OGGI E’ GIOVEDI’
Sotto l’albero virtuale ho trovato un paio di recensioni inerenti l’ultimo nato in casa Sognatori, ovvero l’antologia “Un sogno dentro un sogno vol. 2”.
La prima è stata scritta da Matteo, e potete leggerla qui:
http://www.grandisperanze.net/files/un_sogno_dentro_un_sogno_due.html
La seconda porta la firma di PattyBruce, e la trovate qui:
http://pattybruce.splinder.com/post/19397414
Ovviamente ringrazio di cuore Matteo e Patrizia per le belle parole spese nei confronti dell’opera, che a quanto pare sta ottenendo ampi consensi un po’ da tutti.
Meglio così.
Per il resto… com’è noto l’atmosfera natalizia mi dà il voltastomaco, ma sarebbe antipatico congedarmi senza una parola in merito.
Lo faccio a modo mio, allora, con un filmato e una canzoncina natalizia.
Ché nel protagonista del video un po’ mi ci rivedo (va beh, tamarraggine a parte).
Eh, ad avercela una slitta…
Buon Giovedì a tutti,
Aldo Moscatelli
Ed eccoci giunti alla seconda intervista doppia rivolta ai vincitori dell’edizione 2008 del concorso “Un sogno dentro un sogno”.
A sottoporsi al fuoco di fila delle domande sono quest’oggi Ilaria Vajngerl e Sergio Cortesi, autori – rispettivamente – dei racconti “Per sua divina provvidenza” e “Sogno e son destro”.
Buona lettura,
Aldo Moscatelli
1) Domanda di rito, cari ragazzi: i vostri lavori hanno avuto origine da qualcosa in particolare? Una lettura, un evento, una riflessione specifica…
ILARIA: Da un po' di tempo mi stuzzicava l'idea di esorcizzare con un racconto una paura che avevo da bambina, le apparizioni della Madonna. Mi terrorizzava l'idea che ci fosse qualcuno che potesse teoricamente rintracciarmi ovunque e magari fare la sua entrata da dietro, cogliendomi alle spalle, BU! Ecco, diciamo che questo mi ha dato il via. Durante la scrittura poi le riflessioni sono state moltissime, penso sia inevitabile. Soprattutto in un racconto come il mio, costruito in modo tale da far capire che i pensieri sono nascosti sotto ogni cosa.
SERGIO: Un incontro con il figlio di una collega nella pausa di una riunione di lavoro molto pesante. Avevo appena deciso di partecipare al concorso e nella sua testa enorme e nel suo sorriso mi sono perso. Inutile aggiungere che alla ripresa dei lavori ho scritto Sogno e Son Destro….
2) “Per sua divina provvidenza” e “Sogno e son destro”, all’interno dell’antologia, sono probabilmente i due lavori che – a fronte di una trama esile se non a tratti inesistente – nascondono in verità la serie maggiore di sottesi, di chiavi interpretative. È il vostro modo di approcciare la materia letteraria? O il tutto è riconducibile alla vostra interpretazione del concetto di “sogno”, per cui – citando Malerba – tutti i sogni sono sempre un po' misteriosi e questo è il loro bello, ma certi sono misteriosissimi, cioè non si capisce niente, sono come dei rebus.
ILARIA: Che domanda difficile! Beh, sicuramente questo è il modo con cui mi rapporto alla vita, di conseguenza quello che scrivo ne sarà influenzato. Come dicevo prima, dietro ogni cosa c'è dell'altro, un pensiero, un contatto fra polarità che si scontrano. Dietro a un gesto può esserci una storia. Figuriamoci dietro un sogno!
SERGIO: Questo è un domandone. Innanzitutto io con le trame mica ci vado d’accordo, e poi volevo aprire lo sguardo su come voglio sognare. Come sogno io e come lo fanno gli altri. Sarà una mia fissazione ma trovo tanto di sociale anche nell’intimità del sogno.
3) I vostri personaggi possono essere considerati dei tipi particolarmente eccentrici: il Dimitri di “Per sua divina provvidenza” soffre di agorafobia, claustrofobia e ha paura di scendere le scale (cit., pag. 36), e la protagonista (Cecilia) sogna Madonne coi baffi e zucche carnivore; la voce narrante di “Sogno e son destro”, invece, ritiene di avere pensieri mancini, distinguendosi da quelli lì, così destri e dritti (cit., pag. 52). Vorrei chiedervi a questo punto se nelle vostre novelle avete per caso “illustrato” alcune peculiarità del vostro carattere, del vostro modo di essere.
ILARIA: Sono complicata, ma né Dimitri né Cecilia mi rappresentano. Nel racconto il mio modo di essere si ritrova nelle cose che ho scelto di dire, nelle parole che ho voluto usare e soprattutto in quello che ho preferito tacere. Non c'era bisogno di costruire un personaggio pseudo-Ilaria entro cui infilarmi. Cecilia e Dimitri sono stati anche per me una curiosa conoscenza.
SERGIO: La voce narrante sono io. O meglio la mia parte che reclama la sua unicità rispetto a un mondo che spesso non è proprio un sogno di mondo.
4) Per il Gaetano di “Per sua divina provvidenza” i sogni sono una mezza verità; la voce narrante di “Sogno e son destro”, allo stesso modo, dichiara che nei sogni quasi sempre è tutto reale. Questa “via di mezzo” – tra realtà e fantasia – che l’elemento onirico sembra occupare nei vostri lavori… ha una valenza positiva o negativa? Il sogno è l’infinita ombra del vero o l’anticamera di una cocente delusione, nell’impatto col risveglio?
ILARIA: Il sogno rappresenta la Possibilità e per me ha sicuramente una valenza positiva. Il sogno acquista importanza proprio perché é complementare alla realtà, ci ricorda che esiste un' ulteriore, una prospettiva diversa che stravolge e rigenera la vita. Un po' come un quadro surrealista. L'onirico trae forza dalla realtà e viceversa, c'è vicendevole determinazione, continuo scambio. Ci si potrebbe chiedere: come sarebbe la vita senza il sogno? Ma anche: il sogno potrebbe esistere senza la realtà?
SERGIO: Sai che le domande son proprio belle belle? Tu Ilaria che ne dici? Bello che ci trattano da scrittori veri, no? Rispondo: sognarmi senza i sensi curiosi, che considero la mia energia prima, sarebbe la vera delusione, credo. La cosa affascinante è capire quale angolo di realtà entra nei nostri sogni o ancora che nomi diamo noi alle sensazioni dei sogni. Il rischio è chiamarle con nomi di cose che conosciamo già bene senza andare oltre e dare al sogno la possibilità di aprire nuove porte. Non so se sono stato chiaro…
5) Siete entrambi molto giovani. A che età avete cominciato a dilettarvi con la scrittura? Affiancate a questa passione anche quella per la lettura?
ILARIA: Oddio, l'età precisa non la ricordo, dev'esser stato molto presto. Lo scrivere risponde a un'urgenza che avvertivo anche quand'ero bambina. Con certezza posso dire che sia stato il leggere ad insegnarmi a scrivere, tutt'ora lo sta facendo. Amo i libri, sono una specie di aspira-parole.
Silenziosa ed ecologica, compratemi! Ehheh.
SERGIO: Ho iniziato prima a scrivere, comunque non prestissimo. Avrò avuto 20 anni. Leggere è una passione più recente anche se coi romanzi sono in difficoltà sia a leggerli che a scriverli.
6) Ultima domanda: cosa vi ha spinto a partecipare al concorso? Indipendentemente dal risultato ottenuto, ritenete che l’esperienza compiuta sia stata valida? E dell’antologia cosa potete dire? L’avete già letta?
ILARIA: Ho partecipato al concorso per potermi confrontare, perché conoscevo la casa editrice e apprezzavo Moscatelli e la sua professionalità, il concorso era (ed è) molto valido. A mio avviso l'antologia è curata, piacevole da guardare e ovviamente da LEGGERE.
SERGIO: Ho pubblicato una raccolta di racconti in autonomia devolvendo il ricavato ad un’associazione di Bergamo dove ho tanti amici. Dopo quel passo ho una gran voglia di rendere pubblico quello che scrivo. Il concorso mi attirava ma sul sogno avevo solo una cosa già scritta che però ho preferito non “coinvolgere”. Mi ha attirato lo stile del sito e della casa editrice. La serietà e la passione vengon fuori dal computer, le si può toccare. Quando ho letto la mail che annunciava la vittoria ho iniziato a chiamare tutti, ero felicissimo e lo sono anche ora. Dopotutto quelle poche righe sono la prima cosa che mi è stata davvero pubblicata! Quindi esperienza supervalida. L’antologia la sto leggendo a spot, perciò non mi lancio in riflessioni. La copertina è bella e Il vero Luigi [il racconto di Stefano Mascella, nota di Aldo] è un racconto davvero originale e bello. Io sfrutto l’intervista per salutare tutti gli altri partecipanti (Ilaria su tutti che è qui vicina) e a chi ha la nostra passione ma non si è ancora lanciato dico… fallo, ché ne vale la pena, vincitore o meno!
“Un sogno dentro un sogno – vol. 2”, edito da I Sognatori
Per acquisti: acquisti@casadeisognatori.com
Negli ultimi tempi ho lasciato un po’ in disparte le recensioni dei libri editi dalla casa editrice, quindi rimedio con questo post cumulativo, in attesa di postare la seconda intervista “doppia” ai vincitori del concorso.
Allora: per l’antologia “Un sogno dentro un sogno – vol. 2” sono arrivati i pareri di Uskaralis ed Elys.
La recensione del primo la trovate qui:
http://uskaralis07.splinder.com/post/19186260/Antologia+II+concorso+-+Un+sog
Quella di Elys invece è presente qui:
http://desertidicioccolato.blogspot.com/2008/12/un-sogno-dentro-un-sogno-vol2.html
Approfitto dell’occasione per recuperare anche un paio di recensioni di “Hitler era innocente”, una scritta da Emanuela:
http://blog.emanuelacapovilla.it/?p=50
e l’altra postata tempo fa da Aquila non vedente sul suo blog:
http://aquilanonvedente.wordpress.com/2008/09/14/hitler-era-innocente/
Grazie a tutti: a chi ha scritto e a chi leggerà le recensioni.
Aldo Moscatelli
La seconda edizione del concorso “Un sogno dentro un sogno” prevede anche quest’anno una serie di piccole interviste rivolte ai vincitori.
Per l’occasione, ho deciso di sperimentare una formula maggiormente dinamica (l’ormai nota “intervista doppia”), assortendo i vincitori in coppie.
A inaugurare la serie di interviste sono quest’oggi Caterina Armentano ed Elisabetta Rossi, autrici rispettivamente delle novelle “Angelus” e “Il colonnello se n’è andato via”.
Buona lettura a tutti,
Aldo Moscatelli
1) Care ragazze, inizierei questa piccola intervista con una domanda che caratterizzerà tutti gli appuntamenti coi vincitori del concorso: il racconto pubblicato nell’antologia ha avuto origine da qualcosa in particolare? Una lettura, un evento, una riflessione specifica…
CATERINA: L’idea di scrivere qualcosa riguardante la Shoa è nata in me molto tempo fa (quando ancora adolescente lessi per la prima volta Il diario di Anna Frank), ma non mi sono mai cimentata in un’impresa che consideravo ardua. Poi un giorno l’immagine di un bambino chiuso in un grande stanzone, rivolto con il naso all’insù, in attesa che una goccia d’acqua scivolasse da un rubinetto rugginoso, è apparsa in me, e da lì ho capito che stava venendo a galla qualcosa che si riferiva allo sterminio degli ebrei. Una volta dato il nome a quel bambino la storia si è delineata da sola.
ELISABETTA: Non proprio. Diciamo piuttosto che la mia ispirazione, la mia spinta creativa solitamente nasce attraverso la focalizzazione mentale di un’immagine che può rappresentare il protagonista o un comprimario. Nel caso specifico del Colonnello ho avuto un flash di quell’uomo chiuso in un carcere e seduto in una certa posizione. Da lì è scaturito l’incipit e dall’incipit tutto il resto, come un flusso ininterrotto. Sapevo, fin dal momento in cui lui l’ho concepito, chi era e cosa aveva fatto. Stessa cosa per Adoracion. Naturalmente c’è anche un messaggio insito nel racconto stesso, riflessioni mie o meglio una mia personale visione della realtà.
2) Vi siete cimentate con due eventi storici non da poco: la Shoa (“Angelus”) e la guerra civile spagnola (“Il colonnello se n’è andato via”). Impresa complicata, specie se si tiene in considerazione che la forma-racconto non agevola (per ovvie ragioni) una disamina in grado di indagare approfonditamente gli elementi storici. Tuttavia, Arno Schmidt scrisse:
“La grande storia non è niente. Io voglio solo le antichità private: lì c'è vita e segreto”.
Avete voluto – coi vostri racconti – porre in risalto questo privato, raccontando l’intimo dolore esistenziale dei vostri personaggi, in modo che vita e negazione della vita emergessero sullo sfondo della realtà storica?
CATERINA: Le grandi imprese non toccano in profondità l’uomo. Secondo me per arrivare al cuore dell’umanità bisogna raccontare una storia più personale, una storia che riguarda l’individuo e il suo vissuto. E’ più facile per il lettore riuscire a immedesimarsi, tentare di incanalare determinati sentimenti e farli suoi. Il contorno, la cornice, lo spazio poi fanno il resto e inviano quei messaggi necessari per far capire che oltre a quella storia individuale c’è una tragedia che riguarda l’umanità intera e che nell’insieme dimora la storia personale di ognuno di noi.
ELISABETTA: Più o meno sì. La guerra di cui parlo fa da sfondo al racconto e si richiama solo vagamente a quella spagnola. Quello che m’interessava porre in evidenza era il dramma umano insito in ogni conflitto. L’orrore che piomba su villaggi pacifici, spazzando via l’illusione della gente di restarne al di fuori. La condizione dei soldati costretti ad ammazzare innocenti ritenuti nemici solo perché indossano una divisa diversa dalla propria. E poi, soprattutto, il dolore del singolo, il rimorso d’avere morti sulla coscienza nonostante la scelta di combattere per un’ideale in cui all’inizio si crede e si pensa di concretizzare lottando. Ci sarebbe anche un altro tipo di sofferenza unita a tutto questo, il reale filo conduttore della vicenda, ma qui devo cucirmi la bocca e lasciarlo scoprire a chi la leggerà!
3) I vostri racconti, oltre allo sfondo storico, hanno ulteriori elementi in comune. In entrambi, ad esempio, uno dei due protagonisti vive in un altrove non ben definito. E sia nell’una che nell’altra novella, un personaggio (in età fanciullesca) va salvato, mentre l’altro (l’adulto) gioca il ruolo del “salvatore”. La differenza sta nel fatto che in una delle due – non dico quale ovviamente – l’azione di soccorso va pienamente a buon fine, nell’altra no.
Al di là di questo: con l’intervento di un deus ex machina sovrannaturale (per così dire), sembra quasi che i vostri lavori abbiano voluto escludere, all’interno della tragica cornice storica, la possibilità che fosse un normalissimo essere umano a prodigarsi concretamente per la salvezza della persona amata. Tutto questo dipende semplicemente dalla necessità di inserire l’elemento onirico (richiesto dal concorso), o in qualche modo riguarda anche una forma di pessimismo nei confronti dell’empatia umana, quando venga a misurarsi con la terribile realtà bellica? Al di là dei nobili esempi forniti dai vari Schindler, Perlasca e Wallenberg, s’intende.
CATERINA: Non tutti si salvano, questa è una verità. Da sempre nelle guerre e nelle battaglie c’è chi vive e c’è chi muore e spesso mi sono chiesta come si fa a sopravvivere giorno per giorno a una lotta continua fatta di stenti, di fame, di freddo e di disperazione. Per un adulto che conosce e comprende, in un certo senso, come va il mondo e sa persino a chi aggrapparsi, forse la lotta è meno ardua… ma un bambino che non comprende la cattiveria umana, come fa a salvarsi? Io mi sarei salvata grazie alla fantasia. Non sarei impazzita, non sarei morta all’istante perché avrei immaginato una figura capace di guidarmi e sostenermi. Spesso chi ci sta intorno soffre più di noi, e non può darci quell’aiuto che tanto desideriamo; e siccome la mente è una macchina straordinaria sono convinta che provvederebbe, per un breve lasso di tempo, a creare un’alternativa capace di protrarre la vita. La mia non è mancanza di fiducia nel prossimo o nell’umanità ma è solo un’attenta analisi rivolta alla solitudine umana.
ELISABETTA: La guerra produce orfani e dolore. Di questo sono pienamente convinta, ma non ho un pessimismo tale da pensare all’impossibilità di una salvezza operata dall’uomo. La scelta che ho fatto è stata dettata dall’intenzione di evidenziare un legame tra i personaggi così forte da oltrepassare il limite stesso della vita, resistendo nell’Oltre. Sono cattolica, credo ciecamente in Dio e dunque per me ricevere aiuti da entità “soprannaturali” è possibile.
4) “Cercare di capire la Storia è come smontare un pianoforte per vedere dov'è una Sonata di Beethoven”. Lo ha detto uno scrittore italiano.
Vi riconoscete in questo aforisma o pensate piuttosto che nelle vicende belliche cui fanno riferimento “Angelus” e “Il colonnello se n’è andato via” ci sia poco da smontare, che zone grigie – per citare Levi – scarseggino, almeno davanti all’assassinio di un infante e alla violenza della guerra, argomenti centrali dei vostri racconti?
CATERINA: C’è una parte del racconto in cui Ezechiele parla con Angelus e le chiede il perché della guerra e lei invece di dare spiegazioni dettagliate al bambino lascia che sia lui a darsi una risposta. Perché Angelus è convinta che solo chi vive la guerra può davvero definirla e darle un contesto. Il guaio è che viviamo nell’ignoranza e ci crogioliamo nell’idea che quello che è più grande di noi è incomprensibile, e per pigrizia, per indifferenza lasciamo che gli eventi si susseguono conducendoci sempre verso il declino della dignità umana.
ELISABETTA: Non credo ci sia ancora qualcosa da capire sulla Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Civile Spagnola. Saggi e manuali hanno trattato questi eventi il più ampiamente possibile e ad essi si vanno ad aggiungere interessanti documentari che hanno portato alla ribalta anche aspetti “scomodi” e taciuti a lungo dei conflitti. Ad esempio l’orrore delle foibe. Gli errori compiuti dalle grandi potenze che hanno erroneamente pensato di accontentare Hitler in tutte le sue richieste d’espansione territoriale, nella convinzione di assieparne la sete di potere. Gli anni del fascismo, dove la libertà fu letteralmente imbavagliata. I tanti morti causati dalla guerra civile spagnola con un dittatore che nulla aveva da “invidiare” agli altri despoti di allora. Ma al di là di tutto per me la guerra resta un fatto doloroso. È la vergogna del mondo. E ancora oggi mi chiedo come sia possibile dover imbracciare le armi per ottenere la pace. Ogni scontro produce orfani. Ogni scontro non semina che cadaveri. Cancella e corrode tutti i valori, senza lasciare scampo alla speranza. Forse se si ascoltassero con maggiore attenzione i vissuti di chi è stato laggiù, in un qualunque laggiù, si capirebbero molte più cose. Io sono cresciuta sentendo la pacata voce di nonno raccontare i suoi anni al fronte e mi ha sempre fatto un grande effetto sapere che dormì per giorni accanto al corpo inerme di un compagno. E qui mi fermo perché potrei continuare per ore a parlare di un argomento particolarmente sentito.
5) I vostri piccoli protagonisti, Ezechiele e Adoracion, mostrano atteggiamenti ben diversi nei riguardi della guerra: il primo riesce a coglierne gli aspetti più duri e inumani, alla seconda invece tende a sfuggire un po’ tutto (eloquenti i dialoghi tra Adoracion e il colonnello). Mi viene il dubbio che in qualche modo questa diversità possa coincidere con un vostro personale atteggiamento nei riguardi della guerra, della sua follia…
CATERINA: Io considero la guerra distruzione e morte. Non può nascere nulla di buono dalla distruzione. Non ci sono vincitori ma solo vinti. Tutti perdono qualcuno e anche se si torna a casa sani e salvi comunque “l’io” cambia e il resto della vita lo si vive in sospeso tra quello che è stato e quello che sarebbe potuto essere. Il mio racconto è crudo e diretto perché cruda e senza scrupoli è la guerra e le condizioni che l’uomo porta a piegare un suo simile. È una cosa a cui non mi abituerò mai. L’idea di distruggere per conquistare, come se ciò ci appartenesse e non potessimo farne a meno. Per queste mie convinzioni ho dato a Ezechiele un atteggiamento consapevole e reale, per far sì che quel suo vivere in bilico tra “condanna certa” e “redenzione” conferisse un senso a ciò che si pone nel mezzo: la guerra.
ELISABETTA: No, Adoracion non ha nulla di me. Lei è cresciuta ad Ausente, un villaggio inesistente, il cui nome tradotto in italiano sta a significare “assente”. L’ho scelto di proposito, proprio per sottolineare un mondo fuori dal mondo. Un luogo dove la gente viveva in pace rincorrendo l’illusione che la guerra fosse lontana e non sarebbe mai arrivata lì. Adoracion in parte rispecchia quella mentalità e quell’atteggiamento, senza contare che è una bambina. Ha dodici anni e fino all’incontro con il Colonnello ha vissuto in una dimensione ovattata, coltivando in questo modo la sua infanzia e conservando lo sguardo ingenuo ed incantato dei ragazzini.
6) Domanda multipla di chiusura, che ricorrerà regolarmente – anche questa – all’interno delle varie interviste: cosa vi ha spinto a partecipare al concorso? Indipendentemente dal risultato ottenuto, ritenete che l’esperienza compiuta sia stata valida? E dell’antologia cosa potete dire? L’avete già letta?
CATERINA: Un giorno navigavo in internet alla ricerca di una casa editrice “non a pagamento” e mi sono imbattuta nei “Sognatori”. Ho visto che era stato pubblicato da poco il bando di un concorso e, dopo aver visionato le interviste dei concorrenti della prima edizione, ho deciso di partecipare, convinta che il mio “Angelus” avesse i requisiti necessari per potercela fare. La cosa che mi ha colpito di più è stato il fatto che come quota di partecipazione avrei dovuto comperare un libro dal catalogo della casa editrice e mi è sembrata una splendida idea, uno scambio equo perché avrei comunque investito in qualcosa di produttivo.
La notizia che il mio “Angelus” ce l’aveva fatta mi ha riempita d’orgoglio. Quando ho avuto il libro tra le mani ho capito che ne è valsa davvero la pena. La copertina è particolare e singolare e il contenuto è di valore. Ogni volta che finivo un racconto pensavo di aver trovato quello che mi aveva toccato di più invece alla seconda rilettura mi ritrovo ad apprezzarli tutti. C’è un modo di raccontare la vita in questi racconti che passa dal comico al realistico con profonda responsabilità. Ogni racconto ha la capacità di intrattenere, far riflettere, commuovere e divertire. Io lo definisco un piccolo capolavoro letterario e sono fiera di farne parte.
ELISABETTA: Al concorso ho partecipato per un motivo molto semplice: frequentando il vostro blog ho imparato a conoscere e a condividere la maggioranza delle idee e delle iniziative di Aldo e in generale de I Sognatori, quindi mi sono detta “perché no?”. Se avessi vinto sarebbe stata una grande soddisfazione per me anche perché ci tenevo ad esordire su carta con persone alle quali va tutta quanta la mia stima. Il concorso, e io che sono quasi un “topo da concorsi” lo posso garantire, è stato onesto e limpido sotto ogni punto di vista. L’esperienza quindi è stata validissima ed ha confermato tutte le buone cose che pensavo sulla vostra casa editrice. L’antologia l’ho letta. I racconti (escludo il mio ovviamente) mi hanno tenuto compagnia per dieci giorni ed ogni nuova storia mi ha lasciato qualcosa dentro. Naturalmente ci sono state storie che ho preferito più delle altre e colgo l’occasione per complimentarmi con Caterina per il suo “Angelus” (commovente) e con Maddalena per il suo “Siamo tutti morti” (divertente e cattivello al punto giusto).
“Un sogno dentro un sogno – vol. 2”, edito da I Sognatori
Per acquisti: acquisti@casadeisognatori.com