Segue dal post precedente.
Sulla scorta delle osservazioni elencate nello scorso articolo, quest’oggi propongo l’ennesima, ambiziosa iniziativa:
IL PRIVILEGIO DEL SOGNATORE
La casa editrice I Sognatori garantirà ai lettori particolarmente attivi nella rete internet (mediante blog, siti e luoghi d’aggregazione vari) uno sconto del 30% su tutto il catalogo. Parliamo di singoli lettori, magari a capo di un sito o di un blog. Loro saranno i nostri “lettori-librai”, quindi i principali referenti (ci torno dopo). Ma anche tutti coloro che frequentano i loro blog, siti o altro, avranno di che guadagnarci: qualora rimangano colpiti da una recensione o da una segnalazione, potranno acquistare i nostri libri col 20% di sconto. Tutto quel che dovranno fare sarà contattare il lettore-libraio e chiedergli di intercedere nell’acquisto del libro. Il lettore-libraio poi ci interpellerà e ci indicherà la mail del richiedente, che noi provvederemo a contattare in privato, prendendo gli accordi di routine.
Faccio un esempio: mettiamo il caso che io nomini “lettore-libraio” il signor Augusto. In questa veste, il signor Augusto avrà il 30% di sconto sull’intero catalogo. Mettiamo il caso che il signor Augusto pubblichi sul suo blog la recensione di un libro targato I Sognatori, e che una blogger, la signora Giovanna, leggendola ne rimanga favorevolmente impressionata: ebbene, la signora Giovanna (qualora propenda per l’acquisto) avrà diritto a uno sconto del 20%. Dovrà unicamente contattare il signor Augusto e fornirgli il suo indirizzo mail; a quel punto il signor Augusto si rivolgerà a noi fornendoci la mail della signora Giovanna, e I sognatori la contatterà subito dopo in privato.
Semplice no?
Specifico che sarà il sottoscritto a nominare i lettori-librai che godranno del 30% di sconto (niente auto-candidature, please), sulla base della pluriennale esperienza maturata sul campo, e ovviamente dei meriti acquisiti dai lettori “di fiducia”. Quelli che non cancellano complimenti, incoraggiamenti e attestati di stima per futili motivi, tanto per intenderci.
I lettori-librai dovranno semplicemente:
1) esporre nel loro “angolo virtuale” (blog o sito che sia) il logo che trovate in calce a questo post, ovviamente in posizione ben visibile. Saremo noi a fornire il codice per l’inserimento del logo;
2) il primo di ogni mese, e – in aggiunta – ogni volta che lo riterranno opportuno, ricordare ai propri lettori (vecchi e nuovi) l’esistenza di questa iniziativa, mediante un piccolo post. Una sorta di promemoria, insomma;
3) come già detto, fungere da intermediario fra richiedente e casa editrice. Sono dell’opinione che tale “impegno” verrà evaso con piacere, dal momento che chi appoggia la piccola editoria è di per sé assai sensibile nei riguardi delle “sfide” lanciate da I Sognatori.
Io ritengo che questa iniziativa possa apportare benefici a tutti: in primis a I Sognatori, che potrà (almeno spero) raggiungere un maggior numero di lettori. I nostri libri costano già pochissimo rispetto alla media nazionale, ma l’idea dello sconto non ci spaventa. D’altronde questa estate abbiamo regalato oltre 150 libri nelle Università leccesi.
C’è da dire inoltre che l’aumento dei costi tipografici prima o poi ci obbligherà ad aumentare un po’ i prezzi (tranquilli, nulla di iperbolico), ragion per cui gli sconti assumeranno una funzione importante. Ne beneficeranno i lettori-librai, che in cambio di un semplicissimo impegno potranno godere di uno sconto non indifferente e sentirsi coinvolti appieno nella vita(ccia) della casa editrice: come accennavo, sono certo che molti di voi saranno ben lieti di aiutarci, in virtù di una stima che ha radici lontane. Ne godranno altresì gli amici dei lettori-librai, che affidandosi a persone che ben conoscono (altri blogger, ad esempio) potranno anch’essi usufruire di uno sconto nell’acquisto dei nostri libri, senza nutrire alcun timore (l’intermediazione di un conoscente giocherà un ruolo basilare) e magari chiedendo un parere sul libro che intendono acquistare direttamente al lettore-libraio; qualora quest’ultimo l’abbia letto, s’intende.
Immaginate se la cosa dovesse funzionare: strettissima interazione fra lettori, pioggia di sconti, libri di nicchia che girano grazie all’aiuto di tutti, burocrazia inesistente, possibilità – per i giovani autori di casa nostra – di veder divulgato in maniera capillare il proprio lavoro… finalmente verrebbe a realizzarsi quella convergenza d’intenti che auspico dalla bellezza di quattro anni e che fin qui non si è mai concretizzata, per tutta una serie di ragioni.
Utopia? Può darsi. Io però conosco bene la realtà editoriale e mi sono chiesto: perché devo concedere uno sconto al libraio per una promozione inesistente, quando posso concedere uno sconto allettante direttamente ai miei lettori? Il libro che termina in libreria finisce nel mucchio ed è già tanto se nell’arco di tre mesi lo notano in dieci; una recensione invece viene letta o quantomeno notata da una quarantina di persone in un solo giorno, quand’anche si tratti di un blog sconosciuto. E se qualcuno decide coraggiosamente di offrire una chance al libro oggetto di una recensione o di una segnalazione, non è forse giusto premiarlo con uno sconto?
I Sognatori, assieme ad altre realtà editoriali, è la dimostrazione vivente che si può tirare avanti per anni senza il supporto delle librerie e (magia!) senza chiedere alcun contributo editoriale.
Ma bisogna fare di più, ci sono ulteriori muri da abbattere e nuove strade da percorrere. E senza il supporto di nuovi e coraggiosi lettori, le pareti diverranno troppo alte e lisce, i percorsi ci verranno via via preclusi.
È quasi un nuovo inizio per noi. Per fortuna sappiamo di non essere soli, e ci auguriamo di poter diventare presto una moltitudine.
I primi lettori-librai verranno contattati privatamente in data odierna. Noi avanzeremo la proposta, poi ognuno sarà libero di accettare o rifiutare. Senza impegni e senza fisime.
Io direi di cominciare dai blogger, e di allargare pian piano l’iniziativa a siti, associazioni e riviste letterarie.
Attraverso questo progetto spero di lanciare un messaggio forte non all’intero sistema librario (l’eco delle mie iniziative ha un riverbero limitato, purtroppo), ma quantomeno alle librerie che si rivolgono a me avanzando assurde pretese. Un modo come un altro per ribadire: possiamo fare a meno di voi, è finito il tempo dei privilegi concessi ai librai, in quel ruolo siete stati rimpiazzati dai lettori. Che alla fin della fiera sono coloro che consentono al sistema di procedere ed evolvere.
È giusto che la distribuzione classica incontri sul proprio cammino un “rivale” forte, dal momento che nessun libraio sarà mai così onesto da ammettere, nel rivolgersi a un piccolo editore: ignorami, qui promuoviamo e vendiamo i soliti nomi e se davvero speri di sopravvivere pubblicando autori sconosciuti, allora lascia perdere librerie e canali di distribuzione, funzionano solo per alcuni poiché costano molto e non garantiscono nulla. Quindi inventati qualcosa o vai a Lourdes.
Io non credo nei miracoli, ragion per cui mi sono inventato qualcosa.
Spero che funzioni.
Grazie a tutti voi per l’attenzione,
Aldo Moscatelli
p.s.
il progetto è in divenire, non appena ho qualche novità vi faccio sapere.
Le librerie continuano a chiedermi libri.
Bene, penserete.
Invece no. Perché ogni santa volta il libraio, dopo aver finto interesse nei riguardi di un possibile dialogo, quindi di un sano confronto, sparisce improvvisamente.
La pazienza del libraio medio, sappiatelo, è limitatissima. E così la sua educazione.
Sebbene il rapporto tra librerie e case editrici sia con ogni evidenza viziato da tutta una serie di sperequazioni, la sana e sacrosanta messa in discussione di tale rapporto viene regolarmente negata. O almeno questo è ciò che capita a me.
Ordinano uno o più titoli, chiedono il modo attraverso il quale è possibile entrarne in possesso e alle prime avvisaglie di una possibile negazione dei loro antichi privilegi, tac: fuggono a gambe levate.
Puntualmente arriva qualcuno a dirmi: conosco una libreria gestita da una bravissima persona…
Io vi ricordo che il rapporto “libraio-lettore” è diverso da quello “libraio-editore”, e che con le eccezioni non si mangia. Fatevene una ragione.
Fino a qualche anno fa il libraio richiedeva il tal libro, lo pagava in anticipo con (in media) il 30% di sconto, lo teneva in libreria per un certo periodo di tempo (minimo 6 mesi) e poi, se non riusciva a venderlo, rispediva al mittente il libro invenduto (si avvaleva insomma della cosiddetta “opzione dei resi”) e chiedeva alla casa editrice di sostituirlo con un titolo più recente.
Già questa situazione era fonte di svantaggio per l’editore, dal momento che quello dei libri e dei giornali è l’unico campo commerciale in cui il responsabile dell’attività può restituire la merce invenduta. Difatti, se un negoziante di musica non riesce a piazzare il tal CD, non può pretendere di restituire l’invenduto alla casa discografica. I librai e i giornalai invece possono rifarsi sull’editore.
Ma andiamo oltre, perché la situazione peggiora di anno in anno.
Oggi le librerie nemmeno li acquistano, i libri: li prendono in prestito (è il cosiddetto “conto deposito”), salvo eccezioni li tengono a marcire da qualche parte, e dopo tre o quattro mesi – mediamente – rispediscono tutto al mittente. Amen. Se riescono a vendere qualche copia, pretendono uno sconto che si aggira sul 40-45%.
Ovviamente l’editore deve anche pagare il tipografo, il distributore, il venditore, l’IVA e l’autore, ragion per cui – a conti fatti – all’editore rimangono le briciole. Volete sapere a quanto ammontano queste briciole? Ve lo dico: grossomodo il 30% del prezzo di copertina. Se vendessi “Altrove da me” in libreria ci guadagnerei tre euro a copia. Piccolo, ulteriore problema: quei tre euro non corrisponderebbero a un “guadagno”, perché dovrei utilizzarli per pagare affitti, bollette e commercialisti, che sono spese fisse di ogni attività commerciale.
Tolte queste voci di spesa, rimarrebbero frazioni di briciole o più probabilmente il nulla.
Personalmente me ne sbatto se i librai devono giostrare migliaia di titoli l’anno: cominciassero a fare filtro e a tentare di capire chi va supportato e chi no. Si lamentano che in Italia non legge nessuno e loro cosa fanno? Persistono a inzeppare gli scaffali, il che dimostra una volta di più che qui da noi i librai non hanno capito un tubo del destino cui stanno andando incontro.
Ben venga la loro estinzione, se dettata da una conclamata ottusità.
Fosse per me, organizzerei una serrata dell’intera editoria. A prendervi parte dovrebbero essere in primis i piccoli editori, i più danneggiati dallo status quo. Chiaro che a un editore a pagamento le cose stanno bene così, tanto i dindini entrano ugualmente in tasca. Stesso discorso per chi, allo stato attuale, può contare su grandi spazi pubblicitari e grandi investimenti. Ma gli altri?
Questo sistema è assurdo e insostenibile, mi chiedo come fanno i miei colleghi (quelli onesti) ad accettarlo e a genuflettersi. A me un dubbio viene: la comune e insana tendenza a considerare “vera casa editrice” quella distribuita in libreria, “romantico carrozzone” (per usare l’espressione di un inutile idiota) quella senza distribuzione. Questa tendenza è evidente nei lettori ma anche negli editori, che senza supporto delle librerie iniziano ad accusare complessi di inferiorità. Stesso discorso – amplificato – per gli scrittori: il loro romanzo deve finire in libreria, altrimenti non è un libro. Ragionamento di rara banalità, considerando che il libraio è solo un tramite, l’importante è che il libro termini fra le mani del lettore. Chi ritiene che attraverso le librerie vi sia appunto la possibilità di raggiungere più lettori, ignora con ogni evidenza la scarsissima visibilità offerta dai librai ai titoli della piccola editoria, l’impossibilità di una distribuzione capillare (ché una decina di librerie può trovarle qualsiasi editore) e finanche i dati statistici (il 50% dei libri che oggi vedete in libreria, fra tre o quattro mesi spariranno: non in quanto venduti, ma in quanto resi al mittente).
È questo modo di ragionare che oggi va combattuto. Occorre affrancarsi dal presunto prestigio della distribuzione libraria e rendersi conto che qui ciò che conta davvero è arrivare al lettore: il modo in cui una casa editrice ci riesce, prescinde da etichette e titoli.
Prendiamo le antologie dei concorsi: a parte gli autori premiati, quanta altra gente è oggi interessata a libri del genere? Quante copie si riuscirebbero a vendere in una libreria comune, con la commessa che a malapena conosce Moravia, figuriamoci (nel caso de I Sognatori) Guido Marcelli, Francesca Tibo o Federica Maccioni? Siamo realisti, dai! Nessuna, forse nessuna al quadrato.
Però il primo volume di “Un sogno dentro un sogno”, al di là delle copie acquistate dagli autori (peraltro pochissime, ma non avevano obblighi), è riuscita a superare le 200 copie vendute. Se credete che sia facile convincere 200 sconosciuti a comperare l’antologia di 10 Signor Nessuno, vi sbagliate di grosso.
Forse che non esista alcuna alternativa? Sì che esiste, siamo alle soglie del 2010 e in tanti ormai cercano strade differenti. Io ci ho provato a interagire coi librai, ma quelli che ho conosciuto si sono rivelati francamente insopportabili: non rispondono alle mail, troncano le discussioni, pretendono la luna.
E allora voglio riflettere sulle differenze tra librai e lettori. Vi prego di seguire il mio discorso, premettendo che parlo in linea generale (non obbligatemi a specificare ogni volta che esistono le eccezioni, su!).
Cosa fa un libraio oggigiorno? Ordina il libro, non lo acquista. Lo promuove seriamente? No, tale privilegio (vetrine e pile fronte cassa) è riservato alla Nobiltà dell’editoria, cioè al 5% delle case editrici, forse meno.
Cosa fa un sito o un blog dedicato al mondo dei libri, oggigiorno? Acquista o si fa spedire un libro per recensirlo, quindi la possibilità d’acquisto c’è. Lo promuove? Certamente, quand’anche lo stronchi. Opera differenze tra piccola e grande editoria? A volte, ma è chiaro che un editore intelligente cercherà il suo target. Pure in questo caso si registra un vantaggio potenziale.
Cosa fa il lettore che entra in libreria? Acquista il libro a prezzo pieno. Lo sconto operato dalla casa editrice “se lo pappa” il libraio, lui deve accontentarsi delle promozioni.
Cosa fa il lettore di un sito o di un blog? Legge la solita recensione e qualche volta si sente spinto a segnarsi un titolo che promette bene, ma quasi mai fa un passo in più. Mi chiedo: e se venisse incoraggiato ulteriormente?
Eccoci allora giunti al nocciolo della questione: io propongo una piccola rivoluzione nel rapporto tra casa editrice e lettori. Un rapporto ancor più diretto, in grado di tagliare fuori librai e canali di distribuzione. Chissà che a qualcuno non venga in mente di accodarsi.
Il progetto è ambizioso, ma per questioni di spazio preferisco parlarvene lunedì.
Aldo Moscatelli
1) Direi di cominciare l’intervista in maniera poco ordinaria, così prendiamo in contropiede chi si aspetta le solite domande. Quindi chiedo: in Italia vengono pubblicati grossomodo 60.000 titoli l’anno. Perché mai qualcuno dovrebbe scegliere di acquistare e/o leggere proprio il tuo? Non dire “perché è scritto col cuore”, tanto non attacca.
Vedo che iniziamo con una domanda semplice! Perché qualcuno dovrebbe scegliere di leggere proprio il mio libro... Non c’è una domanda di riserva? Facciamo così, ci penso un po’ e poi rispondo...
2) Nel tuo romanzo non ci sono elfi né vampiri né maghi né commesse svampite o roba del genere. Lo sai che molti lettori non ti perdoneranno questo affronto, vero?
Lo so, e farò in modo di farmi perdonare. Facciamo così: se i personaggi di questo libro non piaceranno, ne scriverò uno in cui il protagonista sarà un elfo svampito che lavora in un centro commerciale e per arrotondare si improvvisa mago alle feste per bambini. Che ne dici, può funzionare?
3) Se qualcuno ti avesse detto a suo tempo: “questo romanzo verrà pubblicato”, avresti mostrato sicurezza o scetticismo? Che idea ti sei fatta, al riguardo, del nostro sistema editoriale? Hai qualche esperienza (positiva o negativa) da raccontarci?
Allora, se qualcuno, fino a qualche mese fa, mi avesse detto una cosa del genere credo che, semplicemente, mi sarei fatta una bella risata. Ho iniziato a scrivere questa storia in modo molto naturale, senza sapere cosa ne avrei fatto, e solo quando mi sono avvicinata alla conclusione ho pensato che, già che c’era, potevo provare a farla leggere a qualcuno. Così l’ho spedita ad alcune case editrici che pubblicano anche esordienti, e le risposte che ho ottenuto non sono state granché: ad eccezione di un caso in cui mi hanno detto con molta gentilezza che per ora non erano interessati ad ampliare il catalogo inserendo nuovi nomi, in generale c’è stato il silenzio assoluto (anche un “grazie, no” è meglio), oppure offerte del tipo “brava, interessante, siamo disposti a pubblicarti per la modica cifra di...”. E allora leggi questa risposta e ti viene un pensiero: ma davvero ti è piaciuto o mi pubblichi perché comunque male che vada con il mio contributo ti copri le spese? E allora no, grazie. Poi ho trovato voi, I sognatori, anzi in un certo senso ci siamo trovati: a me siete piaciuti voi e a voi sono piaciuti i miei scritti. Non ho una grande esperienza in questo campo (anzi, diciamo pure che praticamente non ne ho), ma credo che una casa editrice attenta e onesta non sia facile da trovare, soprattutto per un esordiente. Insomma, cari lettori, mi pubblicano perché ci credono. E per me è già un bel risultato.
4) Qualcuno, nei giorni scorsi, ha definito il tuo editore “uno squalo egocentrico e senza sentimenti”. Puoi confermare per piacere? E rivelare che durante il nostro primo incontro, a Milano, ho tentato di tranciarti una gamba a morsi?
Non credere che ci caschi. Mentre cercavi di azzannarmi urlando “Sono il migliore editore del mondo”, mi hai fatto giurare che non ne avrei parlato con nessuno, altrimenti potevo scordarmi la pubblicazione. Quindi: ma no, figurati, che idee sono mai quelle... Sei l’editore più in gamba e gentile e generoso e sapiente e soprattutto non cannibale che uno scrittore possa trovare! (Adesso il mio dovere l’ho fatto, quindi siamo a posto, no?).
5) Sono sicuro che il tuo romanzo è stato influenzato dall’ambito cinematografico. Sparo un nome (ma non il film): Wim Wenders. Ho visto giusto oppure ho lavorato di fantasia?
No, direi che sono abbastanza lontana dall’ambito cinematografico, almeno come sfera di influenza. Mi piace, mi interessa, ma non ne so abbastanza. Poi magari delle assonanze potrebbero anche esserci (ci sono, ci sono… N.d.Aldo), ma dovute più al caso che a un bagaglio culturale.
6) C’è chi ritiene che a un bravo scrittore non occorra leggere chissà quanto, e che in definitiva la scrittura sia slegata dalla lettura. Tu che ne pensi?
Quante pagine ho per rispondere? D’accordo, vedrò di farla breve, anche se non è semplice perché è un argomento che mi interessa, e sul quale (chissà) mi piacerebbe anche lavorare. Lettura e scrittura non sono slegate, non credo possano esserlo. Poi, forse, come una volta mi hanno spiegato, ci sono due tipi di lettura: una “lettura in sé” e una “lettura per la scrittura”. Nel primo caso la lettura è il fine, nel secondo ciò che leggo viene già masticato con quello che scriverò. Non c’è una scala di valori che mi possa dire quale delle due letture sia la migliore, ma forse possiamo almeno dire che non sono la stessa cosa. Magari entrambe partono da un’estetica, da una ricerca, ma poi prendono direzioni diverse, una delle due riemerge nella scrittura. Insomma (mi piacerebbe andare avanti per ore ma non posso, non ho intenzione di provocare svenimenti da noia): chi scrive non può non leggere. Non so, sarebbe come un cuoco perennemente a dieta. E come riesci a cucinare un’ottima torta se quando l’assaggi non passi il dito sul piatto per raccogliere le ultime gocce di cioccolato? Che poi magari invece si può, e in qualche raro caso le torte riescono anche bene, ma a me i cuochi a dieta non riescono proprio a essere simpatici...
7) Vediamo quanto sei politicamente corretta…
Arriva una stroncatura da parte di un lettore. Tu:
a) credi che ogni parere vada accettato e quindi incassi la stroncatura sorseggiando del Martini;
b) cerchi di capire se il libro è stato letto con la dovuta attenzione, e se il parere del soggetto in questione ha un minimo di autorevolezza;
c) telefoni al tuo editore chiedendogli in prestito la sua preziosa motosega.
Scelgo la risposta “d”, che non c’è nell’elenco ma la aggiungo io: mentre sorseggio (abbondantemente) del Martini, cerco di capire chi è il lettore che mi ha stroncata (per poi fargliela pagare amaramente) e nello stesso tempo recupero la mia preziosa motosega (grazie per la generosità, Aldo, ma so che ci tieni alla tua e non me la sento di portartela via).
8) Non abbiamo neanche iniziato l’editing del romanzo e siamo già qui a parlarne. Forse sarebbe il caso di spendere due parole anche per “Mi scusi se la trattengo…”, il racconto pubblicato nell’antologia “Un sogno dentro un sogno – vol. 3”. Ti sei ispirata a un evento in particolare, o a una riflessione qualsiasi, nel momento in cui hai deciso di dar vita alla storia di questo bibliotecario molto sui generis che ha problemi altrettanto sui generis?
Avevo voglia di scrivere una storia da una prospettiva insolita. Volevo un racconto di libri, sui libri e sul raccontare, che però venisse da una voce... particolare.
9) Mi hai già detto che Pessoa non ha influenzato per niente i tuoi lavori. Allora faccio altri due nomi, ignorando quelli citati (indirettamente) in “Mi scusi se la trattengo…”: Bulgakov e Jodorowski. Sul primo ho qualche certezza in più, il secondo in effetti è più famoso come regista.
No, non sono autori “miei”. Anche se, in realtà, è molto difficile dirti chi mi ha influenzato, nel senso che potrei citarti gli autori che amo, ma questo non significa che nei miei scritti ci siano tracce evidenti dei loro stili (anche se ovviamente mi piacerebbe). Leggere e attraversare certe voci, certe storie, lascia inevitabilmente delle tracce, solo che non è facile per me individuarle, forse perché non riesco a vedere “da fuori” quello che ho scritto. Facciamo così (e vediamo se rispondo almeno in parte alla domanda), ti dico gli ultimi libri che ho letto: “Un amore senza resistenza” di Gilles Rozier, “I doni della vita” di Irène Némirovsky e “Inšallah Madona, Inšallah” di Miljenko Jergovic.
10) Per concludere, vuoi dire ai nostri lettori chi ho intervistato quest’oggi? Nome, cognome, e tutto quel che ritieni di un qualche interesse.
D’accordo: Valeria Zangrandi... E, per tornare alla prima domanda, che avevo spudoratamente cercato di evitare... Leggere qualcosa di cui non si conosce nulla è un salto nel buio. Però può andare bene e ci si può trovare in un posto che ci piace. Vale la pena non correre nemmeno il rischio?
Rispondo io: in questo caso il gioco vale decisamente la candela.
E aggiungo: I Sognatori pubblicherà il romanzo di Valeria Zangrandi nei primi mesi del 2010. Nel frattempo, potete avere un anticipo delle sue capacità letterarie leggendo l’antologia “Un sogno dentro un sogno – vol. 3”, nella quale è presente con la novella “Mi scusi se la trattengo…”.
Le abbiamo pubblicato un racconto e tra un po’ anche un romanzo: deve essere brava per forza.
Chi conosce un minimo la casa editrice I Sognatori, e il rigoroso filtro che applica nello scegliere cosa dare alle stampe e cosa no, sono certo che c’era già arrivato.
Aldo Moscatelli
“Nel mondo dell’editoria, tutto procede per il verso giusto.
Sentite questo soffio incessante e maestoso? È la gonfia vela dell’editoria italiana.
Va tutto bene.
Gli scrittori studiano con attenzione i cataloghi editoriali. Non spediscono poesie a chi non valuta poesie, o tomi enciclopedici a chi pubblica esclusivamente romanzi brevi. Inviano i loro lavori con estrema accortezza, e solo dopo aver perfezionato le conoscenze in materia letteraria. Comprendono da sé che un testo di 200 cartelle con 40 errori di grammatica per pagina può rendere un filino farraginosa la lettura del manoscritto. Dagli editori attendono tranquillamente un qualsivoglia responso, senza afflizioni. Una volta giunto, ringraziano per l’attenzione mostrata nei loro riguardi e (nel caso) tornano umilmente sul testo, per migliorarlo. Non c’è acrimonia in chiusura di rapporto, ma un “arrivederci” sincero.
Se vedono un editore anziano che sta per attraversare la strada, porgono il braccio e valicano il marciapiede insieme.
Gli usignoli cinguettano al loro passaggio.
Gli editori tengono fede alle promesse, non gettano fumo negli occhi degli scrittori, investono di tasca propria e non fuggono a gambe levate una volta ottenuta la firma sul contratto. Mostrano un atteggiamento franco e aperto nei riguardi degli scrittori, se qualcuno tenta di parlare direttamente con loro sono quasi sempre disponibili. Le loro segretarie sono ugualmente gentili, il personale conosce a menadito la storia della letteratura e curano con diligenza ogni nuova edizione. I manoscritti vengono letti dalla prima all’ultima riga, non ci si affida a sterili sinossi. Vengono pubblicati pochi titoli per non intasare il mercato, ma in compenso si punta sulla qualità. Regna l’armonia, ogni giorno è un nuovo giorno, salutato dall’arcobaleno che si staglia nel cielo. La pioggia è un lontano ricordo, l’ottimismo regna incontrastato.
I librai offrono le medesime opportunità a tutti gli scrittori, a tutti gli editori. Le vetrine racchiudono come scrigni libri noti e meno noti. Le pile fronte cassa svelano tesori passati inosservati. Le commesse non conoscono esclusivamente l’ubicazione dei libri, ma anche i loro autori e i loro contenuti. Sono tutte laureate ad Harvard. I lavori delle case editrici più piccole non campeggiano in ghetti parcheggiati accanto ai cessi, ma fanno bella mostra di sé di fianco ai best seller. Ai lettori vengono consigliati gli uni e gli altri. I lettori escono felici dalla libreria, petali di rosa piovono dal cielo in questa perenne primavera dell’editoria italiana.
I giornalisti stilano recensioni dopo aver letto sul serio qualsivoglia libro. Lo fanno con attenzione e cognizione di causa, e soprattutto rispetto. Non incensano i soliti noti, non si limitano a pubblicare la lettera d’accompagnamento redatta dall’editore. Rabbrividiscono al solo pensiero. Non prendono accordi sottobanco, ma vengono guidati – nei loro giudizi – dalla pura e semplice passione nei confronti dei libri. C’è odore di etica e pino silvestre nelle redazioni, si fa colazione tutti assieme e il gran capo condivide il suo tozzo di pane raffermo coi sottoposti, durante il pranzo.
I premi letterari, specie i più prestigiosi, vengono portati avanti alla luce del sole. È passato il tempo della lotta fratricida tra colossi editoriali, condotta a suon di articoli giornalistici velenosi, di spintarelle e giurie accomodate. Adesso chiunque può vincere il Premio Bancarella. Anche lui. I criteri di scelta dei giurati si basano sulla cultura, sulla conoscenza. Si vocifera che l’anno prossimo il presidente di giuria del Premio Strega sarà un certo Joshua Ben Joseph. Questo atteggiamento paritario è indice di un nuovo clima, e infatti – se tendete l’orecchio – senza problemi riuscirete a cogliere il barrito di un Mammut. Perché sulla scia dell’ottimismo, i Mammut hanno deciso di tornare a camminare fra noi. Sono felici. Siamo tutti felici.
Tutti i lettori leggono un libro alla settimana e supportano la grande, la media e la piccola editoria, consci che un ecosistema non può prescindere dagli alberi d’alto fusto, ma che prima di divenire un fusto ogni tronco è soltanto una pianta, e ancor prima un seme. Leggono di tutto, anche gli scontrini fiscali. Nei blog, nei siti, nei forum… ovunque viene concesso spazio e visibilità. Non c’è invidia né gelosia, le recensioni vengono buttate giù sulla scorta del sano equilibrio tra oggettività e soggettività. Non si parla mai a sproposito di un libro, mai una parola fuori posto. Le analisi dei lavori meno celebrati ricevono dozzine di commenti, chi dichiara “mi segno il titolo” poi acquista il libro e lo commenta a sua volta. Pullulano i mecenati, gli emuli di Cosimo e Lorenzo non si contano più. La Filosofia è rinata, Alda Merini sorride da chissà dove e nelle camerette degli adolescenti vengono appesi i poster col faccione di Umberto Eco.
È stato bandito l’atteggiamento critico perché poco costruttivo. In fondo non c’è nulla di biasimevole in questo sistema perfetto, i disfattisti è bene che vengano isolati.
Il sistema funziona. Tutto funziona perfettamente.
I monti sorridono.
Le caprette fanno ciao.
Questo è un mondo fantastico!”
Aldo Moscatelli
p.s.
così va meglio, no?
Ah: ciao Antonio, e grazie per l’ispirazione.
Blog, siti e forum letterari, ormai, scandagliano il mondo dell’editoria alla ricerca dell’impostore, del falso, del turpe. E fanno bene. Anzi, benissimo.
Permettetemi però una riflessione.
A parte rari casi (gente con problemi psichici, mi pare evidente), un qualsivoglia operatore del mondo editoriale si espone con nome e cognome. Tutto quel che fa, diviene o può divenire di pubblico dominio. Io ad esempio, anni fa, ho ricevuto una proposta di pubblicazione dalla casa editrice Il Filo pari a 2400 euro. Nessuno può accusarmi di mentire, visto che ho il contratto – mai firmato – a casa.
Stesso discorso per le politiche editoriali, o per gli atteggiamenti in generale. Alcuni mentono o tacciono stupefatti, come diceva un poeta. Ma grossomodo i nodi possono venire al pettine senza eccessivi problemi. Sicuramente oggi è più semplice rispetto a qualche anno fa.
Prendiamo adesso in considerazione gli scrittori esordienti.
L’errore compiuto dalla maggior parte di coloro che si scagliano contro l’editoria disonesta, è quello di identificare gli editori coi carnefici e gli scrittori con le vittime.
Beh, le cose non stanno esattamente così.
Nei forum, nei siti e nei blog giungono regolarmente testimonianze agghiaccianti circa il comportamento del tale editore. Sacrosanto, ci mancherebbe. Quel che viene sottaciuto è però il comportamento degli scrittori stessi. Che non hanno un’aureola sulla capoccia, come potrebbe sembrare. La grettezza, l’arrivismo, il pressappochismo, sono qualità che non gli mancano. Una miriade di scrittori è sullo stesso livello dei peggiori editori. Però attenzione: gli editori sono migliaia, gli aspiranti scrittori sono milioni. Rifletteteci.
Per creare qualche parallelo:
- l’editore che chiede il contributo è un farabutto perché si lascia abbagliare dai soldi che ricaverà senza investire;
- ma quanti scrittori accettano di pagare fior di soldi perché accecati dalla pura e semplice vanità, con buona pace di chi alle soglie del 2010 parla ancora di “ingenuità” e “inesperienza”?
- l’editore che pubblica un testo così com’è, con refusi e orrori vari, è intellettualmente disonesto, perché non si premura di fornire al lettore un libro valido;
- ma lo scrittore che nemmeno conosce le più elementari regole della grammatica e (nonostante questo) intasa le caselle di posta delle case editrici, non è a sua volta intellettualmente disonesto, dal momento che non si premura di fornire all’editore un manoscritto appena appena decente? Giusto per legittimare lo sforzo e il tempo impiegati da colui che dovrà sorbirselo in sede di valutazione?
- l’editore che pubblica solo robaccia di tendenza, senza tenere in minima considerazione la qualità letteraria, è un arrivista, uno squallido business man;
- ma lo scrittore che in una casa editrice ricerca soltanto gli elementi che la contraddistinguono sul piano economico (grosse vendite, best seller in catalogo, distribuzione nazionale e/o internazionale), snobbando alla grande chi non si dimostra all’altezza delle sue incredibili qualità artistiche (tutte da dimostrare)… non è altrettanto arrivista?
Facile, ovviamente, andare sul forum Tizio e parlare male di Caio. Se non altro perché l’utente di un forum, o il commentatore di un blog, è quasi sempre un individuo senza nome e senza volto, e soprattutto senza “passato”. È possibile conoscerlo e giudicarlo per quel che scrive in un topic, non per quel che fa. Ecco allora che potete ritrovarvi a lodare il j’accuse di un anonimo scrittore, ignorando che quello stesso individuo ha pubblicato cinque volte a pagamento, o parla male di una casa editrice soltanto perché in passato non gli ha pubblicato un romanzo (e quindi per semplice frustrazione), o consiglia di supportare la piccola editoria per poi acquistare (nel privato) i libri pubblicati dai soliti noti.
A chi segue siti, blog e forum zeppi di scrittori in cerca di editore, consiglio vivamente di dubitare. Di pretendere sempre prove certe e rigettare – di più: combattere – le opinioni e le informazioni vaghe.
Tornando ai paralleli di cui sopra, io vi garantisco che:
- ci sono scrittori che ammettono senza problemi di pubblicare a pagamento perché… perché per loro è normale pagare, e i soldi ce li hanno;
- più di uno scrittore, in questi anni, mi ha inviato un manoscritto specificando di non conoscere bene la grammatica italiana, e nonostante questo “piccolo” particolare ambiva comunque alla pubblicazione;
- fatevi un giro nella rete, e vedrete quanti scrittori recalcitrano schifati davanti all’idea di rivolgersi a un editore che non è in grado di garantire traguardi prestigiosi. Ed ecco spiegato il motivo per il quale quasi tutti gli editori a pagamento promettono mari e monti: perché sanno di sfondare porte aperte. Ma attenzione: la porta è aperta perché lo scrittore l’ha lasciata così. Lo scrittore, NON l’editore.
Ipocrisia e falsità: queste le caratteristiche basilari di una pletora di scrittori esordienti. Sono tantissimi, e non ho problemi a dirlo. D’altro canto non è la prima volta che ne parlo.
Ho ricevuto conferma del mio pensiero in questi giorni.
Tempo fa arriva un PVT da un utente: lodi sperticate di routine. Scrive per hobby. Dichiara che nei giorni successivi mi invierà il suo romanzo, e specifica anche quale opzione sceglierà. Nel frattempo – aggiunge – parlerà dei Sognatori nel suo blog, e in più mi linkerà.
Bene.
A distanza di 48/72 ore giunge un romanzo nell’opzione già indicata (qui però si firma con nome e cognome, per ovvi motivi), e quasi in contemporanea, nel blog di cui sopra, compare magicamente un post dedicato per metà ai Sognatori. Lodi a profusione, è ovvio.
Archivio il romanzo e nel frattempo do un’occhiata al blog, per conoscere meglio la persona che mi si è rivolta.
Quando leggo il romanzo mi accorgo che in definitiva rispecchia gli argomenti presenti nel blog, in tutto e per tutto: i contenuti, le influenze letterarie, i riferimenti autobiografici, lo stile… tutto.
Il romanzo però non incontra i miei favori, per una serie di motivi che non sto qui a spiegare. Ma che alla persona in questione ho sciorinato fin nei minimi dettagli.
Per farla breve, non lo pubblico.
A distanza di giorni ritorno nel suo blog e cosa scopro? Che il post dedicato alla casa editrice è scomparso, e anche il link.
Ora chiedetevi come mai.
Mando a mia volta un PVT per chiedere spiegazioni e questa persona finge di essere qualcun altro.
Io mi chiamo X, non Y, dice.
Sì, certo. E io sono Topo Gigio.
Nota bene: a me non è arrivato alcun manoscritto firmato da X. Mi è arrivato invece un manoscritto firmato da Y, che pare la versione romanzata del blog di X e che (guarda un po’!) è giunto in redazione dopo che X mi aveva mandato un messaggio, con la garanzia di spedirmi prestissimo un suo lavoro. E (guarda un po’!) l’opzione corrisponde. E (guarda un po’!) nell’arco di due settimane non ho ricevuto altri lavori in quella stessa opzione. E (guarda un po’!) i contenuti e tutto il resto coincidono. E (guarda un po’!) tutte le lodi sono scomparse dopo che ho inviato il responso negativo. E (guarda un po’) sia X che Y abitano nella medesima regione.
Ho suggerito a questa persona di chiudere qui la farsa, anche perché non è la prima persona che si comporta così col sottoscritto, sebbene l’ipocrisia abbia raggiunto in questo caso specifico vette vergini. Poi non ho voglia di mettermi a cercare gli IP. Sono un editore, non un investigatore. E tempo da perdere non ne ho.
Ho colto l’occasione per parlarne in un contesto più ampio, perché è bene che queste cose vengano alla luce. Non mi interessa fare nomi, qui ciò che conta è l’evento in sé. Per confermare che davanti all’ipocrisia, le categorie non c’entrano nulla. Editori, scrittori, lettori… sono tutte persone, innanzitutto, e in quanto tali agiscono assecondando le proprie inclinazioni. Se sei un ipocrita, lo sei a prescindere dal ruolo che giochi nel gran baraccone dell’editoria.
A me premeva far presente che la sporcizia si annida anche fra i candidi agnellini che piangono lacrime amare nei forum, nei siti e nei blog.
E ricordate, gente: se nello spazio virtuale di una casa editrice vedete spuntare un nuovo utente che inizia a tempestare l’editore di commenti, significa che desidera inviare qualcosa o è già sotto esame.
Se lo vedete sparire, significa che non è stato pubblicato.
Stima e considerazione durano poco, nel mio campo.
Salvo preziosissime eccezioni.
Aldo Mosc…
pardon…
Topo Gigio
Ho ricevuto un dattiloscritto in valutazione, nelle scorse settimane.
L’oggetto della mail era: “il mio capolavoro”.
Non è di sicuro il primo scrittore esordiente a rivolgersi a me in questi toni, ma voglio ribadire il concetto: non è così che ci si presenta a una casa editrice. Quand’anche si voglia fare i simpatici, gli ironici o gli autoironici. Io sono quanto di più distante esista da un editore “medio”, e certi formalismi li detesto. Però attenzione, faccio parte di un’esigua minoranza. Provate a presentarvi così a una casa editrice “normale”, grande o piccola che sia, e l’allegato nemmeno l’apriranno. Perché una delle prime cose che un editore impara è che l’autocelebrazione quasi sempre coincide con l’assenza di talento. O con la pochezza conclamata. Oscar Wilde ha milioni di epigoni a livello caratteriale, qualcuno in meno a livello di capacità. Soprattutto, esprimere un’opinione così netta sul proprio lavoro significa svuotare di significato la lettura e la valutazione del testo. Avrebbe più senso prendere il manoscritto e pubblicarlo così com’è, ma un editore serio non passa le sue giornate a cincischiare, vorrei sottolinearlo. Né indossa una scolapasta sulla testa, urlando ai quattro venti di voler fuggire da Sant’Elena.
Lo scrittore che non va in cerca di conferme è uno scrittore destinato a conoscere atroci delusioni. Perché partirà sempre dal presupposto che il suo romanzo è un capolavoro, e non capirà mai che:
1) l’opinione personale non influenza in alcun modo quella di chi verrà chiamato (competente o incompetente che sia) a giudicarlo in sede di lettura, nel contesto di una possibile pubblicazione;
2) anche un buon lavoro può essere scartato, se presenta una serie di elementi che all’editore non convincono (scarsa appetibilità commerciale, ad esempio: non è il mio caso, ma chiedete un po’ in giro…);
3) nell'eventualità che lo scrittore trovi un editore disposto a pubblicargli l’opera, poi ci sarà l’incontro/scontro coi lettori. E lì sono cacchi amari, visto che in trent’anni non ho conosciuto due – dico due – lettori le cui opinioni letterarie coincidessero in tutto e per tutto.
Un editore serio, dicevo, non passa le sue giornate aspettando che il nuovo Oscar Wilde bussi alla sua porta. Si attende invece che uno scrittore si rimetta al suo giudizio senza patemi, e senza farne una questione esistenziale. Soprattutto, auspica che lo scrittore abbia una minima idea di chi sia l’editore al quale si è rivolto. Quali lavori pubblica, e in che modo.
Quindi, se lo scrittore che mi ha inviato il “suo capolavoro” sta leggendo queste righe, sappia che il “suo capolavoro” non è stato neanche archiviato tra le opere da valutare, perché troppo lungo rispetto agli standard richiesti dalla casa editrice.
Al massimo 350.000 caratteri spazi inclusi, per la precisione.
E nel sito, per ovvie ragioni, da un po’ di tempo è comparsa questa annotazione:
In seguito alla disattenzione mostrata dagli autori nei riguardi delle precise disposizioni contenute in questo sito, facciamo presente che NON verrà fornita alcuna risposta a chi invia materiale non richiesto, e NON verrà rimborsato chi acquista i nostri libri senza aver preventivamente verificato l’adeguatezza del proprio manoscritto ai canoni (genere, lunghezza, modalità d’invio…) richiesti dalla casa editrice.
A volte, piuttosto che incensare il proprio lavoro, sarebbe il caso di partire dalle basi. Non limitarsi a scrivere e inviare, ma anche leggere e raccogliere le dovute informazioni.
I siti esistono per questo.
Aldo Moscatelli