANTE MA NON TROPPO

Una persona mi ha inviato una mail nei giorni scorsi, per spiegarmi (argomentando in 8 punti) i motivi che l’hanno spinta a NON acquistare il mio ultimo libro, “Hitler era innocente”.

Copio e incollo gli otto punti (li trovate in corsivo). Subito sotto invece potete leggere le mie repliche.

EDIT: su richiesta del mio interlocutore, pubblico anche il resto del “carteggio”.

 

Caro Aldo,

sto seguendo con attenzione il tuo sito da un paio di mesi […] . Ti scrivo privatamente e non sul blog, perché mi fa piacere articolare un ragionamento ampio e che tutto sommato ha più senso fare "in privato", con una persona che non conosco ma della quale apprezzo molto i principi. Ti prego di considerare positivamente il mezzo di comunicazione privato che ho scelto per fare alcune mie considerazioni personali, per evitare che queste vengano interpretate come uno sterile esibizionismo di un tuo lettore.
Mi animo di spirito costruttivo e vengo al dunque.
Intanto ho comprato due libri de I Sognatori […] Il primo è stato l'antologia della passata edizione […] Quando è stato il momento di acquistare un secondo vostro libro, ho dato una scorsa al catalogo, e poi ho scelto “Lapsus” di Flavio Pagani (pur non piacendomi il genere Benni/Pennac a cui il libro chiaramente s'ispira). Ero stato in dubbio se scegliere tra questo e “Hitler era Innocente”, sul quale capisco ora dal blog che stai inghiottendo qualche boccone amaro, ma poi ho rinunciato. La mia mail è per illustrarti i motivi dietro alla non scelta del tuo ultimo romanzo, da parte di un potenziale lettore (uno non fa molto testo, ma è sempre un'opinione). Faccio un elenco articolato delle motivazioni, come sovente sono costretto a comportarmi nel mio lavoro quando devo enumerare le cause di un problema che va risolto. Te le dico tutte, qualcuna la puoi condividere, qualcun’altra meno, forse l'elenco può comunque esserti utile per rifletterci su (come dovrebbero fare gli scrittori esordienti dopo una tua scheda di valutazione, che ti è costata tempo e fatica).

Sto ammirando la tua vis, permettimi il latinismo, sul blog. Mi piacerebbe poterti dare qualche indicazione, spero che tu non te la prenda a male, perché mi dispiace vederti soffrire quando sei convinto del tuo operato. Spero tu abbia compreso il mio spirito costruttivo […]

 

1. La posizione del romanzo nel catalogo, ossia in cima: ho trovato poco elegante che un editore metta al primo posto del catalogo un libro scritto da lui, quasi ad invogliare il lettore ad acquistare quello, o a valutarlo prima degli altri.

 

È in cima perché è l'ultimo libro editato. Ho sempre seguito l’ordine cronologico, senza fare distinzioni. L'antologia [“Un sogno dentro un sogno – Volume 2”, n.d.Aldo] spodesterà "Hitler era innocente" dal trono, per così dire. Comprendo l’aspetto propositivo delle tue critiche, ma questa osservazione mi pare fortemente ingiusta, se non altro perché fin qui mi è stato rimproverato di aver fatto pochissima pubblicità al mio libro, cosa in parte vera.

Emblematica, comunque, dell’ottica distorta con la quale vengono visti i libri che scrivo: “Lapsus” e “Altrove da me”, nel complesso, sono rimasti per sei mesi in cima al catalogo senza che nessuno avesse nulla da obiettare. Ora c’è “Hitler era innocente” e la cosa spicca e alimenta dubbi.

Scusa la franchezza, ma è questo modo di ragionare ad essere ben poco elegante.

L’ordine cronologico è sempre stato rispettato, ribadisco: se si deve avanzare una critica, è bene farlo con cognizione di causa. [per la cronaca: il mio interlocutore si è poi giustificato dichiarando di aver guardato il catalogo, per la prima volta, a luglio, e quindi di ignorare il fatto che l’elenco seguisse l’ordine cronologico. Tuttavia, ritengo ancor più inelegante che qualcuno lanci accuse molto gravi a vanvera, cioè senza aver prima appurato se l’accusa con la quale s’intende mettere in discussione la correttezza di una persona ha uno straccio di fondamento].

 

 

2. La non pubblicazione on-line dell’incipit: quando compro un libro, almeno io, ne sfoglio qualche pagina e sovente lo compro solo se l’incipit e il linguaggio scelto mi hanno catturato.

 

Pubblicarne uno stralcio è nell’elenco delle cose da fare [nel frattempo è già stato pubblicato qui, n.d.Aldo]. Purtroppo il pochissimo tempo a disposizione mi consente di aggiornare il sito di rado. Contavo di farlo nel momento in cui qualche associazione avesse mostrato interesse nei riguardi del libro, in modo da sistemare un po’ tutte le pagine inerenti l’opera. Ma hai ragione, lo farò quanto prima, anche perché se aspetto le associazioni rischio di lasciare tutto com’è.

 

 

3. Troppe spiegazioni: il motivo per cui la copertina è volutamente tutta nera, il fatto che non è un libro politicamente orientato alla difesa di Hitler, ecc.

 

Non sono “spiegazioni”, ma parte della presentazione. Non è che potevo limitarmi a dire “il libro è questo, compratelo”. Su qualche aspetto bisogna pur fare leva, no? Poi le presunte spiegazioni circa il carattere a-politico ci stanno eccome: considera che esiste il reato di apologia del nazismo, e che molte (troppe) persone fanno presto a fare due più due…

Una lettrice ha dichiarato pubblicamente nel suo blog, a proposito del titolo: “Se avessi trovato questo libro in libreria, sicuramente non lo avrei acquistato”. Le spiegazioni allora sono valse a qualcosa, mi pare.

 

 

4. La copertina nera: per te è simbolica, sono d’accordo che è un’ idea originale, ma a me è sembrato un breviario per la messa. Normalmente il lettore quando decide di prendere un libro dal ripiano per sfogliarlo guarda la confezione prima di ogni altra cosa.

 

Che devo dirti? Sei l’unico ad aver mosso critiche nei riguardi della copertina. Fin qui tutti (mi riferisco ai lettori) l’hanno giudicata efficace e d’impatto. Naturalmente per me una critica negativa ha la stessa importanza di una critica positiva, quindi prendo la tua opinione e la metto idealmente nella colonna dei giudizi sfavorevoli. Ne terrò conto, e inizierò a preoccuparmi sul serio, qualora dovessero giungere ulteriori disapprovazioni.

Se poi assomiglia a un breviario… boh, può darsi. Non mi sembra comunque un buon motivo per rifuggire la lettura di un libro. Dopotutto, seguendo il medesimo ragionamento, “Cattedrale” di Carver, “Io non ho paura” di Ammaniti e chissà quante altre opere dovrebbero prendere polvere sugli scaffali, visto che in copertina hanno immagini banalissime, se non a volte penose.

 

 

5. L’assertività  del titolo: mi sarei aspettato un punto interrogativo, almeno. Lo so che “Hitler era innocente?” suona meno bene di “Hitler era innocente”, ma forse l’assenza del punto di domanda dà già una risposta prematura al lettore, quasi come se nel titolo ci fosse la soluzione del giallo (ho capito che non è un giallo, la mia è solo una metafora).

 

Anche il titolo è stato giudicato “efficace e d’impatto”. Mi riferisco a chi lo ha valutato concretamente, e ha potuto così mettere in correlazione titolo e contenuti. Qui il discorso cambia rispetto alla copertina, perché non mi pare il caso di criticare il titolo di un libro che non si è letto, proprio per l’impossibilità di relazionare i due aspetti.

È un po’ come criticare… non so, “Erezioni, eiaculazioni, esibizioni” di Bukowski ritenendolo volgare, senza sapere che quel titolo ci sta benissimo coi contenuti dei racconti.

 

 

6. L’editore dovrebbe far cambiare qualche idea allo scrittore. Tanto quello che conta davvero è il contenuto, la confezione è solo un (piccolo) inganno per vendere. Un inganno utile, se il messaggio del lettore arriva ad un pubblico più vasto, quindi una white lie come direbbero gli inglesi.

 

Non prendo mai una decisione in totale autonomia, per quel che riguarda i miei libri (aspetto grafico e non). Ho la fortuna di potermi affidare a gente competente, in tal senso.

 

 

7. Ecco, in virtù di quanto ti ho detto, per “Hitler era Innocente” a me sembra che l’editore Moscatelli non sia stato sufficientemente forte nel far cambiare idea allo scrittore Moscatelli. Se fossi arrivato io, per assurdo, come scrittore intendo, con quel titolo e quell’idea di copertina, tu mi avresti assecondato o mi avresti cortesemente chiesto di ripensarci?

 

Ti avrei stretto la mano per il coraggio, e abbracciato per avermi fatto guadagnare un sacco di tempo sul fronte dell’ideazione grafica! Un’idea è ottima o pessima a prescindere da chi l’avanza.

Per me. Poi se altri fanno differenze, non m’importa.

 

 

8. Che dici dell'idea di cambiare l'aspetto esteriore, facendo una seconda edizione dall'aspetto grafico opposto, (che dici, tutta bianca con il solo titolo nero con un bel carattere quadrato tipo Arial Black? Quella nera potrebbe diventare un "cult" in quanto legata alla solo prima edizione...).

 

Sì, se i soldi li metti tu! Scherzi a parte, Stefano, ti ringrazio per aver espresso i tuoi dubbi con franchezza e onestà intellettuale. Come promesso, terrà da conto alcune tue indicazioni: “come dovrebbero fare gli scrittori esordienti dopo una tua scheda di valutazione”, hai scritto nella tua mail.
Anche se a dire il vero coi lettori e gli scrittori io preferisco parlare di un libro nella sua globalità . Per un autore è maggiormente stimolante, e lusinghiero, ricevere un parere soprattutto sui contenuti di un lavoro letterario […]
Non escludo di parlarne un po’ sul blog, di queste motivazioni che spingerebbero gli avventori a ricalcitrare davanti all’acquisto di “Hitler era innocente”.
Un caro saluto,
Aldo Moscatelli

 

Ciao Aldo.
Grazie per l'attenzione che hai dedicato alle mie considerazioni (da lettore o potenziale lettore), mi fa davvero piacere che tu abbia letto positivamente lo spirito e l'onesta intellettuale che le animava.
Sul punto 1 (a mia parziale discolpa) ho scoperto il tuo sito su Internet solo a luglio, e quindi non avevo capito la cronologia delle pubblicazioni.
Sul punto 2, ci conto.
Sul punto 5, concordo. Dopo aver letto il libro (che comprerò) ti farò sapere.
Sul punto 8, non ci contare. Sei tu l'editore...  ;-)
[ben mi sta!, n.d.Aldo]
Un caro saluto a te e a presto,
Stefano

 
 
mercoledì, 08 ottobre 2008

LETTURE ESTIVE (parte seconda)

BUDDHA – Aforismi e discorsi

Chi mi conosce un minimo e ha letto qualcosa di mio (penso soprattutto a “Hitler era innocente”) sa che nutro un profondo interesse nei riguardi delle religioni. Recentemente ho riletto questo piccolo saggio sulla filosofia buddista, a volte terribilmente monotono (le tecniche del mantra spiegate per filo e per segno, con ripetizioni continue), a volte interessante, edificante e pregno di spunti sui quali riflettere.

Il problema è che io mi considero la dimostrazione vivente che il karma non esiste. Tempo fa ho chiesto lumi all’Universo e l’Universo mi ha risposto: “fai schifo”.

Aggiungete il fatto che filosoficamente mi trovo agli antipodi delle 4 nobili verità buddiste (pur non essendo un edonista, per me la “passione” verso tutto ciò che amo, non ultimi i libri, è sempre stata la vera liberazione dal dolore… non il contrario), e che ai miei occhi pure il buddismo risulta pieno di contraddizioni, anche per via di una certa inapplicabilità: nel momento in cui vien chiesto ai “fedeli” (termine improprio, ma non me ne vengono altri) un continuo domarsi, cioè il perenne distacco da tutto ciò che ci circonda per restare invece costantemente concentrati, senza mai alcuna distrazione… ecco, a parer mio si va un tantinello contro natura. Ho apprezzato invece il lato umanistico del pensiero di Siddharta, specie il versante pacifista della dottrina. Personalmente incoraggio tutti a studiarla, meglio se integrata con quella di Confucio, Lao Tsŭ, Pitagora, Eraclito e l’eleatismo, giusto per avere un quadro d’insieme e comprendere meglio i fortissimi legami che uniscono popoli e culture apparentemente distanti.

 

GIOVANNI VERGA – La lupa e altre novelle

Mai amato Verga.

Giudizio ampiamente parziale, ovvio. “Parziale” in tutti i sensi, dal momento che:

1) in qualità di lettore ho i miei personalissimi gusti (il verismo non mi piace);

2) di Verga ho letto fondamentalmente poco, quindi la mia opinione si riferisce esclusivamente ai racconti passati in rassegna.

In effetti, in troppi lettori rilevo l’errata inclinazione a “bocciare” o “promuovere” – in toto – uno scrittore sulla scorta di pochi lavori letti (a volte uno soltanto), anche a fronte di una produzione sterminata. Liberissimi di farlo, per carità, ma io non condivido.

Un’altra errata propensione è quella di smorzare i toni nel momento in cui a risultare indigesto è uno scrittore storicizzato. Dovrei aggiungere che – di pari passo – c’è la malsana tendenza a cercare difetti col lumicino nei lavori degli scrittori meno noti, ma questa è un’altra storia.

Ora, se da un lato è pure comprensibile che i Grandi Scrittori impongano un minimo di timore reverenziale, dall’altro non si può prescindere da elementi oggettivi e soggettivi. Di recente, in altra sede ho definito opere come “Middlemarch”, “Menzogna e sortilegio” e “Orgoglio e pregiudizio” dei romanzi-telenovela, definizione che a qualcuno è apparsa fuori luogo. Io invece non ci vedo nulla di strano, dal momento che molti elementi presenti nelle soap sono mutuati dai feuilleton, e che quest’ultimi si rifacevano palesemente alla letteratura inglese del periodo austeniano (e anche post-austeniano). Nulla di cui sorprendersi, quindi.

Tornando a Verga: la lettura di queste novelle (La lupa, Jeli il pastore, Cavalleria Rusticana, Pentolaccia, L’amante di Gramigna) ha confermato una disaffezione che trova le sue origini nel periodo adolescenziale, quando m’imbattei in una raccolta che non gradii affatto.

Troppi racconti dello scrittore catanese mostrano la stessa struttura narrativa, con buona pace dell’effetto-sorpresa; la trama è risaputa: c’è un tale che viene tradito dalla moglie/fidanzata, e lui per reazione accoppa il rivale in amore. Punto. Anche gli sfondi cambiano di rado. Lo so, lo imponeva la pratica verista, però che volete che vi dica, a me queste novelle dicono poco o nulla, sicché letta una… è come se le avessi lette tutte. Diverso il discorso per “La lupa”, racconto che è molto più interessante da un punto di vista sociologico piuttosto che da quello strettamente letterario. Perché – intendiamoci – “La lupa” è una novella di tre pagine in cui un’infoiata rende la vita durissima a figlia e genero, finché lui (tanto per cambiare) non ne può più e l’accoppa. Il plot è tutto qui. Decisamente più interessante la riduzione teatrale, che descrive meglio la psicologia dei vari personaggi coinvolti nelle vicende. Uno di quei racconti, insomma, sui quali è possibile scrivere interi saggi interpretativi, nonostante lo si possa iniziare e finire in cinque minuti.

Qui risiede, a parer mio, la vera forza della novellistica verghiana, altrimenti misera (intenzionalmente) su altri fronti. Quella forza che spingerà un autore - lontanissimo culturalmente e geograficamente - come Lawrence, a ispirarsi alla poetica del Verga per comporre il suo romanzo più noto, "L'amante di Lady Chatterley".

 

ROSA MATTEUCCI – Cuore di mamma

Titolo orribile per un romanzo breve che, per circa due terzi, mi sentivo in dovere di consigliare. L’ultimo “terzo” è stato invece fatale. Partendo dal presupposto che Rosa Matteucci coniuga sapientemente immediatezza linguistica e terminologia obsoleta, sul fronte della trama e della descrizione dei personaggi il lavoro è inizialmente perfetto. C’è una giovane donna succube della madre, un’anziana signora misantropa e francamente insopportabile; c’è il bel giovane squattrinato che cerca di concupire la giovane donna per spillarle soldi; ci sono le due megere che raggirano le vecchiette; e poi le colf straniere ritratte alla stregua di mercenarie, i morti di fame che ruotano attorno alle associazioni di volontariato, e così via. Il quadro che ne esce è deprimente, grottesco, a tratti surreale. Il plot non compie grandi passi in avanti, ma sono le considerazioni dei protagonisti, il lavoro d’indagine psicologica che la Matteucci porta avanti, a conquistare il proscenio. Poi tutto s’incrina: prima c’è un’asfissiante e noiosissima (nonché lunghissima) descrizione dei deliri mistici della vecchietta in punto di morte, che va considerato come il sottofinale, per nulla riuscito. Quindi, segue l’unico dialogo (sei pagine) del romanzo, che chiude tutto in maniera ancora più indegna; un dialogo (tra la protagonista e un fornaio) innaturale, forzato, con frasi trite e un che di filosofico che stona terribilmente nel contesto generale. Un vero peccato, perché da “Cuore di mamma” inizialmente non mi aspettavo nulla, ma con il procedere della lettura ho cominciato a nutrire la speranza di trovarmi al cospetto del classico lavoro misconosciuto ma validissimo. Nella mia memoria di lettore resterà un romanzo “valido” e basta. Ed è un po’ come guardare il bicchiere e sperare che appaia mezzo pieno, per poi realizzare che è mezzo vuoto.

Aldo M.

postato da: Isognatori alle ore 16:18 | link | commenti (4)
categorie: libri, i libri degli altri
lunedì, 06 ottobre 2008

PROPOSTA INDECENTE

Qualche tempo fa una giornalista mi ha chiesto dei soldi per scrivere la recensione (da pubblicare in seguito su una rivista) di un libro edito da I Sognatori. Questo dopo aver profusamente lodato l’onestà e il coraggio “etico” del sottoscritto in campo editoriale.

Ho gentilmente declinato l’offerta, naturalmente.

Lo so, magari a qualcuno eventi del genere potranno apparire normali, altro che “indecenti”, ma al sottoscritto l’idea che qualcuno debba pagare (nell’anno di grazia 2008, nell’era di internet) un giornalista per ottenere uno straccio di visibilità sul piano promozionale, mette una gran tristezza. Mi risulta pure che un giornalista venga già pagato dal suo editore, quindi:

1) la giornalista ambiva a una gratifica personale;

2) oppure, se parlava in vece del suo editore, io avrei dovuto pagare lo spazio ottenuto sulla rivista, e cordialmente offerto dal mio collega. Ma a questo punto non si dovrebbe parlare di recensione, bensì di inserzione. Che non è affatto la stessa cosa.

Altra implicazione: in linea teorica una recensione a pagamento deve essere positiva per forza di cose. Perché è chiaro che pagare per veder stroncato un proprio libro non ha senso. E la positività a priori io non l’accetto, per quanto possa tornarmi utile. Sostenitori e detrattori ne ho a bizzeffe, a questo punto mi rivolgo a loro e faccio valutare gratuitamente un libro della mia casa editrice, no?

Lo so, il sistema è questo e non bisogna chiudere gli occhi davanti a tali fenomeni, ma tra l’appurare e il condividere c’è un abisso, che è poi quello in cui mi trovo a sopravvivere da sempre.

Mi risulta un tantino inaccettabile il comportamento di chi esalta l’onestà (intellettuale, ma non solo) di chi porta avanti un certo tipo di discorso editoriale, per poi fregarsene altamente delle implicazioni insite nel proprio modo d’agire. A quanto pare piaccio perché dichiaro di aborrire la richiesta di contributo, e questo ovviamente mi rende felice, ma se poi devo essere trattato alla stregua di chi il contributo lo chiede da anni, allora non ci siamo. Ditemi che sono un imbecille e offritemi una recensione a costo zero, così almeno ne ricavo un vantaggio.

Il problema è che qui si confonde “l’essere onesto” con “l’essere fesso”: dagli altri si pretende trasparenza e rigore morale, quando poi la frittata viene lanciata in aria il discorso cambia perché… io, io devo pur mangiare, invece il signor Moscatelli si nutre degli acari annidati nei libri. È risaputo.

 

Ora, ribadendo il fatto che io non ho certamente bisogno di pagare qualcuno per ottenere una recensione, positiva o negativa che sia, mi chiedevo: il pagamento richiesto dalla gentile reporter andava effettuato… a casa sua o a casa mia, secondo voi?

Non male come idea: il primo editore-squillo della storia (almeno credo).

Bah. I capelli lunghi ce li ho. Manca tutto il resto, ma qualcuna che si accontenta forse riesco a trovarla.

Non so se fatti di questo genere siano più frequenti di quel che immagino, ma so per esperienza professionale che quel che accade nel “piccolo” si verifica (in maniera amplificata) pure nel “grande”.  D’altronde certe porcate possono vendere soltanto se dietro c’è qualcuno che le esalta. Sicché un editore che non intenda sottostare a certe regole deve giocoforza contare sulla pubblicità gratuita offerta in potenza da qualche giornalista onesto. Dico “in potenza”, non a caso, perché a volte inviare un libro a un giornalista irreprensibile serve a poco, se quello dimentica di scriverci una recensione – anche in questo caso – positiva o negativa che sia.

Per fare un paio di esempi: il signor Giuseppe Iannozzi mi deve da circa 24 mesi una recensione di “Camp attack”. E la signora Loredana Lipperini, da circa 20 mesi, è in possesso (almeno credo, le ho chiesto due volte se aveva ricevuto il libro ma non ho ottenuto risposta: io l’ho preso per un implicito “sì”) del mio “Il cimitero dei giocattoli inutili”, ma allo stato attuale non ho ancora avuto il piacere di leggere due righe sul libro.

Oh, intendiamoci, sono loro che mi hanno lasciato libero di spedire le rispettive opere, perché dicevano di potermi fornire un parere. Io ho chiesto, ma loro hanno risposto. Positivamente, per giunta. Non li ho mica obbligati a fornirmi il loro domicilio. Guarda caso, entrambi hanno consigliato di avere “molta, molta, molta pazienza”. Più o meno due anni fa.

Io non so esattamente cosa intendessero dire, quindi avanzo qualche ipotesi.

 

1) i libri sono stati letti ma non graditi, e per non danneggiare il buon nome degli autori e della casa editrice, hanno deciso di stroncarli quando saranno ormai fuori catalogo;

2) negli ultimi due anni Iannozzi e la Lipperini sono stati colpiti da una strana forma di dislessia, che consente loro di leggere soltanto determinati libri;

3) hanno letto e dimenticato i libri per autodifesa, a causa della loro bruttezza;

4) i due esimi giornalisti hanno un arretrato pazzesco di libri da valutare, e al momento sono alle prese coi romanzi ricevuti nel 1983;

5) Iannozzi e la Lipperini mi vogliono bene, e poiché si augurano che io abbia vita lunga, superstiziosamente attendono il mio centesimo compleanno per farmi sapere qualcosa. Tra settant’anni vi farò sapere a mia volta, dunque. Già me li vedo, mentre accorrono al mio capezzale, stringendo fra le mani le sospirate recensioni!

  

Comunque, a me l’idea dell’editore-squillo non dispiace. Potrei circuire Iannozzi e la Lipperini. So che Iannozzi ha un debole per le bionde, quindi dovrei tingere i capelli. Oppure potrei sfidarlo in una singolar tenzone e battagliare a colpi di… naso, visto che entrambi beneficiamo di un apparato olfattivo non indifferente.

Della Lipperini non so… ma posso imparare a memoria “Sull’amore” di Gibran e recitargliela: a meno che non abbia un cubo di porfido al posto del cuore (cosa che mi sento di escludere) andrà in brodo di giuggiole e mi fornirà la sua recensione.

Tornando a Iannozzi… a pensarci bene dovrebbe essere Larry a tingersi i capelli: io sono l’editore, e credo che per una volta mi convenga far valere la supremazia nella scala gerarchica…

Aldo Moscatelli

postato da: Isognatori alle ore 12:20 | link | commenti (4)
categorie: libri, assurdità, i nostri libri
sabato, 04 ottobre 2008

CITAZIONI (scovate di recente)

CINEMA

 

Ogni pazzo là fuori può tirare su un blog ed ottenere milioni di seguaci. Se Hitler fosse ancora in giro non avrebbe la necessità di andare in una piazza:  tirerebbe su un blog”

George Romero, “Le cronache dei morti viventi”

 

- In questa stanza i libri sono ordinati con un preciso criterio, che non è quello alfabetico. Tua zia invece cosa fa? Legge Proust e poi lo lascia accanto a Goethe. Ma come si fa, dico io, a mettere uno accanto all’altro Proust e Goethe?

- Perché, tu dove piazzeresti Proust?

- Ma che ne so… accanto a qualche ciarlatano come Rabelais…

Vittorio Gassman in “Anima persa” di Dino Risi,

tratto dal romanzo di Giovanni Arpino

 

 

LIBRI

 

Lo stolto che conosce la propria stoltezza è saggio almeno per questo: lo sciocco che si ritiene un saggio, egli è veramente quello che si suol definire uno scemo!”

Siddharta Gautama, “Dhammapada”

 

Io debbo avere il coraggio di dire ai miei critici, e alle persone di scarso intelletto che possono giudicare queste mie idee, quanto un uomo nato cieco può giudicare i colori. Essi pensano di sottomettere uno scrittore come Cesare il nemico […] Penso che la lunga disputa tra i filosofi sul vuoto possa finalmente risolversi: il vuoto esiste, e si trova nella testa di un critico

J. Swift, “Saggio tritico sulle facoltà della mente”

 

La letteratura non è una professione, è una maledizione!

T. Mann, “Tonio Kroeger”

postato da: Isognatori alle ore 07:37 | link | commenti
categorie: citazioni