Ho saputo da fonti certe che i grandi gruppi editoriali del nostro Paese stanno contattando alcuni blogger per chiedere la recensione dei loro libri.
Vi ricorda niente?
p.s.
e dai, fatemi bullare cinque minuti…
Come segnalato in un paio di post precedenti, il 19 febbraio si è tenuta la presentazione (siamo arrivati a quota tre) del romanzo di Lucilla Galanti, “Altrove da me”.
Assenti i sottoscritti, a fare in qualche modo le veci della casa editrice c’era – nel ruolo di ambasciatore – il gentilissimo e indaffaratissimo Matteo Scandolin, al quale abbiamo chiesto di raccontarci com’è andata la serata.
A voi dunque il resoconto (report, lo chiamano gli esperti) dell’evento.
Buona lettura,
I Sognatori
DAL NOSTRO INVIATO MATTEO SCANDOLIN
Giovedì 19 febbraio 2009, ore 21: Lucilla Galanti sale sul palco del teatro comunale di Castelfranco Veneto e, ohibò, ci sono anch’io. Mannaggia. Io dovevo essere in platea, vestito come un giornalista imbolsito e snob, col mio portatile, a batter rapido i tasti e commentare la serata. Il modello era McGinley in Ogni maledetta domenica più che Montanelli: al posto del sigaro avevo portato gli stecchetti di liquirizia.
Invece va che non c’è un tecnico per far partire i video, Lucilla è notoriamente avversa a ogni forma di tecnologia (per rispondere a un sms impiega sì e no undici ore: «Ehi Galanti, allora domani a Padova facciamo ‘sta presentazione?» «...» «Galanti?»), l’autore dopo di lei aveva tre cortometraggi e una serie di slide da proiettare mentre leggeva brani del suo romanzo, e l’unico che sapeva manovrare quel coso ed era a portata di mano era il novello Jack Rose-senza-sigaro-ma-collo-stecchetto-di-liquirizia. Alé. [immagino Matteo che, consapevole di essere l’unico a poter risolvere l’empasse, entra di corsa in una cabina telefonica, sfila gli occhiali e si precipita sul palco sventolando il suo mantello rosso con la “S” di Scandolin, n.d.Aldo]
Lucilla sale sul palco coi suoi stivali da grande occasione. Nel giro di venti minuti la cosa finisce in gloria col booktrailer dei Sognatori - e ovviamente la gente applaude prima che appaia il Saggio e la sviolinata: dannata tendenza all’applauso precox. Lucilla s’è preparata un poco più che a Padova, dove abbiamo giocato d’improvvisazione ed è stato molto divertente: stasera ha scelto alcuni brani, e li fa leggere all’amica Ludovica: con lei ci accompagna attraverso i punti salienti del romanzo, senza svelarne troppi (i pesci! siamo tutti dei pesci!), e portandoci a un passo dal finale, ma senza oltrepassare la linea dello sputtanamento (finiamo, col fiato in gola, alle ultime strazianti trasformazioni). Il teatro ha la platea a macchia di leopardo, ma qualche decina di persone è lì, ad ascoltare i piccoli passi di Altrove da me, a guardare questa bionda romagnola che umile porta in giro il suo libro, ma solo se la chiami: perché è una cosa piccola, me la vedo che pensa che è una cosa piccola, è solo un libro: ci sarà pure qualcosa di più importante di un libro. Me la vedo.
Lisa Pietrobon ha radunato una trentina d’irriducibili in un teatro elegante, e sta dando voce a una decina d’esordienti: da farle un monumento, soprattutto perché lo sta facendo in Veneto. È capitato che uno di questi fosse Lucilla Galanti, autrice di Altrove da me, e che io fossi lì a fare il tuttofare-del-video: da andare a dormirci, la notte, con la coscienza a posto e la soddisfazione d’aver fatto il tuo dovere in un’occasione buona. Ogni tanto il mondo gira come dovrebbe.
Matteo Scandolin
NOTA A MARGINE A CURA DELL’EDITORE
Colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente Matteo (so già dove mi manderai…) per il bellissimo resoconto, e Lisa Pietrobon per la dedizione con la quale porta avanti la promozione delle piccole realtà letterarie ed editoriali del nostro Paese, nonché per l’occasione concessa alla nostra Lucilla e… per la pazienza mostrata nei riguardi di certi disguidi tecnici (lei sa…).
A proposito: non è vero che Lucilla impiega 11 ore a rispondere a un SMS.
Ne impiega molte di più.
Però è bravissima lo stesso.
Per l’iniziativa SOGNI CONDIVISI, postiamo oggi due recensioni inerenti l’ultimo nato in casa Sognatori, ovvero l’antologia “Un sogno dentro un sogno – vol. 2”.
A parlarcene sono (nell’ordine) Zorrokamikaze e Milvia Comastri, che ringraziamo per averci fornito nei tempi richiesti un parere sull’opera.
La lettura di questo post è altamente consigliata ai vincitori del concorso 2008, a coloro che hanno già letto il libro e chiaramente a tutti coloro che desiderano formarsi un’idea sulla scorta di quanto dichiarato (nel bene e nel male) da chi ha concretamente valutato il lavoro dei nostri ragazzi.
RECENSIONE DI ZORROKAMIKAZE
Continua la serie di antologie "Un sogno dentro un sogno", secondo volume ricavato dai vincitori dell'omonimo premio indetto dalla casa editrice I Sognatori. L'oggettino in questione che vedete sembra a prima occhiata un'opera fatta a mano da un monaco amanuense, che dalla copertina al contenuto sembra aver lavorato di pennino fino all'ultima riga. Ancora complimenti a Francesca Santamaria per la scelta grafica "infantile" ma immediata. Entriamo nel libro.
E' necessaria una premessa o due: prima di tutto devo fare i miei complimenti alla quantità di vincitrici (sette su dieci!!!) che hanno avuto l'onore di finire in antologia, decisamente una rivalsa nel panorama editoriale femminile.
In secondo luogo, sono rimasto stupito dalla ricorrenza di certe tematiche ( la morte in primis, vista da parecchi punti di vista originali) e certi elementi ciclici, tra cui il misterioso numero 12. Dodici anni. Due e dodici. Dodici dodici dodici. Ma non era 23 il numero maledetto???
A parte questo scherzoso intro, passiamo all'analisi dei racconti dell'antologia.
Novembre di Francesca Tibo inizia appunto col tema della morte, con il messaggio positivo di tenere l'Oscura Signora a dovuta distanza dalla vita dei bambini...in linea generale ho apprezzato molto, soprattutto il finale "sonoro".
L'estro disarmonico fa della surrealtà e della poesia extraurbana un cavallo di battaglia, da segnalare i bellissimi "fotoni rispettabili", un gioco continuo di ossimori e paradossi che culmina in un finale da pianto, sì ve lo assicuro qui c'è davvero da lacrimare. Complimentoni al signor D'arcangelo.
Il colonnello se ne è andato via tratta di un altro dei temi ricorrenti dell'antologia, l'orrore della guerra. Un racconto per metà psicologico e per metà che fa perno sulla realtà spagnola di quel periodo, dell'orrore che si stava attraversando, visto in parte con gli occhi di una bambina e del suo genitore ricco di dignità.
Per sua divina provvidenza è uno sciabordarsi nei mondi psicologici della signorina Vajngerl, da bizzarre apparizioni mistiche a nuovi sogni vegetali, animali, ricordi che fioriscono e rifioriscono fra le mura della mente protagonista, che si accorge alla fine di...
Il vero Luigi. Stefano Mascella ci mostra, non senza una certa ironia, di come può essere ripartita la psiche umana, nei suoi schizofrenici desideri e pulsioni, che non mancano di porre un certo interrogativo, che verrà ripreso in altri racconti: siamo noi il sogno di qualcun altro?
Sogno e son destro. Graditissimo sempre lo sperimentalismo, ma non in questo caso. Niente di personale, non mi è piaciuto. A voi lettori la parola.
Angelus. Il tema della Shoah è sempre scottante, ma visto in quest'ottica favolesca-mistica decisamente ha del bello. Una forza che trascende carni consumate nell'Arbeit Macht Frei, una forza vitale che si eleva oltre le barriere indebolite del fisico umano, ancora una volta protagonista il bambino, figlio dell'orrore, dello Zeitgeist del nostro tempo, vincitore a suo modo nella realtà che lo vedrebbe perdente. Applauso alla signorina Armentano.
Mente cosmica. Adoro la fantascienza, e vedo Philip K. Dick continuare a dare ispirazione come una eco continua. Il tema delle OOBE preconizzate da Timothy Leary applicate al postumano, per quel che ne so, non è mai stato affrontato in questo modo, e questo pone l'originalità del racconto in lista fra i miei preferiti, per non parlare della spruzzatina di attualità che non fa mai male. E' questo il ruolo che deve giocare la fantascienza, da sempre: prefigurare scenari, dare risposte prima delle domande.
Il verbale della seduta. Chi ha detto Kafka? A voi la parola con questo racconto paradossale :-)
Oltre l'arcobaleno. L'ultimo racconto, uno stile che ricorda le favole greche romane del Fedro e dell'Ovidio citato all'inizio. Anche la prosopopea delle entità descritte mi da di già sentito, per non parlare del finale. Bella rielaborazione delle vecchie favole, d'accordo, ma...quindi? Non mi ha convinto.
In generale, posso dire che mi ha soddisfatto questo caravellare nei mondi di questi dieci scrittori/trici, consiglio a chiunque possieda un portagioie di infilarci questo oggettino che sembra fatto a mano, continuazione egregia del primo episodio di “Un sogno dentro un sogno”.
RECENSIONE DI MILVIA COMASTRI
Finisco di leggere questo libro e con un sorriso l’appoggio sul ripiano della mia scrivania. E penso che raramente un’antologia che raccoglie testi selezionati in un concorso letterario mi ha soddisfatto pienamente come:
Un sogno dentro un sogno (vol.2) - Edizioni I Sognatori- ottobre 2008.
Una raccolta di undici racconti fra i tanti che hanno partecipato alla seconda edizione del concorso omonimo ideato dallo scrittore Aldo Moscatelli che, della Casa Editrice I Sognatori, è anche il creatore.
Un sogno dentro un sogno, non è dunque solamente il titolo di una poesia di Edgar Allan Poe, ma è diventato anche il titolo di un’ottima antologia che riporta undici voci di autori, quasi tutti esordienti. Voci molto diverse fra loro, ma tutte ugualmente capaci di tenere la pagina scritta in maniera eccellente.
Il sonno che scivola nel sogno, il sogno che attinge dalla realtà, la realtà che forse non è che un sogno. E la vita, e la morte. Temi antichi, affrontati molte volte da scrittori, poeti, musicisti, pittori, filosofi, scienziati. Per non parlare del signor Freud. Sarebbe stato facile riproporli in modo banale, limitarsi a ripetere cose già dette, principi già enunciati. Ma per fortuna il risultato finale di questi percorsi onirici è stato ben altro. Anzi, mi verrebbe da dire che il risultato è stato ben alto.
Ogni autore ha approfittato di questo tema per traslare sulla carta una sorta di fotografia della propria anima, con linguaggi differenti, ma mai sciatti, affrontando temi che stanno loro a cuore, che vanno dalla shoah alla solitudine, dall’orrore della guerra ai rapporti famigliari. Ma anche temi (apparentemente) più lievi, riportati con sapiente ironia e leggero umorismo.
Sarebbe difficile, per me, stilare una classifica dei racconti atta a determinarne il valore. Posso solo ripetere che ho trovato in ogni testo una buonissima scrittura, una stesura originale e interessante della storia narrata che mi hanno reso la lettura ben più che gradevole. L’atmosfera nebulosa dei sogni è presente in ogni racconto, ma non travalica mai il confine che potrebbe portare il lettore a non comprendere, a stancarsi, a perdersi in cose senza senso. Tutto, in questo libro ha un senso, anche le cose più assurde. E tutti, io credo, in queste pagine, possiamo ritrovare qualcosa di noi.
Concludo con una piccola riflessione, che sempre mi viene alla mente quando leggo pagine davvero buone di autori che probabilmente (anche se lo auguro loro di cuore) non arriveranno mai a pubblicare un best seller. Più che una riflessione, in verità, è una domanda: perché succede? Perché succede che gente che non ha le capacità che ritrovo anche negli autori di questa antologia, acquisisca una fama che non merita? Una domanda a cui non so dare risposta.
Penso che
Francesca Tibo
Mauro D’Arcangelo
Elisabetta Rossi
Ilaria Vajngeri
Stefano Mascella
Sergio Cortesi
Caterina Armentano
Giuseppe Pierciabosco
Barbara Guzzo
Federica Maccioni
Maddalena Selis…
… penso che, dicevo, questi undici sognatori dovrebbero essere letti e apprezzati da un pubblico vastissimo. Ed è per questo che vi invito a sognare attraverso i loro undici sogni. Ne vale la pena. Davvero.
Milvia Comastri
Achtung! Post necessariamente lungo.
Qualcuno di voi, forse, ricorderà QUESTO post.
Ebbene, di recente si è tornato a parlare dei Sognatori e della mancanza di una distribuzione in libreria. Già a suo tempo ho evidenziato le motivazioni di questa scelta, e un po’ mi spiace constatare come molte persone critichino tale approccio senza minimamente considerare le ragioni di cui sopra. Troppo facile sostenere che “io penso comunque che un libro debba essere presente in libreria”, quando invece sussistono ottime ragioni per agire in senso contrario.
Il fatto è che i lettori e le persone per così dire “comuni” ignorano meccanismi e dinamiche. Le ho ignorate anch’io, e a lungo. Poi necessità di tipo professionale mi hanno spinto a reperire le dovute informazioni, affidandomi in seguito alle indicazioni di persone competenti, gente che lavora nel campo da vent’anni e oltre.
Ne è scaturito un quadro assai più completo, ma altrettanto deprimente.
In nome del dialogo sui temi d’interesse generale, torno allora a esporvi quei meccanismi e quelle dinamiche che la maggior parte delle persone ignorano; evidenzierò così la mia posizione e le ragioni della scelta operata. Articolerò il discorso in più punti, che nel loro complesso offriranno uno spaccato delle difficoltà che il piccolo editore deve affrontare per poter entrare in libreria.
Difficoltà che la maggior parte delle persone ignora, e che diventano elementi sostanziali nel momento in cui si vuole esprimere un parere sulla politica editoriale di una casa editrice. Troppa gente parla senza conoscere minimamente l’argomento in questione, infatti; atteggiamento di per sé riprovevole, dal momento che sulla scorta di certezze infondate si giunge a criticare anche chi, contro certe realtà, c’ha sbattuto il muso più volte in passato.
In tal senso, vorrei partire da un presupposto: non c’è casa editrice che non vorrebbe godere di una distribuzione a tappeto, quando si parla di librerie. Le domande che pongo, e alle quali cercherò di offrire risposta, sono fondamentalmente tre:
1) il sistema attuale consente a chiunque di entrare capillarmente in libreria?
2) ci sono vantaggi certi derivanti dalla distribuzione libraria?
3) è possibile che editori, scrittori e lettori subiscano invece un handicap dalla distribuzione in libreria?
Non risponderò singolarmente a ognuna di queste domande, ma lascerò che gli interrogativi ricevano una conferma o una smentita attraverso l’analisi del sistema vigente. Analisi che – tengo a sottolinearlo fin dall’inizio – fa riferimento a meccanismi e dinamiche generali. Probabilmente vi sono delle eccezioni, così come vi sono delle eccezioni fra i lettori della rete, alcuni dei quali si dimostrano ben più dinamici e sensibili nei confronti dell’editoria di nicchia rispetto al pigrissimo lettore medio del web.
Ma non è con le eccezioni che una casa editrice di piccole dimensioni può sopravvivere. La realtà ti sbatte in faccia un modo d’agire e di pensare globale, ed è con esso che occorre fare i conti.
Io spero che questo post possa risultare interessante e (nel suo piccolo) istruttivo.
Vado.
1)
Un libro, per poter giungere in libreria, ha bisogno di un intermediario. È il cosiddetto distributore. Il distributore riceve i libri dall’editore e poi li affida alle librerie con le quali ha rapporti commerciali. In Italia ci sono molti distributori, alcuni lavorano bene e altri no. I loro costi sono elevati (ne parlo in seguito), su questo non ci piove. Più è capillare la distribuzione, più – va da sé – aumentano i costi per la casa editrice. Ma questo fattore ha delle ripercussioni soprattutto nell’ambito della piccola editoria, che ovviamente non può contare sulla forza economica delle holding editoriali note a tutti.
Un buon modo per evitare questi costi sarebbe quello di affidare le proprie opere direttamente alla libreria, saltando il passaggio del distributore. Tuttavia, questa pratica non è consentita. Non per Legge, ma per consuetudine. Quand’anche si desideri inviare a una libreria poche copie di pochissimi libri, la libreria non le accetta se la casa editrice non si appoggia a un distributore. Alcune librerie possono accettare lavori di scrittori ed editori locali, ma solo se scrittori ed editori conoscono i gestori o li contattano e prendono accordi personalmente. Se cerchi di muoverti al di là dei confini regionali o – a volte – anche soltanto municipali, non ti prendono in considerazione.
Il motivo è questo (cito la frase di un promotore editoriale): tanti piccolissimi editori tendono a lasciare i loro libri in deposito e nel momento in cui le librerie devono fare la resa (cioè devono restituire le copie invendute) non sanno a chi darle, o se devono pagarle non si ricordano chi gliel’ha date. La tendenza delle librerie è quella di evitare questo tipo di approccio, che a loro genera problemi di gestione.
Ovvero: per non avere problemi di gestione le librerie creano problemi di gestione alle piccole case editrici, incasinandole sul fronte burocratico e obbligandole fra l’altro a sostenere costi elevati, a tutto svantaggio non solo degli editori, ma anche degli scrittori e dei lettori. Mi spiego meglio.
2)
Si fa un gran parlare dell’aumento dei prezzi dei Compact Disc, che a detta di molti esperti del settore avrebbe condotto a fenomeni illegali come il file sharing (il download selvaggio, o detto in soldoni: “scaricare musica senza pagare”). L’aumento dei prezzi si è verificato anche nell’ambito letterario, ma la cosa non ha destato clamore per molti motivi. Il primo è che in Italia si legge poco, e le problematiche delle minoranze non interessano. Il secondo è che i libri hanno sempre avuto costi differenziati, non uniformi, quindi se il prezzo delle sigarette, della benzina o dei CD aumenta, ce ne accorgiamo subito. Se aumenta il prezzo dei libri o dei biglietti dei teatri, un po’ meno. Il terzo è che tale aumento non ha condotto a fenomeni illegali, ma a una riduzione delle vendite, specie in questo periodo di recessione. In Italia, insomma, già si legge poco; proporre un libro a un prezzo elevato significa diminuire le chance di vendita. Questo discorso ha meno rilevanza per la grande editoria, che attraverso budget faraonici può comunque far fronte a periodi di crisi diversificando gli investimenti. Ma per chi pubblica e vende libri di autori sconosciuti, il problema è enorme. Perché intendiamoci: in Italia non solo si legge pochissimo, ma anche in maniera settaria. L’attenzione del lettore medio (l’ho ampiamente dimostrato QUI) nei riguardi delle case editrici poco conosciute, e di riflesso nei riguardi degli autori poco conosciuti, è prossima allo zero.
Conseguenza pratica: un editore sconosciuto che piazza in libreria il romanzo di un esordiente a 18 euro commette un errore grossolano, perché quel lavoro presenterà un prezzo pari – se non superiore – a quello dell’ultimo libro di Moccia o Faletti.
Eppure deve tenere i prezzi alti, perché a monte c’è una spesa alta da affrontare e un rischio d’impresa maggiore. Rivolgersi alle librerie (e – per forza di cose – a un distributore) incide profondamente sui costi. Questo discorso è valido sia per Feltrinelli che per I Sognatori, ma offenderei l’intelligenza di chi legge se spiegassi quali sono le differenze che i costi hanno, a livello d’impatto, sul budget di una casa editrice enorme rispetto a quello di una casa editrice che pubblica scrittori esordienti. Tornando al discorso sull’aumento dei prezzi: è chiaro a tutti che questi rincari derivano da una serie di passaggi intermedi che di volta in volta gravano sul costo iniziale. Se io, come editore, desidero tenere i prezzi bassi, ma al contempo essere distribuito in libreria, non posso. Semplicemente non posso. Perché quei passaggi intermedi mi vengono imposti.
La cosa davvero importante è un’altra: le librerie non hanno alcun occhio di riguardo nei confronti della piccola editoria, non ne comprendono le necessità. Né si pongono minimamente il problema della qualità dei libri che in teoria finirebbero nei loro scaffali. Probabilmente molti di voi hanno un’idea romantica della libreria, luogo di cultura in cui il tempo a volte pare fermarsi.
Notizia dell’ultima ora: le cose stanno diversamente. Un conto è entrare in libreria come acquirente (vieni accolto a braccia aperte), un altro è tentare di entrarci come editore (se non accetti i vari diktat ti sbattono la porta in faccia). Io in tre anni mi sono imbattuto in una pletora di librerie “alternative”, “coraggiose” e “controcorrente” che alla fine imponevano le solite condizioni. Senza tenere in minima considerazione le differenze che sussistono tra una casa editrice e l’altra.
O meglio, queste differenze vengono considerate, ma paradossalmente a favore delle grandi case editrici. Vi spiego come.
3)
Abbiamo parlato di costi. Bene, ora quantifichiamoli. A quanto ammonta la percentuale di rincaro? In media parliamo di un buon 50%, se siamo fortunati (molto fortunati) il dato scende al 40%. Questo discorso è valido però per la piccola editoria. Il piccolo editore, infatti, deve concedere grossi sconti altrimenti il libraio non lo degna di risposta. Mi è stato fatto presente che il tutto varia anche in base al quantitativo che il cliente acquista. Se la libreria Y ti ordina 100 copie per titolo di tutto il catalogo allora concederai più volentieri un 50%.
Domanda: ritenete minimamente probabile che una libreria richieda un grosso quantitativo di libri a una casa editrice sconosciuta, e che fra l’altro pubblica scrittori “sconosciuti”?
Ecco allora che non solo il piccolo editore deve già fare i salti mortali per poter sopravvivere in un mercato dominato fondamentalmente da un duopolio, ma deve anche mettersi in ginocchio e pregare il libraio. Offrendogli condizioni di vendita scandalosamente svantaggiose per sé.
Prendiamo l’ultimo libro pubblicato da I Sognatori, l’antologia “Un sogno dentro un sogno – volume
Io stampo in off set, procedimento tipografico che assicura alta qualità ma anche costi maggiori: alla libreria importa qualcosa?
Io pubblico scrittori esordienti senza chiedere alcun contributo editoriale: alla libreria importa qualcosa?
Se devo pararmi il sedere, anch’io – tornando all’esempio dell’antologia – devo (dovrei) aumentare i prezzi. Così “Un sogno dentro un sogno vol.
Siamo seri: già in Italia pochissimi lettori acquistano le raccolte di racconti. In più si tratta di una raccolta scaturita da un concorso, con tutti i preconcetti che ne derivano. Avrebbe allora senso piazzarla in libreria a un prezzo maggiore rispetto a… che so, l’ultima raccolta di racconti di Stefano Benni (14 euro)? Pur sapendo benissimo che “Un sogno dentro un sogno – vol
4)
Dicevo che le librerie non vogliono problemi sul piano gestionale, però non si fanno scrupoli nell’incasinare l’aspetto gestionale altrui. A titolo di esempio prendo la cosiddetta “tredicesima”, ovvero la più comune forma di incentivazione che l’editore accorda ai librai: se il libraio acquista dodici copie di uno stesso libro, riceve una tredicesima copia gratuitamente (E. Mistretta, “L’editoria”, pag. 61). La più comune forma di incentivazione, certo, ma non l’unica, e se avete letto con attenzione quel che ho scritto fin qui ne converrete. Ma andiamo oltre. La tredicesima è un’opzione che le grandi case editrici hanno abolito da tempo. Loro possono permetterselo. Per la piccola editoria il discorso cambia. La tredicesima è ancora una prassi; anche in questo caso non c’è nessuna Legge scritta, si tratta di una consuetudine che il piccolo editore è chiamato a rispettare per poter sperare di essere preso in considerazione. Ed è un macello (cito), in quanto poi i clienti ti chiedono inevitabilmente le tredicesime miste, ovvero la 6/6/1 oppure la 4/4/4/1 o addirittura la 3/3/3/3/1 e diventa un vero incubo. Soprattutto nel riaccredito della copia omaggio che ovviamente non ci deve essere in quanto tale, ma che diventa difficile da individuare in questi casi. E ti assicuro che le tredicesime miste sono una prassi... e che tutti te le chiedono... e che poi la tirano con i completamenti (te ne ordinano 6 e dopo un po' altre 6/1). Molti pretendono la 6/1 secca... insomma una gran rottura di palle.
Già. Peccato che questa rottura riguardi ormai soltanto la piccola editoria.
5)
I problemi di gestione però non sono i soli. Dall’esterno si può pensare che (perlomeno) una volta affidata la distribuzione a un distributore, la casa editrice possa dormire sonni tranquilli. Macchè.
Capita spessissimo che un’opera letteraria risulti assente proprio nella libreria con la quale si è stretto un accordo ben preciso. Di chi è la colpa? Semplice: del distributore, del libraio o di entrambi (e a volte pure le case editrici fanno la loro parte, vedi il punto 8). Questione di indolenza. E allora devi premurarti di controllare periodicamente che vengano riforniti e questo il libraio lo farà solo se gli rompi le scatole o se entrano 20 persone tutti i giorni a chiedere i tuoi libri. Altra domanda: quante possibilità ci sono, per un piccolo editore, che “20 persone entrino tutti i giorni in una libreria per chiedere copia dei suoi libri”? Zero, e quando va di lusso zero al quadrato. Bisogna ammattire e stare dietro al libraio furbastro (che ha molto più interesse a rifornirsi con regolarità presso altre case editrici, quelle che contano), un surplus di lavoro snervante che evidenzia una volta di più la sperequazione nel trattamento che viene riservato ai vari editori. Umiliante e deprimente, perché un editore onesto già deve fare mille sacrifici per poter mandare avanti la baracca, se poi dall’esterno ci si impegna a complicargli ancor di più l’esistenza, è davvero la fine.
6)
Veniamo ora all’opzione dei resi. Come dicevo nel mio vecchio post, una libreria può tranquillamente restituire le copie di un libro rimaste invendute (chiamate “resi”, appunto), indipendentemente dalla promozione e dalla visibilità concesse all’opera. È pacifico che, relegando i lavori della piccola casa editrice in uno scaffale nascosto nella toilette, le copie resteranno invendute. Ma al libraio tutto questo importa poco: male che vada, potrà restituirle senza rimetterci un centesimo.
Sul problema della visibilità concessa ai libri della piccola editoria ci torno in seguito.
Concentriamoci sull’opzione dei resi. Altra prassi non obbligatoria, ma consolidata. E che consolida il potere del libraio nei confronti della casa editrice. Alla domanda “ma la resa è obbligatoria?”, un promotore editoriale ha così risposto: “Diciamo di sì, nel senso che puoi anche stabilire uno sconto molto alto senza resa, ma sarà difficilissimo. Non è nel loro dna, anche sulle vendite più che certe se non hanno la resa non comprano. Sono una razza strana”.
Io direi furba, più che strana. Bah, almeno in questo caso il trattamento è equo, nel senso che l’opzione dei resi viene imposta a tutti, grandi e piccoli.
Quindi il libraio, anche il più pigro e incompetente, può ritenersi sollevato dal rischio d’impresa restituendo i libri che non ha potuto o saputo vendere. Gran bella vita, eh? Ma dopo quanto tempo avviene tutto ciò? Qual è il lasso di tempo che un libraio concede mediamente a un’opera per farsi valere? Ecco la risposta che è stata data a me: “I tempi caro Aldo si accorciano sempre di più. Ora siamo intorno ai 3 mesi”.
Avete capito? Tre mesi! Uno scrittore magari impiega anni per elaborare un libro che possa risultare minimamente dignitoso, la piccola casa editrice non a pagamento ci investe fior di soldi e un mucchio di tempo fra impaginazione, editing, correzione della bozza, scelta dei materiali, stampa e rilegatura… e invece il libraio, dopo tre miseri mesi, è libero di importi la restituzione di un libro che ha avuto la sfortuna di non risultare immediatamente vendibile.
Mi rivolgo adesso a quegli scrittori esordienti che sostengono a viva voce la necessità della distribuzione libraria: davanti a un dato del genere chi, fra voi, è disposto a confermare il proprio pensiero? Vi sembra dunque giusto che un’opera, anche la più meritevole (magari quella che avete scritto o scriverete voi), divenga carta straccia dopo la bellezza di 90 giorni?
7)
In merito all’argomento di questo post mi è stato detto che affidarsi alla distribuzione libraria da un lato è molto stimolante, dall'altro è davvero un gran bordello: farsi accettare, conoscere, e farlo da soli… è molto difficile. Per questo esistono i distributori: anche se costano ti garantiscono un minimo di presenza, e anche di vendita (se il libro c'è, si vede e si vende anche!).
Ecco, io su quest’ultimo punto ho le mie riserve. Il distributore infatti garantisce semplicemente la presenza dell’opera, la visibilità invece viene offerta dalla libreria. Tuttavia sappiamo bene che la visibilità è un privilegio che di norma viene concesso esclusivamente alle grandi case editrici. Vetrine e pile fronte-cassa sono monopolizzate dai soliti noti. Hanno infatti un costo (devi pagare per usufruirne, non è che i librai sbattono in vetrina il primo che capita o lo scrittore più bravo), e se alla fine ci trovi sempre gli stessi nomi… un motivo ci sarà. Senza contare che un libraio – al di là di chi ha acquistato lo spazio della sua vetrina – ha tutto l’interesse a porre in evidenza il romanzo di un autore pubblicato da una casa editrice prestigiosa. Perché sa benissimo che susciterà maggiore interesse presso il pubblico di lettori. Insomma, per la piccola editoria (a meno che non vi siano stretti legami professionali col libraio) non c’è trippa per gatti.
Ultimamente ho notato che ai libri degli editori meno noti viene offerto uno spazio ad hoc all’interno di alcune librerie. Qualcuno lo considera un buon segno. Per me no. Non sempre almeno. Attraverso quello spazietto, che raccoglie decine di libri pubblicati da editori e scrittori, spesso si creano ghetti. Sono dei contentini attraverso i quali si finge interesse nei riguardi dell’editoria dimenticata.
Io sono rimasto impressionato nel vedere uno di questi “ghetti editoriali”, in una libreria leccese. Lo stato di abbandono era deprimente: bastava afferrare un libro qualsiasi per ritrovarsi le mani cosparse di polvere. Le copertine erano ingiallite. Invece le pile fronte-cassa e i libri in vetrina scintillavano. Perché quello è lo spazio concesso all’elite, irraggiungibile dagli editori di nicchia. Surreale come contrasto, quasi burtoniano: ve lo garantisco.
Al contrario, la libreria Laterza di Bari, fino a qualche tempo fa (oggi non so) offriva uno spazio espositivo degno di tale nome. Ma era – e forse lo è ancora – un’eccezione.
Cito dal mio vecchio post: c’è sempre qualcuno pronto a citare la libreria “alternativa” che agisce in maniera differente. Che esistano non lo metto in dubbio, ma oggi posso affermare che molte librerie cosiddette “alternative”, di alternativo hanno soltanto la nomea. Perché quando metti spalle al muro le persone che le gestiscono, e inizi a parlare di ingiustizie, sperequazioni e quant’altro, fuggono a gambe levate. Non troppo tempo fa una di queste, presentatasi come libreria “piccola ma combattiva”, ha richiesto “Hitler era innocente”. Io ho chiesto loro di leggere il post che sto citando più volte, ovvero QUESTO. La risposta è stata: comprendiamo benissimo il suo punto di vista. Poi sono spariti. Nessun accenno alla possibilità di rivedere la propria politica nei riguardi delle piccole case editrici. Nessun dialogo. Niente di niente. E allora rispolvero un vecchio aneddoto: qualche giorno fa ho fatto visita ad una libreria che, in base al parere di un’amica, si distinguerebbe per lo spazio promozionale offerto alla piccola editoria. Sarà… ma in vetrina campeggiavano Moccia, Dan Brown, Melissa P. e Fabio Volo. L’unica scrittrice emergente era Licia Troisi. Che pubblica per Mondadori. Ho detto tutto.
Vorrei anche ribadire un concetto a me caro, e che purtroppo non posso approfondire per motivi di spazio: la visibilità concessa a un’opera è importantissima per le grandi case editrici, che spesso giocano la partita (fra di loro) su quel piano lì. L’aspetto pubblicitario, nella piccola editoria, ha meno rilevanza, giacché l’interesse dei potenziali acquirenti cala notevolmente a prescindere. Perché abbia effetto, la pubblicità deve essere davvero pregnante e continuativa, altro che un tavolino striminzito coperto di polvere! C’è una refrattarietà maggiore da dover combattere, per cui (quantificando) se nella grande editoria una pubblicità di livello
Suvvia, sognare non costa nulla. Almeno quello.
8)
Un luogo comune vuole che senza distribuzione libraria le possibilità di vendita siano minime. Di conseguenza, chi opera nel commercio elettronico (come I Sognatori) sarebbe destinato a morte certa. Di contro, si ritiene che affidarsi a distributori e librerie consenta vendite maggiori. Ecco, prima di sparare teorie campate per aria, forse sarebbe il caso di documentarsi.
Cito da un articolo del Corriere: “chi pubblica e si affida esclusivamente al canale dei negozi ha sempre maggiori difficoltà, giacché un numero costantemente in ascesa di lettori (l' anno scorso ha sfiorato il 30 per cento di aumento) utilizza Internet per gli acquisti. La Rete è ormai lo strumento che consente di conoscere meglio di ogni altro, e in tempo reale, quanto esce ogni giorno”.
Poco importa se anche tramite internet, alla fin della fiera, si acquistano i soliti libri: il dato è chiarissimo, e rivela che le librerie sono in crisi e che il commercio elettronico è in ascesa.
Chi in passato ha criticato I Sognatori per la mancanza di una distribuzione libraria, se ne faccia una ragione: aveva torto.
Agli scrittori esordienti che snobbano le case editrici operanti nel commercio elettronico dico: svegliatevi! Voi pensate forse che entrando in una struttura basata sulla triade “casa editrice-distributore-libreria” tutto vada bene. Il meccanismo è oleato e affidabile, no? Io invece vi faccio notare che case editrici, distributori e librerie sono gestiti da esseri umani, non da computers. E che queste persone operano sulla spinta esclusiva (ormai) del margine di guadagno. Se un distributore ha la necessità di piazzare il grosso quantitativo di libri di una casa editrice nota, a sfavore delle poche copie di quella meno nota… lo fa. Se alla libreria conviene tenere costantemente aggiornato il catalogo della grande casa editrice piuttosto che quello della piccola casa editrice… lo fa. Se la casa editrice “X” ha in catalogo una pletora di scrittori esordienti, e deve cercare di piazzare il maggior numero di libri, opterà per quelli più facilmente vendibili; per cui si giunge al paradosso che la casa editrice, nella necessità di stabilire su chi investire le maggiori energie, favorisca alcuni e sfavorisca altri autori del suo stesso catalogo. Ecco allora che il cliente si reca in libreria, chiede un determinato libro e si vede rispondere che questo libro non è presente perché la casa editrice questo mese non ci ha fornito il numero di copie richieste. E il distributore dirà la stessa cosa.
Insomma, ognuno di questi enti pensa al margine di profitto. Opera delle scelte. Per librerie e distributori, le case editrici non sono tutte uguali. Per la maggior parte delle case editrici, gli scrittori non sono tutti uguali. È comodo far pensare il contrario, ma così non è. Non illudetevi dunque di affidarvi alla “sacra triade” e di ottenere giocoforza dei vantaggi: perché più si allunga la lista degli intermediari, maggiore è il numero di persone e di interessi col quale ci si ritrova a dover fare i conti. Quasi sempre a tutto svantaggio dello scrittore esordiente “colpevole” di aver scritto l’opera meno appetibile sul piano commerciale, ma di livello superiore su quello qualitativo.
9)
L’ultimo punto di questo post è giocoforza comparativo. Avrete notato che negli 8 punti precedenti l’argomento centrale è in grassetto. Bene, ora mettiamo a confronto le note salienti dell’articolo che state leggendo con le peculiarità di chi opera nel commercio elettronico (come I Sognatori, appunto). A voi le conclusioni.
1) l’assenza di un distributore non impedisce (anzi!) a chi opera nel commercio elettronico di piazzare e/o commercializzare i propri libri in tutta Italia (isole comprese, si diceva una volta) e addirittura all’estero;
2) l’aumento generale dei prezzi ha un impatto contenuto sulle case editrici che operano nel commercio elettronico, le quali possono continuare a proporre agli acquirenti libri dal costo contenuto;
3) dovendo quantificare percentualmente tale riduzione (resa possibile dall’esclusione di intermediari), essa si aggira sul 40-50%. Nel nostro caso, questo taglio dei costi non va a vantaggio de I Sognatori, ma dei lettori, dal momento che altre case editrici tagliano i costi rinunciando a distributori e librerie, ma piazzano ugualmente i loro libri a prezzi elevati, e in definitiva identici a quelli dei lavori che conoscono tutta una serie di passaggi intermedi (quelli che fanno lievitare i prezzi, per l’appunto);
4) l’assenza di intralci sul piano gestionale consente a una casa editrice on line (se gestita da persone affidabili e competenti) di operare con puntualità e precisione (basti pensare che in media i nostri libri vengono inviati a distanza di 24 ore dall’ordine, e giungono fra le mani dell’acquirente nell’arco di 2-3 giorni lavorativi);
5) la possibilità di instaurare un rapporto diretto col consumatore finale, garantisce alla casa editrice on line (e di riflesso al lettore) di eludere inutili perdite di tempo sul lato burocratico;
6) se l’opzione dei resi, ormai, impedisce a un libro meno noto di essere presente (presente: non visibile) fra gli scaffali di una libreria per più di tre mesi, I Sognatori garantisce attraverso una costante promozione e nuove iniziative (non ultima SOGNI CONDIVISI) una persistente promozione dei propri autori;
7) i libri de I Sognatori non giacciono sotto cumuli di polvere su qualche bancarella improvvisata di un’anonima libreria, non si rendono invisibili agli occhi del lettore, ma circolano virtualmente e concretamente in siti, forum, blog, social networks, testate e spazi promozionali di vario genere. Non conquistano le vetrine delle librerie, per carità, ma rispetto allo spazio (sul piano strettamente pubblicitario) del quale godono tantissime case editrici legate a vecchie prassi promozionali, il commercio elettronico ha una marcia in più. Penso al sito e al blog de I Sognatori, che da soli garantiscono ormai una pubblicità costante e invidiabile alle opere presenti in catalogo: 4000 visitatori mensili (media attuale) la dicono lunga. E non credo affatto che anche i libri dalla copertina ingiallita di cui vi parlavo nel punto 7 siano stati minimamente degnati da un eguale numero mensile di lettori.
8) il mercato dei libri on line è quello che attualmente registra il maggiore incremento sul piano delle vendite. Forse a beneficiarne saranno sempre e comunque le grandi case editrici, ma la concorrenza che esse hanno in rete è enorme rispetto a quella (quasi inesistente) che hanno nelle librerie. Perché in rete le cose funzionano diversamente.
Come si conclude questo post? In maniera sorprendente, ve lo assicuro.
Perché nonostante questa lunghissima disamina, io all’idea di entrare in libreria non vi ho rinunciato del tutto. Solo che voglio farlo a modo mio. E quando dico io.
Per citare ancora una volta il mio vecchio post: il gioco varrebbe pure la candela, se le librerie si impegnassero sul serio nella promozione delle opere pubblicate da piccoli editori. Ma sappiamo che così non è: chi già gode di budget faraonici e campagne pubblicitarie a tappeto, usufruisce della maggiore visibilità. Poco importa se i libri piazzati in vetrina vengano considerati un po’ da tutti delle schifezze immonde. Il discorso cambierebbe se le medesime opportunità venissero concesse a tutti, indiscriminatamente. In tal senso, occorrerebbe operare dei distinguo, rendere il sistema più elastico, tutelare in qualche modo la piccola editoria di qualità. Se si parla di visibilità, I Sognatori e Mondadori sono su pianeti differenti, ma se si parla di resi, vengono poste invece sullo stesso piano. E questo non mi sembra giusto.
Soprattutto, non mi sembra giusto l’atteggiamento col quale opera la stragrande maggioranza delle librerie italiane. Sembra ogni volta che siano lì a farti un immenso favore, e che tu debba prostrarti ai loro piedi per ringraziarle. È chiaro, hanno il coltello dalla parte del manico. Possono concedersi il lusso di importi le loro condizioni. Ma quel tempo sta per finire. Prima o poi anche le librerie dovranno adeguarsi e capire che la libertà d’azione garantita dalla rete va presa ad esempio.
Se non lo faranno, moriranno.
Se lo faranno, io ne approfitterò.
Già oggi sono abbastanza egocentrico da credere che il favore glielo farò io, alla libreria “X”, quando accetterò di fornirle i miei libri. E davanti a un trattamento equo, sarò abbastanza umile da ammettere l’estrema validità del suo supporto.
Sono abbastanza egocentrico da credere che già oggi una libreria ha tutto l’interesse nel cercare di accaparrarsi i miei libri. Perché non hanno nulla da invidiare (per contenuti e caratteristiche tecniche) all’80% di quello che al momento finisce sugli scaffali.
E sono abbastanza folle da imporre alle librerie le mie condizioni. Condizioni che di certo non ribalteranno il rapporto, ma lo renderanno equo e maggiormente in linea con le necessità della piccola editoria di qualità. Le fisserò, queste condizioni, e poi coinvolgerò voi lettori.
Sì, proprio voi che frequentate questo blog. Perché sono sicuro che ognuno di voi ritiene di conoscere una libreria “controcorrente”.
Bene, le metterò alla prova per voi, queste librerie. Illustrerò la proposta che ho avanzato nei loro confronti e le reazioni che ne sono scaturite. So già che in molte non mi degneranno di risposta, ma sono pronto a farmi sorprendere. Non do più nulla per scontato.
Chi conosce il mondo delle librerie da un mucchio di anni mi ha già messo in guardia: puoi contattare personalmente una serie di clienti e giungere ad un accordo, ma in questo caso non so quante librerie potresti coinvolgere.
Forse nessuna, ma non importa. Ho fondato questa casa editrice per promuovere buoni libri e arrivare al cuore dei lettori. Ho scoperto nel tempo che il “cuore” dei lettori è di frequente durissimo, e pur di non concedere la dovuta opportunità a chi la merita, ci si scherma dietro un imbarazzato silenzio, frasi di circostanza e scuse banali.
Un’eventuale partnership con le librerie, se verrà, verrà quando vi saranno le condizioni ideali per agire in quella direzione. In modo da rendere le librerie elemento “complementare” della mia politica editoriale, e non “basilare”.
A me è sempre piaciuta l’idea di poter interegire direttamente coi lettori, infatti. Chi mi segue da anni sa quant’è vera questa affermazione. Onestamente speravo che fossero proprio i lettori a concedermi un’autorevolezza tale da poter interagire con le librerie, un giorno, senza complessi d’inferiorità. Quelli dettati dalla consapevolezza di essere un editore di nicchia.
Ma certi sogni sono diventati illusioni, e io – per tutta una serie di motivi – grandi speranze non ne ho più. Però potrei trovarmi nel luogo giusto al momento giusto.
Resto nei paraggi per dare un po’ di fastidio al sistema sclerotizzato della nostra editoria, allora.
Quella è una cosa che mi è sempre uscita bene.
Aldo Moscatelli
Che “Hitler era innocente” sia il libro più sfortunato tra quelli pubblicati da I Sognatori, non ci piove.
Che avesse fin dall’inizio finalità sociali, è altrettanto palese; quando ho comunicato ai miei commercialisti l’idea di devolvere il 10% degli incassi a qualche ente, mi hanno guardato storto dandomi del “pazzo”. Reazione più che giustificata, e che non volendo ha rafforzato la mia volontà di proseguire su quella strada.
Ancor prima che venisse dato ufficialmente alle stampe, ho contattato una lista spaventosa di associazioni, ricevendo grandi attestati di stima accompagnati da calci ben assestati nel sedere. Alcune – anzi, la maggior parte – non hanno nemmeno risposto alle mie mail, altre hanno accampato scuse patetiche se non a volte letteralmente idiote (qualcuno forse ricorderà QUESTO illuminante post).
Insomma, io chiedevo una semplice citazione sui loro siti in cambio del 10% sugli incassi, ma nessuno sembrava interessato alla cosa. Ho contattato in questi mesi Enti grandi e piccoli, in Emilia, nel Veneto, in Puglia, in Sicilia… insomma, ho cercato in tutta Italia.
Inutilmente.
Poi cosa scopro, una settimana fa? Che proprio nella mia città c’è una ONG (Organizzazione Non Governativa), nonché ONLUS (senza fini di lucro, insomma) che si fa in quattro per favorire il dialogo fra i popoli, quelli differenti sul piano culturale e religioso.
Fantastico, mi dico, “Hitler era innocente” insiste molto su quel concetto.
Approfondisco le ricerche e scopro che questa ONG ha ricevuto un mucchio di riconoscimenti sul piano burocratico. L’anno scorso ha vinto un premio piuttosto prestigioso (il Premio Ellisse) fra le associazioni di volontariato, per via di un meritevolissimo progetto volto a sostenere i disabili nella zona di guerra libanese. Molti infatti pensano che nei territori martoriati dalla tragedia bellica, “disabili” lo si diventi e basta: un piede su una mina antiuomo e il neodisabile è pronto a comparire in qualche servizio giornalistico. Invece no: nelle zone di guerra, “disabili” si nasce anche, e direi che per queste persone i problemi quotidiani vanno anche al di là del parcheggio con strisce gialle occupato dal solito imbecille incivile.
Insomma, un’associazione degna della massima considerazione. E allora prendo la macchina e vado a trovarli. Esordisco mettendo in chiaro una cosa: che ormai non m’importa più nulla di un possibile ritorno pubblicitario, né di ogni altro vantaggio che potrei ricevere dalla loro associazione, ma che sono lì unicamente per conoscere le persone alle quali destinerò (a giugno, quando “Hitler era innocente” festeggerà il suo primo compleanno) la famigerata percentuale sugli incassi. Ne è scaturito un dialogo di quasi quattro ore con tre persone in particolare: Veronica, Letizia e Manuela. Ragazze affabili e preparate. Allora confermo la mia decisione: il 10% sugli incassi maturati dalle vendite di “Hitler era innocente” verrà devoluto alla CTM, associazione per la solidarietà e la cooperazione internazionale. QUI il sito.
Parlando con le ragazze ho scoperto altre cose. Innanzi tutto che
Ho segnalato la notizia di questa sospirata partnership nel sito dei Sognatori, fornendo maggiori informazioni sull’ente beneficiario (trovate tutto QUI). Per me è la fine di un incubo kafkiano, dal momento che nel sito della casa editrice si parlava da tempo immemore di un misterioso 10% da devolvere in beneficenza a un altrettanto misterioso Ente meritevole. Adesso credo di averlo trovato, quest’Ente meritevole, e sono felice così.
Ho lasciato una copia del mio libro nella sede della CTM, spero che venga letto e magari apprezzato. Chissà, un giorno potrei ricevere una piccola recensione e postarla qui. A me farebbe piacere.
Ad ogni modo… io non ho chiesto alcunché in cambio: né pubblicità sul loro sito né altro. Mi basta sapere che persone encomiabili potranno contare su un piccolissimo aiuto. Che non giungerà, in definitiva, dal sottoscritto, ma da quei pochi lettori che hanno deciso di offrire una chance al mio romanzo. Perché a fare la differenza, non mi stancherò mai di dirlo, non potete essere che voi lettori.
Ecco, ora sapete dove andrà a finire il 10% dei soldi che avete speso (o spenderete) per comperare “Hitler era innocente”. Mi auguro che la cosa faccia piacere anche a voi.
Aldo Moscatelli


Penultimo appuntamento con le interviste rivolte ai vincitori dell’edizione 2008 del concorso “Un sogno dentro un sogno”.
Intervista particolare, perché Mauro D’Arcangelo (autore del racconto “L’estro disarmonico”) ha preferito rinunciare alla possibilità di essere intervistato. Per motivi che ovviamente non ci riguardano.
Io però non avevo alcuna voglia di modificare appositamente le domande (c’è del lavoro dietro, come in tutte le cose che faccio), quindi i sei quesiti restano rivolti sia a Mauro che a Maddalena Selis, autrice dell’apprezzatissimo “Siamo tutti morti”.
Buona lettura,
Aldo Moscatelli
p.s.
ho reso invisibile uno spoiler presente nella seconda risposta di Maddalena. Il passaggio incriminato è stato scritto con lo stesso colore del fondo della pagina (arancione). Per visualizzarlo vi basterà evidenziare il testo.
1) Solita domanda d’apertura: i vostri lavori hanno avuto origine da qualcosa in particolare? Una lettura, un evento, una riflessione specifica…
MADDALENA: Neanche a farlo apposta, da un sogno. Una notte ho sognato di essere morta, immobile nella mia bara. “Che sfiga”, ho pensato dopo il primo momento di panico e claustrofobia, “potevo almeno portarmi qualcosa da leggere”. Da quest'idea di noia eterna ha preso vita il racconto. E dai viaggi interminabili in metropolitana, dalle attese in coda, da tutti i momenti morti della mia giornata, trascorsi in mancanza di un libro a inventare storie, creare personaggi e raccontarmi le loro vite. “Cosa mi farebbe compagnia”, mi sono chiesta, “in una morte interminabile da vivere da sola?”. “Le parole”, mi sono detta. Le parole capaci di creare un mondo intero. Le parole che sono, in fin dei conti, il mondo intero.
2) Ho fatto presente in un’altra intervista che i vostri racconti, da un certo punto in poi, abbandonano il registro comico-surreale per sconfinare in altri territori, per così dire. Questa fase di passaggio sembra quasi richiamare quella – tipica – della funzione onirica stessa, con l’alternanza tra sonno e veglia. Per cui possiamo affermare che i vostri racconti risultano divertenti in coincidenza col sonno dei protagonisti, per poi mutare registro col risveglio (o pseudo-tale).
Questa sorta di frattura narrativa è stata stabilita a priori, oppure è venuta fuori in maniera naturale?
MADDALENA: E' venuta fuori in maniera del tutto naturale. Quando la bambina che sogna di essere una donna morta si risveglia e, ricominciando da capo, si trova di nuovo bambina, perde tutta la saggezza e il disincanto del sogno, perde il sarcasmo e l'autoironia dell'età adulta, perde soprattutto la capacità e il coraggio di ridere quando non c'è niente da ridere. Si risveglia bambina, si guarda allo specchio e ha paura. Come fanno i bambini, prende tutto dannatamente sul serio.
3) I protagonisti di “L’estro disarmonico” e “Siamo tutti morti” utilizzano il sogno come base per la costruzione di una realtà alternativa. Che è poi (antropologicamente) ciò che rende il “folle” simile al “dormiente”. Questo concetto è evidentissimo nel racconto di Mauro, sfumato in quello di Maddalena (basti pensare alla reazione che mostra la madre della bambina quando quest’ultima espone la sua teoria).
Beckett sosteneva che tutti gli uomini siano, al momento della nascita, completamente folli, e che col passare del tempo soltanto alcuni rimangano tali.
Questo si può dire del “folle”: ma anche del “sognatore”, secondo voi? Ve lo chiedo perché a giudicare dai vostri racconti sembra che la morte – il suo arrivo o il suo approssimarsi – determini un’accentuazione della potenzialità onirica…
MADDALENA: Si può dire del folle ma, secondo me, del sognatore è vero il contrario. Direi anzi che tutti gli uomini sono, al momento della nascita, completamente folli, e che col passare del tempo diventano sognatori. Perché il folle è simile al dormiente, ma così come il folle può girare in tondo all'infinito nella sua follia, allo stesso modo quello del dormiente può essere un sonno senza sogni. E, soprattutto, un sonno senza risveglio. Il sognatore invece trova nel sogno la strada per il mattino successivo. Un po' come la saggia Sherazad, che narrando una storia ogni notte riusciva a sopravvivere un altro giorno. In questo senso, secondo me, il sognatore è molto più simile allo scrittore che al dormiente. Infatti, proprio come Sherazad, la protagonista del mio racconto sfugge alla morte raccontandosi, e costruendo con le sue storie, mattoncino su mattoncino, un risveglio che alla fine, forse, è solo un altro sogno, ma che comunque è reale come la vita che ha appena vissuto. Con l'approssimarsi della morte, tutti diventiamo un po' scrittori e sognatori. E' anche per questo che continuiamo a sorridere, con questa pistola invisibile puntata alla testa...
4) Altro elemento comune: la fuga dalla civiltà. Mauro parla spesso di abbandono della “civiltà transiente”, la protagonista di “Siamo tutti morti” immagina una vita lontana da Roma, dallo smog, dal traffico, dall’inquinamento. Mauro sembra farne una questione “sociale”, Maddalena invece “individuale”. Sbaglio?
Inoltre: un tal Freud dichiarava (in un’opera molto interessante) che la moderna civiltà, castrando qua e inibendo là, facilita l’insorgere delle nevrosi. In quest’ottica, per voi il sogno rappresenta la cura o il palliativo?
MADDALENA: La cura perché, proprio come dicevo prima, è il sogno a indicare nel sonno la strada per il risveglio. Il sogno ti rivela quello che non sei ma anche come potresti essere, il sogno ti fa vedere dove la civiltà ti castra e ti inibisce e poi porta alla luce il tuo più grande desiderio, il sogno è la tua più terrificante paura ma ti permette di affrontarla, il sogno è il Minotauro ma è anche il filo di Arianna che ti porta verso la via d'uscita del labirinto. In questo senso, nel mio racconto la questione è esemplificata da inquinamento e traffico, ma è precedente alla civiltà. E' una questione individuale, o più che altro, umana.
5) Tornando al lato strettamente umoristico dei vostri racconti: a me è parso di cogliere un che di cinematografico nelle due novelle. In “L’estro disarmonico” ravvedo il nonsense caro a Groucho Marx e fratelli, invece “Siamo tutti morti” mi ricorda certe commedie nere tipo “La morte ti fa bella”. Ho lavorato di fantasia o ci sono andato vicino?
MADDALENA: Accidenti, ci hai azzeccato in pieno! Adoro “La morte ti fa bella” e tutte le storie che parlano del coraggio di vivere e mi permettono di scherzare, in qualche modo, dell'unico grande problema della vita che non ha soluzione, e sul quale c'è poco da scherzare.
6) Domanda multipla di chiusura: cosa vi ha spinto a partecipare al concorso? Indipendentemente dal risultato ottenuto, ritenete che l’esperienza compiuta sia stata valida? E dell’antologia cosa potete dire? L’avete già letta?
MADDALENA: Seguo i Sognatori almeno dai tempi della prima edizione del concorso, a cui non avevo potuto partecipare. A questa seconda edizione non ho saputo resistere, sia per il tema accattivante sia per la serietà con cui la casa editrice porta avanti le sue attività . E la nostra – Aldo, posso dire nostra? (un libro è di chi lo scrive e di chi lo legge, quindi sì, N.d.Aldo) – curatissima antologia lo dimostra. E' un onore per me trovarmi accanto a tanti bravissimi autori. Complimenti a tutti!
So da tempo immemore che in questo nostro Paese, quando si parla di editoria, può davvero succedere di tutto.
Anche che qualche casa editrice intimi a una minorenne di tenere la bocca chiusa.
I motivi? Fondamentalmente ignoti, o quanto meno vaghi.
Ora, che siti, blog e forum siano zeppi di scrittorucoli incazzati col mondo, e quindi incapaci di operare dei distinguo fra una casa editrice e l’altra, è risaputo. Troppa gente spala letame su tutto e tutti, a volte per motivi di una banalità sconcertante. Il fatto stesso di non essere stati ritenuti idonei alla pubblicazione spinge più d’uno a bollare una casa editrice come “incompetente”. Ma in pochi ammettono le reali motivazioni dell’astio, per cui su molti forum ci si limita a generiche accuse, che ovviamente lasciano il tempo che trovano.
Cosa succede dall’altra parte della barricata? Più o meno la stessa cosa. Anche le case editrici, infatti, sono zeppe di addetti ai lavori incapaci di operare dei distinguo tra un sito letterario e l’altro. All’occasione “minacciano” un po’ tutti, quindi, eccetto quelli che – per i motivi più disparati – incensano il loro operato. Chi invece, attenendosi alle informazioni presenti sui siti delle case editrici, pone alla luce del sole determinati fattori, ad esempio quello che la casa editrice X chiede il contributo editoriale in quella o quell’altra forma, viene tacciato di ledere l’immagine della casa editrice.
La verità, ovviamente, è un’altra: a una casa editrice a pagamento non piace l’idea che la richiesta di contributo venga elevata a discriminante. E poi certe cose è meglio lasciarle in un angolino buio, alla mercè dei più accorti. Dei pignoli. Quelli, per inciso, che danno fastidio perché non si fanno gli affari loro. Gente come Linda, che ormai pare il bersaglio preferito di chi sa parlare soltanto per bocca di un rappresentante legale.
Questi signori, piuttosto che minacciare querele, farebbero bene a intavolare una discussione attorno ai temi dell’editoria. Non è necessario intervenire direttamente sui forum, operazione che porterebbe via un mucchio di tempo. Basta parlarne nelle specifiche sedi, come faccio io nel mio blog e nel mio sito. Faccio presente che parlare non significa “giustificare”: un editore impronta una politica editoriale e se non ha nulla da nascondere, può tranquillamente sciorinare i motivi delle sue scelte. Sempre che su questi argomenti si abbia qualcosa da dire. Perché la mia impressione è che molti editori corrano in lacrime dall’avvocato per una semplice ragione: totale assenza di argomentazioni. Molto meglio affidare la propria difesa a un azzeccagarbugli qualunque, che almeno riuscirà a spaventare l’impiccione di turno con termini altisonanti.
Mi chiedo dove andremo a finire. Non escludo che fra un po’ anche il lettore che si è limitato a esprimere un’opinione negativa su un dato libro si vedrà recapitare la lettera di un avvocato…
Proprio per questo, ai frequentatori di questo blog chiedo di esprimere un pizzico di solidarietà a Linda, lasciandole un commento su Writer’s Dream.
Anche per far capire a certa gente da che parte stanno i lettori.
Aldo Moscatelli
p.s.
nel forum di Writer’s Dream alcuni utenti hanno mostrato forti perplessità su certi aspetti della politica editoriale dei Sognatori. Non vedo dove sia il problema. Si parla comunque di pareri su aspetti specifici della mia casa editrice, che possono andar bene… ma anche no. Aspetti concreti, ad ogni modo, esposti minuziosamente nel sito. Non c’è diffamazione, nessuno si è permesso di dire… che so… che I Sognatori sostiene di non chiedere il contributo e poi, al momento della pubblicazione, impone all’esordiente di pagare una parcella di 1000 euro per l’editing. Hanno invece dichiarato, ad esempio, che I Sognatori non ha una distribuzione in libreria: cosa verissima.
Questo discorso è valido per me, è valido per tutti. Se la casa editrice Y chiede il contributo, e in un forum si sostiene che la casa editrice Y chiede il contributo, non c’è diffamazione. C’è verità.
E se un utente dichiara: vi sconsiglio la casa editrice Y perché chiede il contributo… non c’è diffamazione. C’è opinione motivata (e dal mio punto di vista, anche tanta saggezza).
p.p.s.
nel contesto di SOGNI CONDIVISI ho inviato a Linda un libro da valutare.
Se lo stroncherà, prometto di NON inoltrarle la lettera di un avvocato.
Anche perché l’avvocato della casa editrice è il mio gatto, ed è facilmente corruttibile mediante croccantini.
p.p.p.s
segnalo un altro articolo sul tema, quello di Elena e Giulia di Studio83, che trovate QUI.
Qualche giorno fa ho lasciato un commento sul blog di Patty, per ringraziarla dell’inclusione del mio “Hitler era innocente” nella lista dei migliori libri letti durante il 2008.
Sono cose che fanno piacere.
La parte finale del commento, però, l’ho cancellata all’ultimo istante. Mi sono reso conto che poteva risultare antipatico inserire una specifica nel blog di un’altra persona. Blog fra l’altro che viene visitato soprattutto – che io sappia – da lettori.
Così ci torno adesso e qui, in casa mia. Onde evitare che qualcuno si senta chiamato direttamente in causa.
La parte finale del commento tagliato riprendeva una frase di Patty:
il problema è che “Hitler era innocente” sono in pochi a conoscerlo.
Ecco, mi permetto di dissentire e ritorno sul ragionamento che ho auto-censurato.
Non è vero che “Hitler era innocente”, e i libri de I Sognatori in generale, sono poco conosciuti.
Al massimo sono in pochi a voler offrire loro una chance.
Probabilmente Patty intendeva sono in pochi ad averlo letto, ma vado avanti nel mio ragionamento perché la differenza tra “conoscere” e “aver notato, acquistato e letto” mi sta a cuore.
Ad esempio ricordo benissimo che a suo tempo, in un solo forum (sottolineo: un solo forum), il post di presentazione del citato “Hitler era innocente” fu letto da 500 persone! Moltiplicate questo numero per le decine di forum, siti e blog in cui sono solito cercare un po’ di spazio promozionale. Aggiungeteci la pubblicità che mi riservano, senza che io chieda nulla, numerosi forum, siti e blog. Nonché la pubblicità costante garantita dal sito della casa editrice (adesso posso dirlo: nell’ambito della piccola editoria è fra i più visitati in assoluto) e dal blog che state leggendo.
Ogni uscita targata “I Sognatori” viene portata a conoscenza di migliaia di persone. Cifre a quattro zeri, sulla lunga distanza. Internet può questo ed altro. Per cui, paradossalmente, “Hitler era innocente” è stato richiesto dalla Lituania e dalle Seichelles, “Lapsus” dallo Yemen, e “Camp attack” è finito in Germania. “Hitler era innocente”, poi, continuano a chiedermelo le librerie, quindi il nome dei lavori pubblicati fin qui circola, c’è poco da fare. E su Anobii, a quanto pare, ci conoscono in tanti.
L’aspetto grottesco di questa faccenda sta nel fatto che le persone che – in teoria – dovrebbero manifestare il maggiore interesse nei riguardi della casa editrice, e cioè i lettori che navigano in rete alla ricerca di nuove opere da scoprire, mostrano scarsissima propensione all’esplorazione concreta di queste strade alternative. Si bloccano sull’uscio, per così dire.
Liberissimi di farlo, per carità. Non è che puoi spintonare il lettore. Però la cosa colpisce ugualmente. Soprattutto quando ti accorgi che una recensione ultrapositiva viene clamorosamente snobbata.
Ormai rido di gusto ogni volta in cui nel blog X viene postata la recensione di un mio libro. Perché cala il gelo. Blog che ricevono in media 20-30 commenti per ogni articolo, all’improvviso restano muti. Al massimo ci si limita al consueto “bella recensione!”. O si ribadisce stancamente un concetto espresso dal recensore (tipo che la piccola editoria merita appoggio, o che il Ventennio fu un periodaccio). Poi ci sono quelli che, ritenendosi particolarmente arguti, vanno alla ricerca di qualche refuso presente nella recensione. Ma in linea generale prevale il silenzio. Puoi parlare (anche malissimo) dello scrittore eschimese misconosciuto, o del poeta di nicchia austroungarico: un minimo di attenzione riesci a destarla in chi ti segue. Ma guai a parlare (anche benissimo) dello scrittore italiano esordiente: non verrai degnato.
I lettori, un pochino, li capisco. Escono troppi libri in questo Paese di poeti e navigatori (ringraziamo tutti in coro l’editoria a pagamento), e un lettore non può mica star dietro a tutte le novità. Occorre operare delle scelte (soggettive, e quindi incontestabili) e fare filtro.
Un buon filtro però (e qui ritornano i paradossi) è rappresentato dal giudizio di un lettore che ha già valutato un’opera. E del quale ci si fida, ché di commenti entusiastici ma di parte (o peggio ancora pilotati) ne è zeppa la rete. E tuttavia, il consiglio del lettore fidato viene recepito in maniera molto più sentita se l’autore proposto è straniero e/o è stato pubblicato da una casa editrice piuttosto nota. Sono nel giro da troppo tempo per non sapere che le cose vanno così.
Altrimenti non mi spiego per quale motivo un libro che costa la miseria di 10,50 euro, noto a migliaia di persone, e recentemente definito da diversi lettori piuttosto attivi nella blogosfera letteraria (cito) “un libro che si vive intensamente e si tiene dentro”, “un romanzo che è più di un romanzo” e “un capolavoro indiscusso”… non ha nemmeno coperto le spese di pubblicazione.
Ah, già: ha la copertina tutta nera…
I veri nemici della mia attività editoriale non sono i detrattori. Lo dico soprattutto a beneficio di chi pensa che io trascorra le giornate a rodermi il fegato per quei quattro pantofolai che mi remano contro.
I veri nemici sono altri. L’esterofilia diffusa, ad esempio (in tal senso vorrei che i lettori offrissero le medesime opportunità a tutti gli scrittori, indipendentemente dalla nazionalità). Nonché le persone che ragionano per luoghi comuni. Per cui l’antologia scaturita da un concorso non è altro che un ammasso di raccontini pubblicati senza editing e senza correzione della bozza (e io che ci perdo le settimane su questi particolari!), data alle stampe soltanto per poter spingere gli stessi scrittori pubblicati ad acquistare tot copie e coprire così le spese di stampa.
Stai fresco: se avessi dovuto coprire le spese delle prime due edizioni di “Un sogno dentro un sogno” facendo leva sull’acquisto spontaneo dei vincitori, la terza edizione non l’avrei mai indetta. Né avrei mai regalato decine di copie gratuite (in totale) ai trionfatori delle medesime edizioni.
“Un sogno dentro un sogno” continua perché un buon numero di lettori ha comprato e apprezzato le antologie che ne sono scaturite.
Vi chiederete: ma se un buon numero di lettori ha acquistato quei libri, perché ti lamenti?
Non è che mi lamento. Figuriamoci. A me le cose vanno meglio rispetto ad altri editori, che dopo due anni sono costretti a chiudere i battenti. Lavoro con la consapevolezza di poter fare la stessa fine, un giorno o l’altro, ma non è che la cosa mi sconvolga. Giunto in questo luminoso punto della mia vita (per citare il Poeta), certe eventualità non mi spaventano più. Ho già dovuto rivedere la mia posizione su un mucchio di temi, sfatando certezze ingenue (chiamatele pure illusioni); per cui quando quel tipografo mi disse che in Italia era già difficilissimo piazzare tra perfetti sconosciuti 50 copie di un libro ignoto, nonché pubblicato da un editore ignoto, reagii sorridendo. Adesso so che c’è ben poco da ridere, perché la realtà è esattamente quella. E in quanto tale, da temere non c’è nulla. All’invisibilità sono abituato da sempre, ma sono anche abituato a interrogarmi sul perché degli eventi. Io pubblico finché mi viene data questa opportunità, al massimo il problema è di chi si lascia sfuggire l’occasione di leggere un bel libro. Non mi pongo nemmeno il problema di apparire spocchioso, perchè ormai questo è il motivo principale per il quale lavoro: concedere un’opportunità alle opere che mi convincono e – al contempo – concedere un’opportunità ai pochi lettori che cercano un’alternativa alle proposte editoriali delle case editrici note e meno note.
Il punto è che rimango regolarmente sorpreso dalla forte sproporzione tra consensi e interesse di massa o micromassa (leggi: i frequentatori di un blog, di un sito o di un forum). È la curiosità del lettore medio, la sua volontà di aprirsi a scenari letterari nuovi, a fungere da ago della bilancia. Ed è lo stesso motivo per il quale negli USA il solo mercato underground consente a una casa editrice come
Perché qui si tratta semplicemente di osare. Di leggere una recensione positiva, appuntare il titolo del libro in una lista reale (e non immaginaria, visto che un po’ tutti i commentatori dei blog, quando non sanno che dire di un libro, dichiarano puntualmente: sembra interessante, lo metto nella lista), e poi fare quel passettino in più che consiste nel contattare la casa editrice per farsi spedire l’opera.
Chi frequenta regolarmente questo blog, di coraggio ne ha da vendere. So bene che da queste parti la piccola editoria di qualità non viene appoggiata soltanto con le belle parole. Molti di voi sono curiosi, onnivori, spaziano da una casa editrice all’altra senza precludersi alcunché. Nella lista mi ci metto anch’io, se non altro perché a casa ho una decina di libri ancora da leggere, pubblicati da editori di nicchia. E se vi confidassi che cosa sto leggendo da più di una settimana vi mettereste a ridere…
Siamo comunque in pochi. Troppo pochi.
Tornando al discorso iniziale: ho letto recensioni quasi commoventi dei primi due volumi di “Un sogno dentro un sogno”, ma ho rilevato scarsissimo interesse da parte degli astanti. Di “Altrove da me” si è detto tutto il bene possibile. “Lapsus”… è “Lapsus”, la sua comprovata unicità dovrebbe spingere chiunque all’acquisto.
E tutto questo non lo dico io: lo dicono quei lettori che hanno osato, fregandosene di dover comperare il libro dello scrittore sconosciuto pubblicato dalla casa editrice sconosciuta.
Osare, sì, perché in un Paese dominato da holding editoriali e recensioni sui giornali acquistate a suon di quattrini, la differenza possono farla esclusivamente i lettori.
Siamo messi male, dunque.
Perché io noto una pigrizia e una mancanza di curiosità decisamente preoccupanti. Ed è per questo motivo che continuo a professarmi più che pessimista nei riguardi del futuro della piccola editoria.
La maggior parte dei lettori italiani (quelli veri, che acquistano almeno 4 o 5 libri al mese) s’affaccia sul panorama editoriale italiano, osserva da lontano qualcosa che attira la sua attenzione ma poi desiste, dirottando la propria preferenza altrove. Non osa. Si lascia impressionare – piuttosto – dalle tre righe entusiastiche del giornalista prezzolato, o dalle classifiche di vendita, o dalle polemiche costruite ad hoc per attirare l’attenzione su un libro in particolare (ne sanno qualcosa gli amici di Biblios, nella persona di Zeruhur).
Ribadisco, ognuno agisce nel modo in cui desidera. Un editore non può fare i conti in tasca al lettore, o scongiurarlo di acquistare un libro piuttosto che un altro. Sarebbe patetico, quanto meno. Deve essere il lettore a diversificare le proprie scelte, a creare un equilibrio che allo stato attuale non c’è. Di questo passo le voci nuove e differenti si spegneranno una alla volta.
Se poi la cosa ha davvero importanza, lo lascio stabilire a voi.
Parlando da lettore, vi dico che per me ce l’ha. Parlando da editore, vi dico che m’importa poco o nulla: sia fatta la volontà della maggioranza. Amen.
In linea generale: se non c'è qualcuno che sfida il percorso letterario e culturale più accettato, allora dov'è la possibilità per le nuove leve di emergere?
Ho evitato di postare queste riflessioni nel blog di Patty perché non volevo dare l’impressione di fare esclusivo riferimento ai suoi frequentatori, occasionali e non.
Il mio è un discorso generale (magari fosse particolare!) che analizza un aspetto dell’universo editoriale col quale – mio malgrado – sono costretto a fare i conti giornalmente.
E come me, altri editori onesti e appassionati. Almeno su questo fronte, quel che scrivo non ha mai finalità individualistiche.
Sulla barca siamo in parecchi, e ogni tanto ci guardiamo fra noi e ci chiediamo chi sarà il prossimo a finire in mare…
Aldo Moscatelli
La forma di rispetto che nutro nei riguardi degli scrittori esordienti, quelli che con grande umiltà si rivolgono a me, deriva da tutta una serie di fattori. Uno di questi concerne la consapevolezza della trepidazione che li attanaglia, con l’approssimarsi dei miei responsi.
Ebbene, a voler ribaltare i ruoli, per un editore sui generis come il sottoscritto la situazione non cambia granché. Anzi, con l’iniziativa SOGNI CONDIVISI questa situazione si è pure inasprita, dal momento che adesso posso contare su un numero di giudizi più ampio e diretto.
In questi giorni sono arrivate le prime recensioni, già postate nei blog di chi ha letto il libro regalato.
Io ho temporeggiato un po’, perché mi sembrava una buona idea quella di pubblicare almeno due recensioni della stessa opera, per metterle a confronto. Non so se seguirò sempre questa politica, ma in questa occasione l’accostamento mi è parsa la soluzione migliore.
Le recensioni sono state scritte da Glauco Silvestri e Laura Costantini, e riguardano “Hitler era innocente”. Per dovere di cronaca, faccio presente che le versioni originali (per così dire) sono state postate QUI (quella di Glauco) e QUI (quella di Laura).
Io, senza entrare nel merito delle recensioni, ringrazio di cuore Glauco e Laura per il tempo concesso al mio libro. E idealmente, abbraccio entrambi.
Leggetele, per cogliere similitudini e divergenze. Sono un po’ lunghe, e mi piace pensare che lo siano perché sul libro c’è tanto da dire.
Alla prossima,
Aldo Moscatelli
RECENSIONE DI GLAUCO SILVESTRI
Una copertina anonima, tutta nera. Un libricino di circa duecento pagine. Sembra quasi un breviario ma, il suo contenuto è molto diverso. Un racconto, una testimonianza. Un libro per non dimenticare.
Sembra quasi un caso che, proprio in questo periodo, mi sia capitato questo libro tra le mani. L'argomento è strettamente legato all'attualità, è legato al passato, è legato ad uno dei momenti più bui della storia dell'umanità. La Shoah, che è stata ricordata proprio da pochi giorni, è probabilmente l'azione più terribile che l'uomo abbia mai concepito. Lo sterminio di massa, la discriminazione all'ennesima potenza, l'odio per chi è diverso... Hitler era innocente è tutto ciò.
Un uomo possiede una libreria; è un uomo colto, non è ebreo. Una mattina entra nel suo negozio un ragazzino e gli chiede una copia del Mein Kampf e, lui dice di non averlo... consiglia un altro titolo dagli argomenti ben diversi da quelli proposti nel testo di Adolf Hitler. Il ragazzo se ne va stizzito e... il mattino seguente le SS entrano nel suo negozio. Improvvisamente questo uomo si trova rinchiuso in un lager... un lager speciale, chiamato "Libertà".
La sua colpa non è nel suo sangue. La sua colpa è nella sua mente. Il motto di quel lager, infatti, non è "Il lavoro rende liberi", bensì "L'uomo libero non pensa, esegue". Il lager Libertà è il luogo dove vengono deportate le persone pericolose per il regime. Uomini di pensiero, prostitute, omosessuali, preti... tutti coloro che potevano rappresentare una alternativa al regime, tutti coloro che si opponevano al regime, tutti coloro che erano abituati a pensare con la propria testa e... non a obbedire ciecamente.
Il lager è un luogo di sofferenze, di privazioni, di alienazione. Il lager è dove l'uomo si annulla e diventa bestia da soma. Il lager è un luogo dove pensare è proibito; dove leggere è proibito, dove avere una opinione è proibito.
Ma come proibire a uomini di pensiero di... pensare? E difatti ciò non avviene. Dopo il duro lavoro, in questo lager, nascono delle discussioni, i confronti di idee, i dibattiti. Si parla di come sia potuto accadere tutto ciò, di come loro lo abbiano permesso, di chi sia la colpa... parole forti, intense, che fanno riflettere.
Hitler era innocente è un romanzo che, oltre a trasmettere una testimonianza dell'olocausto, porta al lettore nuovi punti di vista. Un personaggio in punto di morte, Oskar, descrive il fascismo come un albero. Hitler è il fusto; le fronde, i rami, le foglie sono formate dai suoi seguaci... ma un albero non sta in piedi, non sopravvive senza le radici. E le radici sono nascoste nel terreno... le radici sono... il popolo! E' il popolo che ha dato potere ad Hitler; è il popolo che ha chiuso gli occhi di fronte alle deportazioni, è il popolo che non si è mai opposto di fronte a nessuna delle terribili nefandezze che furono commesse. Questo concetto, sviscerato, ribaltato, discusso e dibattuto, echeggia costantemente per tutto il libro. Gli uomini rinchiusi si rendono conto della colpevolezza in quanto assieme di situazioni, debolezze, indecisioni...
E' sicuramente un libro differente da molti altri. Devo ammettere che ho letto molto al riguardo della Seconda Guerra Mondiale. E' sempre stato un tema che mi ha interessato. E' stato un evento storico che ha cambiato completamente la nostra società, che ha stabilito nuovi equilibri, nuove economie, nuove visioni di ciò che può essere il futuro. Dalla Seconda Guerra Mondiale sono nate tecnologie impensabili prima di essa. Dal volo spaziale, alla televisione, il radar, e molte altre cose che oggi giorno sono di uso comune in tutte le nostre case. Dalla Seconda Guerra Mondiale è nata la consapevolezza che l'uomo è in grado di distruggere se stesso.
La Shoah.
Ho letto molto anche al riguardo di essa. Dal fumetto Maus, al diario di Anna Frank, all'Amico Ritrovato di Fred Uhlman... fino a questo libricino: Hitler era Innocente.
Tutti questi libri "testimonianza" hanno una visione differente dell'olocausto. Ognuno di essi è unico e terribile. Ognuno di essi trasmette testimonianze e ricordi terribili. Pensieri, paure, dolori... morte. Il totale annientamento dell'uomo.
Hitler era Innocente vuole ragionare sui motivi di una tale condanna. Scritto con pacatezza, è quasi delicato nell'affrontare la vita nei lager, e si concentra sui ragionamenti, sulle convinzioni, sulle teorie. Sui pensieri di coloro che erano rinchiusi. Formula ipotesi, esprime opinioni, istiga a riflettere e ad esprimere la propria opinione.
E' un romanzo che fa pensare, che cattura e inchioda ad una tavola di legno. Perché è successo? Com'è potuto succedere? Perché nessuno ha impedito che accadesse? Possibile che tutti quanti fossero così ciechi?
Il libro non fornisce una risposta certa ma, butta sul tavolo degli indizi, dei pensieri e dei dubbi. Il lettore dovrà fare altrettanto... anche se forse, una risposta certa non la si potrà avere mai.
Hitler era Innocente, di Aldo Moscatelli, è un lavoro che cattura e trascina. Si legge velocemente. Si vive intensamente. Si tiene dentro.
RECENSIONE DI LAURA COSTANTINI
Per quel che mi riguarda, dunque, il Signor Dio, chiunque esso sia, è pregato di non sindacare sulle mie azioni e sui miei pensieri, a causa della più completa indifferenza con la quale ha lasciato che tutto quell’orrore germogliasse nei cuori delle SUE creature, e trovasse compimento.
A parlare così è Felicien Delacroix, il protagonista di questo romanzo scritto da Aldo Moscatelli. Un romanzo che è più di un romanzo. E’ un saggio, è un testo di filosofia, è un pamphlet di denuncia. Non solo dell’orrore dei campi di sterminio, non solo della crudeltà inumana del nazismo. La denuncia, a saper leggere tra le righe, si espande come il nero assoluto della copertina e assorbe il nostro mondo, ponendoci davanti quello che preferiamo non vedere, non capire, non pensare.
La storia è facile e, a suo modo, scontata. Felicien Delacroix è un uomo di cultura, un libraio come oggi non ne esistono quasi più. Il suo essere ebreo non avrebbe in fondo tanta importanza, non quanta ne ha il suo essersi rifiutato di porre nelle mani di un adolescente il Mein Kampft. Per questo finisce nel lager Libertà. Un lager di pura fantasia che assurge a simbolo stesso dei campi di sterminio realmente esistiti. Perché il lager Libertà non fa distinzioni: ebrei, cattolici, musulmani, agnostici. Accoglie tutti coloro che si siano resi colpevoli del reato peggiore agli occhi di un regime totalitario: pensare.
Eppure Felicien continua a farlo e il primo orripilante pensiero è:
mai più avrei letto, o anche semplicemente sfogliato, un libro. Destinato a trascorrere quel che rimaneva da vivere in compagnia dei miei persecutori, il privilegio della lettura… non avrebbe mai fatto ritorno.
Leggere per Felicien è più che un semplice piacere:
Era atto vitale, espressione della massima potenzialità umana: quella di apprendere. L’etimologia stessa lo suggerisce: leggere vuol dire “raccogliere”, entrare in possesso di qualcosa che non si ha. Arricchirsi. La lettura di un romanzo non può mutare la realtà e tutto ciò che vi è in essa, ma può aiutarci a comprenderla.
Ed è proprio la comprensione della realtà il reato più grave. Sul cancello del lager Libertà non c’è scritto il solito, tristemente noto motto nazista. C’è scritto: l’uomo libero non pensa, esegue.
Una bestemmia per chi, come Felicien, pensa che: la cultura… non uccide le opinioni, ma le sposta un po’ più in là, per accoglierne altre.
E il potere, di qualunque matrice esso sia, non può permettersi le opinioni. E’ questo che ci racconta Felicien nel suo dolente diario, nella scoperta che l’umanità può resistere a tutto se mantiene intatta la capacità di pensare.
E’ quello che succede al deportato Oskar, un delinquente comune, che ha osato opporsi al sadismo dei nazisti. Ridotto in fin di vita da torture atroci, trova la forza di riunire i suoi compagni per affidare loro un messaggio che è il centro stesso del romanzo:
Adolf Hitler è innocente, amici miei… è arrivato, un bel giorno, e ha cominciato a raccontare stronzate. Il popolo gli ha creduto e lo ha eletto. Non ha spianato i fucili per ottenere la fiducia dei tedeschi. Li ha convinti con le promesse, con le belle parole… E’ un pazzo che ha bussato a tante porte, ha chiesto permesso ed è stato accolto ovunque a braccia aperte. Hitler è la conseguenza, non la causa… è comparso perché qualcuno desiderava il suo arrivo. Quando ha parlato, sapeva bene che gli avrebbero dato retta.
Parole che scavano un solco nelle coscienze e spingono alla riflessione, pur in mezzo agli stenti del campo di concentramento. Aldo Moscatelli affida ad un altro deportato l’estrema conseguenza della scoperta di Oskar. E queste parole, a mio parere, dovrebbero parlare con estrema chiarezza a tutti quelli di noi che hanno ancora voglia di pensare:
Il dittatore è figlio della propria terra e della propria pazzia, non chiede permessi, sa adattare il passo al terreno più duro. Il successo ottenuto è direttamente proporzionale alla grandezza delle sue bugie. Raccontare frottole ma risultare credibile: è questa la scommessa.
La grandezza di questo romanzo sta nel raccontare una storia universale. E’ un lager, potrebbe essere un gulag, potrebbe trovarsi ovunque nel mondo e in qualsiasi epoca. Hitler è un nome che i può sostituire con quello di qualsiasi tiranno, presente, passato e futuro. E’ l’umanità che viene passata al microscopio. Nel lager Libertà ci sono persone di ogni etnia, di ogni razza o religione. Qualcuno è stato deportato solo perché profugo, estraneo, straniero.
Perché la gente, nell’esistenza del profugo, vede soltanto la parte finale: l’arrivo. Se ne frega di quel che c’è stato prima. Ignora la disperazione che spinge un uomo ad abbandonare la terra in cui è nato… la fame, la sete, il dolore. La gente pensa che tra noi ci si diverta ad essere sporchi e vestiti di cenci. Pensa che sia piacevole dover bussare a mille porte per cercare uno straccio di lavoro. Se le persone ci guardassero negli occhi… le cose cambierebbero.
Hitler era innocente è un elogio alla memoria, perché: i campi di sterminio sono stati la più alta manifestazione della crudeltà umana, poiché quella violenza è stata esercitata da uomini contro altri uomini. Chi lo nega non solo commette un’ingiustizia, ma rischia di adombrare l’intenzionalità con la quale i nazisti eseguirono i loro crimini… torneranno di nuovo, se il ricordo morirà… C’ingannano già adesso… utilizzando le più grandi tragedie della storia umana per raggiungere i propri fini, per consolidare il proprio potere. Esattamente come Hitler.
Non vi svelerò cosa ne è stato di Felicien Delacroix. Vi dirò solo che non è riuscito ad essere felice. Perché essere consapevole dell’orrore che può nascere, e continua a nascere, dall’umanità ha un prezzo. Alto.