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venerdì, 29 maggio 2009

LO SO, LO SO…

… che questo blog viene aggiornato sempre più di rado. Ma non è che ci siano chissà quali novità all’orizzonte. Progetti in stato embrionale, quelli sì.

Una cosa certa, adesso che ci penso bene, c’è: il naufragio della vecchia iniziativa SOGNI CONDIVISI.

Tante grazie a chi ha permesso questo ennesimo, sfavillante fallimento, impegnandosi a recensire un libro (ricevuto gratuitamente) senza tenere fede alla parola data.

Tante grazie a quelli che “no, non sono interessato a leggere un vostro libro, però ditemi: pubblicate poesie?”.

E un grazie enorme – stavolta sincero – a chi ha valutato e recensito nei tempi richiesti (un mese, per la cronaca) il libro fornito.

Parlo di:

 

LAURA COSTANTINI

GLAUCO SILVESTRI

MILVIA COMASTRI

ZORROKAMIKAZE

HARION

GAETANO GAROFALO

MYNONA

IPANEMA

CRISTINA BOVE

ZERUHUR

AQUILA NON VEDENTE

MORELLINA

 

E questo è tutto quello che ho da dire su questa faccenda.

Aldo M.

postato da: Isognatori alle ore 11:01 | link | commenti (7)
categorie: libri, i nostri libri, sogni condivisi
mercoledì, 27 maggio 2009

SEGNALAZIONE

Ero lì lì per citare un post dell'amico Alberto Carollo (sul rapporto tra critica letteraria e lettori comuni), dunque in procinto di ammorbarvi col solito post-fiume, ed ecco che lui mi batte sul tempo e mi segnala qualcos'altro. Questo:

http://www.cartacantalab.com/focus-on/19-focus-on/154-editori-corsari-e-autori-kamikaze-prima-parte

Trattasi di una "prima parte", quindi i commenti andrebbero elaborati a cose fatte.
Io attendo con ansia di vedere (leggere) come si conclude il tutto, se non altro perchè su quell'argomento lì mi sto giocando la carriera.
Voi però iniziate a darci un'occhiata.

Ciao,
Aldo M.

 

 

 

postato da: Isognatori alle ore 11:04 | link | commenti
categorie: segnalazioni, editoria, contributo editoriale
lunedì, 18 maggio 2009

Sì lo so, non bisogna abbattersi e bla bla bla

Capita sempre più spesso che qualcuno mi chieda: “puoi consigliarmi qualche piccola casa editrice che pubblica poesie?” (o favole, o saggi, o altro materiale non in linea con quanto richiesto da I Sognatori).

Non capita mai, però, che qualcuno mi domandi:

“puoi consigliarmi il libro di qualche piccola casa editrice?”.

Mai, in quaranta mesi di attività. Il che la dice lunga sulla percezione che in Italia abbiamo delle case editrici, specie di quelle indipendenti.

Non ci sono stime precise nei riguardi di certi fenomeni, ma leggevo da qualche parte che nel nostro paese i lettori cosiddetti “forti” – quelli che acquistano un paio di libri al mese – sono all’incirca due milioni, gli scrittori esordienti invece quattro milioni. Il doppio insomma.

Se già una percentuale assai minoritaria di lettori “forti”, alla fin della fiera, acquista libri della piccola editoria, figuriamoci quale supporto possono fornire quei due milioni di scrittori/non lettori il cui unico scopo è saturare le caselle di posta delle case editrici.

Meno di zero, chiaro.

 

Nella pagina MANOSCRITTI di questo sito, il mio collega Çlirim Muça (che spero di poter inserire presto nella pagina dei “Capitani Coraggiosi”) scrive:

 

Gentile signora, gentile signore,
viste le gravi crisi in cui viviamo, crisi economica e cronica crisi della lettura, che in Italia dura da molti decenni, abbiamo deciso di prenderci un momento di pausa.
Una casa editrice come la nostra, che non fa pagare gli autori per pubblicare i loro lavori e riceve tante proposte di pubblicazione, ma pochissime richieste di libri da leggere, per quanto di qualità e interesse i titoli in catalogo, non può continuare ad esistere. Ecco perché ci prendiamo una pausa di riflessione.
Forse ci butteremo a capofitto nella vendita di tappeti, che possono andare molto meglio in una stagione di solitudine come questa.
O forse ci sposteremo verso altre lingue e paesi, dove non necessariamente tutti sono poeti.
Probabilmente sbaglio a scrivere in questo modo a qualcuno che solo chiede di pubblicare il suo libro... La mia disperazione non è certo per un mancato guadagno, ma per la totale mancanza d'interesse del pubblico italiano verso la cultura e la poesia in particolare
[…]

 

Io vado oltre.

Se vi fosse soltanto disinteresse nei confronti dei libri, a me potrebbe anche andar bene. Non è che puoi obbligare gli italiani a spegnere per qualche ora la tivù e aprire un libro. Qui entrano in ballo problematiche socio-culturali che rischiano di portare questo post in lidi lontani, quindi evito.

Dico soltanto che a parer mio stiamo insegnando a un’intera generazione che per riuscire nella vita è meglio scavicchiare dei pacchi piuttosto che rimboccarsi le maniche. Che l’unico “sudore” legittimo è quello di chi canta e balla e piange istericamente (se possibile in contemporanea). E che l’isolamento proprio del lettore è fondamentalmente inutile, perché se bisogna isolarsi allora è meglio farlo con una telecamera puntata in faccia.   

A parte questo, quel che mi fa letteralmente incazzare è il proverbiale “due pesi due misure” che regola l’interesse nei riguardi di una piccola casa editrice. Interesse che è altissimo fin quando l’editore X può pubblicare il TUO libro, ridotto ai minimi termini nel momento in cui invece ti propone – direttamente o indirettamente, il risultato non cambia – l’acquisto di un libro già pubblicato. Perché alla fine (torno al discorso sulla “percezione”) nella logica della stragrande maggioranza degli scrittori esordienti una casa editrice deve pubblicare, mica vendere. No?

A meno che un loro libro – appunto – non finisca in catalogo. Poi sì che l’editore deve darsi da fare: adesso ha un motivo concreto, tutto quello che ha pubblicato in precedenza – evidentemente – non valeva un tubo.

 

Questo discorso vale soprattutto per i “pesci piccoli”, è chiaro che Mondadori, Feltrinelli, Fanucci o Adelphi vengono viste soprattutto come marchi impressi su libri da acquistare, sarà anche per un legittimo timore reverenziale. Noi editori indipendenti invece veniamo visti come robot che devono leggere e pubblicare a tutto spiano, al di là di un bilancio costantemente in rosso e del disinteresse che un po’ tutti dispensano a piene mani.

Ricevo palate di manoscritti alla settimana, e come me Çlirim e molti altri colleghi. Credete che vi sia un minimo equilibrio tra domanda e offerta? Macché! Se riesci a piazzare un libro ogni quaranta, cinquanta scrittori, sei già fortunato.

Ho pubblicato la lista dei “Capitani coraggiosi” (lasciate che la Fiera di Torino abbia termine e appena possibile aggiungerò altri nomi) per dare spazio e visibilità ad alcuni colleghi. E lo so che quella pagina viene visitata, adesso c’ho Woopra e posso monitorare tutto. Mi domando quanta gente, passando dal mio sito, ha poi acquistato i loro libri. Mi chiedo se la gente capirà mai che certe realtà vanno sostenute in concreto. Se c’è un ideale comune, è ovvio. A me Peacereporter, Emergency o la LAV non hanno mai regalato un accidenti, eppure nel mio piccolo le ho sempre supportate.

Continuano ad arrivarmi mail di scrittori che (senza nemmeno aver visitato il mio sito che – posso dirlo – è fra i più completi in circolazione) dicono sempre le stesse cose:

 

Le invio il mio manoscritto. Per evitare spiacevoli incomprensioni le anticipo che non sono disposto ad accettare proposte di pubblicazione che prevedano il versamento di un contributo, ma fin da ora mi rendo disponibile a promuovere e diffondere nel migliore dei modi il mio lavoro ecc.

 

Non si può, davvero non si può pretendere la pubblicazione a costo zero da tutti noi e recalcitrare schifati davanti al sostegno concreto, che in ambito editoriale si traduce nell’acquisto di uno o più libri. Quel “mi rendo disponibile a promuovere e diffondere nel migliore dei modi il mio lavoro” va quindi parafrasato così: “vi sosterrò soltanto nel momento in cui  pubblicherete il mio manoscritto, perché così facendo avrò qualcosa da guadagnarci”.

 

Io so che la mia professione è foriera di contraddizioni, forse come nessun’altra. Tutti lì a fare i radical chic di terz’ordine, gli snobbetti da salotto, quello buono. Il sistema editoriale italiano è marcio nelle sue fondamenta, alla base ci sono una gelosia e un’invidia impressionanti. Ci si dà contro l’un l’altro, o al massimo si creano piccole alleanze per alimentare piccoli circuiti onanistici, nei quali l’amico dell’amico dell’amico parla bene del romanzo di Tizio così poi Caio, che ha quel blog/sito/forum mediamente conosciuto, potrà confermare la bontà di un libro che un lettore al di sopra delle parti definirà inevitabilmente un’immane cagata.

Nella piccola editoria è quasi impossibile emergere perché tutti sono amici o nemici di. E dal momento che i ruoli di scrittore e lettore qui da noi coincidono, difficilmente qualcuno – anche se bravissimo – potrà riscuotere il meritato successo. 

Nel frattempo la grande editoria nemmeno l’abbassa, lo sguardo: non ha nulla da temere. E l’editoria a pagamento gongola, perché alla fine sa di avere ragione lei: se vuoi sopravvivere in Italia devi chiedere il contributo editoriale e auspicabilmente prendere per il culo gli scrittori. Se ci riesci vai avanti, altrimenti niente. Sei un povero imbecille che non ha saputo barattare, scendere a compromessi. Un fallito, a distanza di tempo.

Gli onesti verranno sempre considerati “onesti ma”, i coraggiosi verranno sempre considerati “coraggiosi ma”, e quel che è peggio… i libri davvero belli resteranno a marcire nel mucchio, osteggiati da chi ha interesse a osteggiare o ignorati da chi si lamenta di non averli letti gratuitamente. Tempo fa una cara persona mi ha rivelato che un’eminente psicologa desiderava leggere e recensire “Hitler era innocente” nel suo sito, peraltro molto visitato. Ho chiesto per quale motivo, se davvero sussisteva questo interesse, la signora in questione non muoveva le chiappe e avanzava una richiesta d’acquisto. Ho capito da me che senza l’invio a mie spese di una copia gratuita, la recensione non sarebbe mai arrivata. Perché qui siamo tutti intenditori, coltissimi, intelligentissimi e con le braccine corte.

Ragion per cui uno vale l’altro, tutti meritano le briciole che cadono dall’alto, l’importante è saper sgomitare, saper giocare sporco, saper mentire per compiacere questo e quello.

 

Ma che parlo a fare…

Stupido io, che dopo tre anni continuo a ripetere le stesse cose.

 

Çlirim chiude così il suo intervento:

 

Scusate se ho deluso le vostre attese.

 

Quanta amarezza in quelle parole…

Non provate nemmeno a lavorare d’empatia, tanto non la capirete mai.

Voi vedete un libro e pensate: “è un libro!”.

Non avete idea della passione, dell’amore viscerale, della fatica che ci vuole per consentire a tutti voi di esclamare “è un libro!”.

E non sempre è soltanto libro: a volte (poche volte) è anche anima.

Di chi scrive e di chi pubblica.

Ma che importanza ha? Su, dai, barattiamola quest’anima, anche solo per un’ora o due, e forse andrà via un po’ d’amaro.

 

Canzone del giorno: questa.

postato da: Isognatori alle ore 08:10 | link | commenti (7)
categorie: editoria, tutto bene, contributo editoriale
lunedì, 11 maggio 2009

meno 50...

concorso 2009

Affrettarsi gente: mancano 50 giorni alla scadenza del concorso!

Per info: info@casadeisognatori.com

postato da: Isognatori alle ore 17:09 | link | commenti (5)
categorie: concorsi, scrittori, concorso letterario, racconti inediti
mercoledì, 06 maggio 2009

ANCORA SULL’AMBIENTAZIONE

Sembra che il tema dell’ambientazione stia particolarmente a cuore agli utenti di questo blog, quindi torno sull’argomento tenendo in debita considerazione i vostri ultimi commenti.

Chiarisco subito che le mie osservazioni circa le tendenze attuali dell’editoria sono il frutto di un’analisi ampia e attenta, dovuta alla ricerca di colleghi potenzialmente interessati al “Manifesto contro il contributo editoriale”.

Da queste parti è già stato visionato un numero spropositato di siti (un migliaio, grossomodo), ragion per cui parlo con cognizione di causa.

Agli amanti delle statistiche faccio presente che:

1)      una quantità industriale di case editrici è collocata in zona Napoli (personalmente non l’avrei mai detto);

2)      la stragrande maggioranza delle case editrici italiane chiede il contributo o in proposito tace ambiguamente (su questo invece ci avrei giurato);

3)      se in politica tutti utilizzano nomi di piante e/o alberi, nell’editoria furoreggiano i nomi di animali (c’è persino la pernice);

4)      in Italia ci sono case editrici con oltre due secoli di storia alle spalle;

5)      una casa editrice italiana su cinque o sei pubblica esclusivamente materiale religioso;

6)      moltissimi cataloghi editoriali sono quasi monopolizzati dai libri ambientati in Italia, meglio se nella regione in cui ha sede la casa editrice.

 

Fino a qualche anno fa, è certo, appioppare nomi anglofoni e abbozzare ambientazioni estere era molto trendy. Poi la tendenza si è invertita. La nostra cultura non scimmiotta più quella americana da almeno dieci anni. Provate a scrivere un giallo o un noir (ma non solo) e ad ambientarlo al di fuori dei confini patri: vi assicuro che per quanto possa essere valida la vostra opera, un mucchio di gente vi sbatterà la porta in faccia o avrà comunque qualcosa da ridire.

Perché si è passati all’altro estremo, appunto. Si è perso per strada il senso dell’ambientazione. Che non è una regola grammaticale, intendiamoci.

Soprattutto, ormai si confonde “ambientazione” con “collocazione geografica”, che sono due cose diverse. La seconda fa capo a un luogo – geografico appunto – ben preciso (cito “La morte a Venezia” di Mann), la prima a un luogo nel quale agiscono i personaggi (cito l’inquietante dimora della protagonista di “Altrove da me”) e che può essere reale o inventato di sana pianta, nonché collocato a sua volta in un determinato ma secondario contesto geografico.

Perché c’è anche chi immagina luoghi di pura fantasia (lista lunghissima) o chi pone le vicende di una storia sullo sfondo di una città imprecisata (“Baol” di Benni).

 

Molto dipende dall’inclinazione e dalla creatività dello scrittore, ragion per cui rifiutare a priori la pubblicazione di un’opera non ambientata in Italia significa porre un freno all’essenza stessa della narrativa, che è da sempre creazione di una realtà “altra” o ri-scrittura di una realtà nota. Poi ognuno sceglie il proprio modus, c’è chi si guarda attorno e chi vola con la fantasia, ma in linea generale le ferree leggi che regolano altri aspetti dell’elaborazione di un romanzo qui decadono.

Citavo Salgari non a caso, l’altra volta. Perché lo scrittore veronese non visitò mai i luoghi che descrisse nei suoi lavori. Cosa più importante: dimostrò che reperendo le dovute informazioni è possibile ricostruire in maniera efficace e minuziosa un luogo ignoto. Lo scrittore deve quindi scegliere l’ambientazione che ritiene maggiormente efficace e poi stabilirne il ruolo, che può essere quello del comprimario (certi romanzi si focalizzano principalmente su trama e personaggi) o dell’assoluto protagonista (chi ha letto “Le montagne della follia” di Lovecraft sa cosa intendo).

 

Molteplici opzioni, dunque. E molti paradossi. Per cui:

A)    il signor Rossi (di Bergamo) ambienta il suo noir a New York, in cui magari ha abitato per anni, spedisce la sinossi a un editore italiano che però non lo degna di considerazione a priori;

B)     il signor Rossi (di Bergamo) ambienta il suo noir a Pizzo Calabro, città che ha visto in cartolina dieci anni addietro, spedisce la sinossi a un editore italiano che ovviamente lo prenderà in considerazione a priori.

 

Secondo paradosso:

A)    il signor Rossi ambienta il suo noir a New York dopo aver (come il vecchio Salgari) preso tutte le informazioni possibili e immaginabili sulla Grande Mela. Riesce a ottenere un affresco di rara verosimiglianza, sembra quasi che a New York ci sia stato davvero. Ma gli editori storcono il naso e gli chiedono: scusi, ma non poteva ambientarlo a Bergamo il suo romanzo? E perché l’investigatore l’ha chiamato Clark invece di Rubagotti?
Il signor Rossi, che ha lavorato di ricamo per due anni sull’ambientazione e tutti i suoi particolari, risponde giustamente: saranno anche cazzi miei, no?

B)     Il signor Rossi ambienta il suo romanzo a Pizzo Calabro, ma si limita a descrivere ciò che vede nella sbiadita cartolina che gli inviò una collega d’ufficio dieci anni prima, una di quelle col puntino rosso e la scritta IO SONO QUI. Nessuno obietta nulla, anzi, viene dato risalto alla bizzarra ambientazione.
Perché, badate bene, per alcuni le regole vanno violate seguendo ulteriori regole. E allora un romanzo con un’altra ambientazione bizzarra (che so… Kampala, in Uganda) non potrebbe mai riscuotere il medesimo successo di quello ambientato a Pizzo Calabro.

 

Va beh, io ci scherzo ma so con certezza che cose di questo tipo accadono di frequente.

E riassumo il mio pensiero così: ambientare un manoscritto in una città estera per fare (cito Dabria) il figo internazionale è una gran fesseria. Allo stesso modo, ambientare un manoscritto in una città italiana per fare il figo nazionale non ha maggior senso. Io credo che ognuno debba seguire la propria ispirazione e lavorare sodo.

Quale che sia l’atteggiamento dello scrittore, comunque, ricordiamo che a valutarlo dovrà essere una persona del settore. E il professionista dovrà (dovrebbe) giudicare un romanzo non sulla scorta di preconcetti nei riguardi dell’ambientazione, in un senso e nell’altro, ma nella sua globalità e senza inserire nell’elenco dei difetti la voce “ambientazione non italiana” o “ambientazione italiana”. Al massimo “ambientazione scialba” o “ambientazione inverosimile”.

È preferibile allora che l’editor o chi per lui sia chiaro e ammetta che la casa editrice X è propensa a editare opere con determinati requisiti, anche in fatto di ambientazione, perché Camilleri, Lucarelli e De Cataldo tirano e allora bisogna adeguarsi.

Ma non si spacci per difetto quello che difetto non è.

 

Aldo Moscatelli

  

 

postato da: Isognatori alle ore 18:05 | link | commenti (5)
categorie: libri, scrittori, ambientazione