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venerdì, 29 febbraio 2008

COME NASCE UN PESSIMO LIBRO?

Chissà quanti di voi saranno d’accordo con questo vecchio e divertente post, scovato nell’archivio di un’amica lettrice (non scrittrice, preferiamo sottolinearlo) e riportato qui di seguito.

La domanda è: lo scenario immaginato è del tutto fantasioso o presenta elementi veritieri o addirittura terribilmente concreti?

 

Come nasce un pessimo libro

“Il libro del cavolo per eccellenza è di genere fantasy. Si, perchè ogni appassionato del fantasy crede di poter scrivere un libro fantasy, è storia. La cosa si può estendere ad ogni genere, naturalmente: gialli, thriller, romanzi, qualsiasi cosa, ma negli altri generi si sente un po' meno.

Tutto parte dalla persona qualsiasi, con un modo di scrivere qualsiasi, che completamente dal nulla decide di scrivere un libro...
Lo scrive, lo legge, lo rilegge, e gli piace (perché è difficile che qualcosa fatta da sé non piaccia). Lo sottopone agli amici, gli amici vedono che ci tiene tanto, e gli fanno "
Beeeello vai continua che figata mi sto appassionando è una roba meravigliosa venderesti un sacco di copie!!!
". Magari lo pensano veramente, magari no, fatto sta che non gli fanno alcuna critica negativa.
La persona qualsiasi si galvanizza e scrive
[…]  senza un filo logico, un bilanciamento, uno stile preciso, roba che sembra scritta da gente appena uscita dalla scuola media […].

Bam, dalle 100 alle 400 pagine di eresie disordinate vengono sputate fuori
[…]
esplodono sulla pagina prima piacevolmente bianca, e lasciano che il nostro uomo qualsiasi ci racconti la sua storia nel modo che più gli è adatto.
Il risultato è così penoso che mi domando come mai qualche casa editrice si metta pure a pubblicarlo, ma lui ci riesce, ci riesce!!! Scrive finalmente il suo libro che ti tirano dietro all'Euroclub, Mondolibri, e che non vedi l'ora di rivendere, riciclare o regalare a qualche persona che ti sta sulle palle.
Il tutto nasce sostanzialmente dal dimenticare una serie di cose: non tutti nascono potenziali scrittori, non tutti dicono quello che pensano quando gli mostri la roba che fai, non tutta la roba che fai è eccellente, non tutto ciò che ti appassiona può diventare un racconto appassionante per tutti.
Scrivere veramente bene, è una cosa un po' diversa dallo sputare due o tre idee su un foglio e galvanizzarsi. Il mantenere costante l'attenzione del lettore, il non perdere il "ritmo", il bilanciare ottimamente tutte le parti di un racconto, lo scrivere con scorrevolezza e in maniera che tutto sia corretto e facile da comprendere non è da tutti, assolutamente no.
Non ci si può svegliare una mattina e scrivere un libro, accaparrandosi automaticamente l'abilità di prendere una storia, elaborarla, bilanciarla, esporla, correggerla, tutto da soli, tutto in maniera eccellente.
Il caso più grave è quando le persone non si alzano la mattina, ma credono comunque (in merito a studi, lavori o altro che hanno fatto nella loro vita) di poter scrivere un libro decente. Ho conosciuto fior di letterati superintelligenti che magari fanno anche i correttori di bozze, che scrivono in maniera assolutamente illeggibile, pesante, faticosa, che ti fa perdere il filo del discorso dopo due o tre righe.
Sono d'accordo che pensarla così tarperebbe le ali di tanti possibili scrittori che, chissà, più avanti con il tempo maturerebbero, scrivendo chissà quali capolavori. Talvolta la disapprovazione o le critiche negative fermano tali persone, anziché spronarle a migliorarsi.
C'è anche da dire che non è del tutto una tragedia se in seguito a una critica negativa, certi libri non vedono la luce
[…]”.

 

Nostre osservazioni:

1) “Il libro del cavolo per eccellenza è di genere fantasy… La cosa si può estendere ad ogni genere, naturalmente”.

Per quella che è la nostra esperienza, possiamo affermare che vi sono generi letterari in cui serpeggia in misura maggiore la carenza di idee originali. Vengono presi probabilmente alla leggera, nell’errata convinzione che mettere insieme due o tre elementi già noti (altro errore: ritenuti imprescindibili) è sufficiente per confezionare un capolavoro. Paradossalmente, in certi filoni della narrativa i fans più sfegatati sono i primi a considerare “semplice” la letteratura che amano. Il fantasy è senza dubbio uno di questi. Noi aggiungiamo il giallo e la fantascienza.

2) “Magari lo pensano veramente, magari no, fatto sta che non gli fanno alcuna critica negativa”.

Anche qui parliamo per esperienza: è assolutamente vero. Spesso, in seguito a un responso negativo, alcuni scrittori si stupiscono delle nostre critiche, dichiarando regolarmente che “… però a me avevano detto che”. E via con complimenti di ogni genere. Poiché questi scrittori non specificano mai la fonte dei complimenti (e va da sé che lo farebbero, se ad aver espresso un parere lusinghiero fosse stata la Feltrinelli o la Fanucci), tutto lascia supporre che i supporter della loro arte non siano altro che parenti, amici e conoscenti.

3) “Il risultato è così penoso che mi domando come mai qualche casa editrice si metta pure a pubblicarlo”.

Quando qualcuno ci ringrazia per la scheda di valutazione ricevuta, la frase che maggiormente ricorre è: “vi ringrazio perché avete dimostrato di aver letto il mio lavoro”. Ci sarà un perché, no?

4) “non tutto ciò che ti appassiona può diventare un racconto appassionante per tutti”.

Ecco, questo è un punto importante. Pensiamo infatti che a volte l’eccesso di stima nei confronti di un genere o di un autore in particolare, conduca alla creazione di lavori ingenui. La voglia di misurarsi con i libri che, da lettori, hanno lasciato un segno profondo in noi, conduce facilmente all’emulazione. Al di là del discorso letterario, che può entrarci fino a un certo punto, a volte sono passioni extra letterarie a fomentare la fantasia, a spingere alla scrittura di episodi di vita vissuta che – in tutta franchezza – possono risultare interessanti soltanto a chi li ha vissuti. Nella nostra redazione continuano ad arrivare tomi incentrati sul viaggio compiuto realmente nella tale località (spesso lontana, meglio se esotica o dal misterioso passato). Il punto è che a volte si pretende che il lettore debba forzatamente trovare interessante una serie di appunti, descrizioni e note da saggio storico che, nella loro globalità, non fanno un romanzo. In linea generale, occorre una straordinaria capacità di scrittura per poter rendere universale un sentimento individuale. Raccontare è da tutti, romanzare efficacemente, quindi affascinare e conquistare l’attenzione del lettore, invece è da pochi.

5) “Non ci si può svegliare una mattina e scrivere un libro, accaparrandosi automaticamente l'abilità di prendere una storia, elaborarla, bilanciarla, esporla, correggerla, tutto da soli, tutto in maniera eccellente”.

Dipende dallo spirito con cui ci si avvicina all’atto creativo. Da qualche parte bisogna pur cominciare, in fin dei conti. L’importante è possedere la dovuta dose d’umiltà per comprendere che assai raramente, al primo tentativo, si può centrare l’obiettivo in termini di qualità e originalità.

6) “Il caso più grave è quando le persone non si alzano la mattina, ma credono comunque (in merito a studi, lavori o altro che hanno fatto nella loro vita) di poter scrivere un libro decente”.

Verissimo. Titoli accademici, professionali e quant’altro non contano niente. Opere tecnicamente perfette ma senz’anima, a volte oltremodo noiose, abbondano. C’è chi s’illude che due lauree, implichino talento letterario, ma così non è.

7) “Talvolta la disapprovazione o le critiche negative fermano tali persone, anziché spronarle a migliorarsi”.

Dipende da due fattori: l’intelligenza della critica rivolta all’autore, e la già citata capacità dello stesso autore di mettersi in discussione. “Si fermano” soltanto coloro che non hanno voglia di migliorare, e di tenere in dovuta considerazione il parere di chi mostra capacità d’analisi al di sopra della media.

8) “C'è anche da dire che non è del tutto una tragedia se in seguito a una critica negativa, certi libri non vedono la luce”

Quello è un compito che spetta all’editore, alla sua onestà e professionalità.

Sarà forse per questo motivo che in Italia siamo messi male?

postato da: Isognatori alle ore 09:51 | link | commenti (6)
categorie: libri, opinioni, scrittori

Commenti
#1   29 Febbraio 2008 - 11:02
 
Concordo: purtroppo "passione" non equivale a "competenza in materia". E' la dura legge della vita, e io ne so qualcosa.
Questo però non vieta di seguire i propri interessi, anche se in malo modo. L'importante è non essere pretenziosi, ed è molto difficile quando si tratta di "arte", perché una delle motivazioni insite nella creatività è proprio quella di produrre a beneficio (si fa per dire) degli altri.
A questo proposito gli scrittori sono i più sfigati: mentre quadri e canzonette hanno funzioni accessorie e utili a chi li produce, chi scrive ambisce inconsciamente ad essere letto (almeno in alta percentuale). Quindi mantenere il tutto per se stessi diventa un po' difficile.
Va bene, scrivere ha altre funzioni: l'evasione personale, molto più emozionante di una semplice fantasia cerebrale, la voglia di dare concretezza ai propri pensieri. Per esperienza, però, questo appartiene più ad una fase giovanile. Io scrivevo per quello; poi, una volta cresciuta, si è aggiunto qualcosa d'inquietante... e allora mi ritrovo a lottare ogni giorno con me stessa per resistere alla pulsione di spedire qualcosa. Certo, c'è anche un po' di codardia in questo: mi permette di non ricevere giudizi negativi e di coltivare sogni... ma il mio motto è "disegna, suona e scrivi per i cavoli tuoi"!
Ciao a tutti.
Ginevra
utente anonimo

#2   29 Febbraio 2008 - 12:12
 
Devo fare una doverosa precisazione: questo post è stato scritto da mia figlia (che ieri ha compiuto 25 anni, così le faccio gli auguri anche qui). Logicamente sono d'accordo su tutta la linea, altrimenti ne avrei discusso con lei prima di farglielo pubblicare sul mio blog, comunque non è "farina del mio sacco" ma del sacco della mia prole, cosa della quale vado piuttosto orgogliosa, e che si evince dallo stile del post, molto più fresco e diretto del mio.
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#3   29 Febbraio 2008 - 13:04
 
Mi sento pienamente coinvolto da queste osservazioni.
Sono molto incuriosito di vedere come andrà a finire la sfida personale con me stesso. Avrò trascritto un buon diario intimista (inadatto ad essere divulgato attraverso il canale di comunicazione editoriale) o avrò narrato affabilmente di alcune vicende personali corredate di surrealismo? (che invece meriterebbero appunto il sostegno di un editore)

Posso confermare che il risultato finale è strettamente legato al come ci si approccia alla scrittura.
Distaccarsi dal proprio contesto per attingere a piene mani dalla creatività, dall'estro ed elementi puramente fantasiosi può consistere un valido deterrente alla banalità. Certo è che non tutti sono in grado di mantere una certa coerenza con quanto c'è di vero e quanto di immaginato nel proprio scritto... eh si, romanzare è per pochi!
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#4   29 Febbraio 2008 - 13:38
 
Purtroppo nel nostro paese serpeggia l'assurda convinzione che la PASSIONE e il CUORE vincono su tutto, persino sul talento. Così tutti s'improvvisano ballerini e scrittori. Tutti pensano che per scrivere un buon romanzo, uno con gli attributi, sia sufficiente svegliarsi una mattina o conoscere la grammatica per creare il capolavoro del secolo. Il che è ridicolo. Occorre ben altro. Occorre indubbiamente tecnica e quella non s'impara solo leggendo altri romanzi, ma anche saggi che smontano ed analizzano il testo. Occorre il talento, quella capacità innata di rendere la cosa più banale, originale. Si possono raccontare tante cose, ma solo chi è scrittore vero riesce a fartele entrare dentro lasciandoti quasi stordita. E occorrono anche umiltà e un notevole senso critico verso se stessi. I complimenti dei parenti servono a poco. Un'analisi oggettiva, tesa a mettere in evidenza pregi e difetti di un'opera, invece, è base essenziale per crescere e migliorarsi. Chi si sente arrivato e dunque inattaccabile, è già finito.
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#5   01 Marzo 2008 - 12:10
 
Che dire? Oramai per aggiungere un commento "originale"occorre prenotarsi, quando ti affacci alla ribalta di un post interessante gli "altri"hanno già detto tutto. Forse bisognerebbe indire un concorso per "Il libro del cavolo per eccellenza" (?) Comunque sia credo doveroso aggiungere, ancora una volta che, chi credendosi dotato(...anche perché glielo hanno fatto credere) si esperimenta con l'invio di un manoscritto di qualsiasi genere a "un" editore di
qualsiasi genere, debba essere aiutato. Non sempre l'invio di un opera è segno di presunzione , c'è anche chi molto umilmente si sottopone ad un giudizio e allora questo giudizio deve essere espresso nel modo più obiettivo e severo possibile. Certo è una fatica e un costo non indifferente ma se vogliamo può corrispondere a un servizio di pubblica utilità: evitare che il "mercato" si affolli di opere inutili partorite da scrittori presunti tali e dire a chi non nasce "imparato"
quello che può o non può fare per "imparare". Complimenti e auguri alla figlia di Pattybru (Talis mater...)!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente uskaralis07

#6   04 Marzo 2008 - 20:20
 
Sono d'accordo con Ginevra, con ElysSun e con uskaralis07. Cito in tutto e per tutto le loro opinioni che condivido appieno. Tuttavia, giusto per fomentare ulteriormente le riflessioni scaturite da questo post pungente ed interessante, aggiungerei un simpatico elemento in più: l'esperienza.

Personalmente credo che il "talento innato" non esista. Essere predisposti a qualcosa come la narrativa o l'arte o la fotografia o la matematica è un concetto che fa parte della logica comune che depennerei volentieri, se solo avessi il potere di farlo. Il talento si ottiene facendo ESERCIZIO, cosa che gli aspiranti scrittori non fanno regolarmente.
Esercitarsi leggendo e scrivendo molto, sottoporre i propri lavori a persone che non ti conoscono (o che ti conoscono ma sono talmente schietti da dare un giudizio obiettivo) significa già mettersi in discussione. Significa arricchirsi mentalmente pur tenendo i piedi per terra. E' una qualità necessaria per non inzozzare la già logorata letteratura italiana con opere che non sarebbero (uso il condizionale perchè le grandi case editrici adottano un sistema impostato diversamente... sistema che noi tutti conosciamo!) degne di essere esposte in libreria.
Uno scrittore che ci tiene DAVVERO al suo lavoro impiega mesi, forse anche ANNI per poter iniziare, continuare, correggere, concludere un romanzo. Si documenta, analizza il suo stile, si mette in gioco senza tirarsi indietro. Sulla sua scrivania probabilmente terrebbe "Lezioni americane" di Calvino. Prende a modello i suoi idoli, i "vincitori" di quella sfida di cui parla Jomps, li studia, li analizza, scruta a fondo le loro opere. Poi cerca di fare meglio di loro, impegnado tutte le sue risorse.

Pratica, pratica, pratica. E' uno studio continuo ed interminabile, un aggiornamento celebrale costante che si fa volentieri se si ha la volontà di farlo e se si vuole davvero diventare degli scrittori degni di nota.

E' questo il mio pensiero ed anche il motivo per cui ammiro molto la vostra iniziativa a proposito delle schede di valutazione dell'opera.

Saluti,

LadyEden
utente anonimo

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