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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

lunedì, 27 ottobre 2008

QUESTIONE DI AUTOREVOLEZZA

Prima parte: qui.

Seconda parte: qui.

 

In questi ultimi mesi mi sono reso conto che l’atteggiamento strafottente palesato da alcuni scrittori esordienti ha spesso a che fare con particolari demeriti del sottoscritto. Non a caso mi viene ricordato sovente che sono un editore sconosciuto, fattore che per alcuni sminuisce notevolmente ciò che dico. Vi sono poi delle aggravanti, tipo quella di pubblicare con parsimonia (ma ci torno dopo).

Mi sono chiesto allora: qual è l’editore autorevole, e quindi la casa editrice autorevole, nel grande circuito della piccola editoria? Fermo restando che la stupidità e l’impudenza di certi individui non hanno limiti (teoricamente nessuno è al riparo dalle scemenze di scrittori frustrati e signorotti afflitti dalla nota “sindrome di sapientino”), ritengo che il piccolo editore autorevole si riconosca per uno o più elementi caratterizzanti, che all’incirca sono questi:

 

1) agisce sul campo da parecchio tempo, e gode quindi di una certa (almeno nel contesto) notorietà;

2) è a capo di una struttura standard, corrispondente a quella che nell’immaginario collettivo è una casa editrice seria, con ufficio stampa, collane, distribuzione in libreria eccetera;

3) segue il modus operandi classico nel rapportarsi agli scrittori esordienti: pochi contatti, poche parole, spesso misurate, per non crearsi nemici inutili e non scontentare nessuno;

4) pubblica molti libri, segnalandosi positivamente per via di questa tendenza all’azione, premiata con la nota frase “si dà da fare per la cultura e per gli scrittori sconosciuti”.

 

Nelle mail che ricevo, e in base a ciò che leggo in giro per la rete, le caratteristiche principali sono queste.

Faccio subito notare la mancanza di una voce per me fondamentale: “pubblica buoni libri”. Un fattore ignorato, sì, o ben che vada sottovalutato (non da tutti, ribadisco). Ignorato perché in realtà la maggior parte degli scrittori esordienti non acquista libri della piccola editoria; vogliono pubblicare, non leggere. Soltanto una mentecatta di mia conoscenza poteva affermare il contrario e polemizzare col sottoscritto sul suo blog: ma su chi giudica realtà che non conosce è meglio stendere un velo pietoso. Comunque, a parlare con cognizione di causa del catalogo di una casa editrice è uno scrittore su mille. Tutti gli altri blaterano astrusità.

Anche il fatto di non chiedere contributi editoriali viene ormai considerato un elemento secondario; a qualcuno potrà sorprendere, ma tant’è. L’editoria a pagamento viene foraggiata regolarmente da scrittori disposti a versare cifre assurde (leggevo su un blog di una tizia cui avevano chiesto 7000 euro, e tutti lì a dirle nei commenti dai, accetta, occasioni così capitano una volta soltanto; aggiungo di mio: due, se sei sfigato), quindi continua a godere di ottima salute; chi non si piega al ricatto preferisce tagliare la testa al toro e pubblica col print on demand. Soprattutto, posso affermare per esperienza diretta che a volte sono proprio gli scrittori maggiormente ostili al contributo editoriale a riservarmi – in seguito, è chiaro – gli insulti peggiori, una volta appurato che il loro lavoro non è risultato pubblicabile. Ecco allora che il fatto di non pretendere alcun contributo editoriale passa in secondo piano, anzi, scompare del tutto. Il ragionamento è sempre quello: che me ne faccio di un editore onesto se non pubblica ciò che ho scritto?

E così si torna a zappare il proprio orticello.

Così va la vita, direbbe Billy Pilgrim.

 

Ora, trovandomi al di qua della barricata da un po’ di tempo (un minimo di esperienza ce l’ho anch’io, ma che volete farci, è davvero poca per poter ambire all’autorevolezza), ritengo doveroso mostrare a tutti il rovescio della medaglia. Gli elementi caratterizzanti elencati in precedenza sono in verità luoghi comuni, dal momento che:

 

1) chi agisce sul campo da parecchio tempo e gode di una certa notorietà a volte non capisce assolutamente nulla di letteratura, ma s’intende alla grande di marketing. Ora, che le case editrici non sopravvivano con le belle parole, lo so benissimo: bisogna vendere e anche tanto. Da qui a pubblicare romanzi che stanno alla letteratura come Polifemo sta allo strabismo (rubo la battuta ad Antonio Albanese), ce ne passa.

Come al solito non faccio nomi perché l’ultima cosa che mi serve è una querela, tendenza affatto rara tra i fighettini dell’editoria nostrana, e poi perché non voglio offrire pubblicità gratuita a certa gente, ma nella mia esperienza di editore ne ho già viste di tutti i colori.

Dovete sapere che certi miei colleghi pubblicano gli scarti dei Sognatori. Una casa editrice del Lazio in particolare. Gli scrittori passano dalle parti dei Sognatori, incassano il niet  e poi si fanno pubblicare da loro, dietro pagamento: le loro porte, per usare un eufemismo, sono assai più larghe rispetto a quelle della mia casa editrice. La cosa meravigliosa è questa: a distanza di un anno o anche meno, quegli stessi scrittori si rifanno vivi. Lamentano la scarsa promozione offerta al loro libro (ma tu guarda!) e dichiarano di aborrire il contributo editoriale (ma tu guarda!), forse per creare attorno a sé l’aura dello scrittore ingiustamente sfruttato. Peccato che dimentichino regolarmente di specificare che erano capaci d’intendere e volere, al momento della firma del contratto…

Riguardo al concetto di “scarto”, qualcuno penserà: “oh, ma questo chi si crede di essere? Pensa forse che il suo giudizio sia unico e incontestabile? Il fatto che a lui non sia piaciuto un manoscritto non significa che nessun altro possa trovarlo interessante”.

Infatti. Come vi dicevo la scorsa volta, questo era il monito che apriva un po’ tutte le schede di valutazione inviate agli scrittori esordienti: “i nostri pareri si basano su criteri soggettivi e quindi niente drammi, dal momento che altri potrebbero ravvisare nel tuo lavoro gli estremi per una pubblicazione”. E vi assicuro che davanti a lavori con un discreto potenziale, con dei meriti oggettivamente presenti (che so… una buona scrittura o una trama originale o dialoghi ben congegnati), non mi sono mai tirato indietro, lodando senza problemi quel che di buono coglievo, e spiegando al contempo cos’è che non mi era piaciuto. Alcuni blogger che passano da queste parti potranno confermare quanto dico. L’eventuale pubblicazione di opere del genere non mi scandalizza affatto, perché io per primo ho riconosciuto la presenza di elementi di rilievo.

Però, signori miei, a tutto c’è un limite. In questi anni ho visto pubblicare (nel 99% dei casi a pagamento) schifezze immonde, roba da mettersi le mani nei capelli; non testi mediocri, ma boiate di dimensioni ciclopiche, che ho avuto la sfortuna di leggere prima di altri. Io ‘sta storia dell’ognuno ha i suoi gusti l’ho sempre tollerata a stento, perché non si può prescindere dalla grammatica, dalla sintassi, dai dialoghi, dall’originalità e tutto il resto. Chiaro, una svista può capitare a tutti, così come può capitare a tutti (anche ai “grandi”, questa cosa non la ricorda mai nessuno) un dialogo poco felice, senza contare che a volte è pure normale citare o lasciarsi influenzare da altri autori. Ma a tutto c’è un limite. E quel limite riguarda le trame riprese pari pari da romanzi di successo (a un tale feci notare che un plot basato sulla storia di un ragazzino che studia da mago e deve salvare il mondo dalle mire del cattivo di turno… a me ricordava qualcosa: lui s’incazzò e mi diede dell’incompetente), riguarda i dialoghi da fine ‘700 nella New York del 2007, riguarda i personaggi femminili che durante l’epopea carolingia ostentano reggiseni col push up o tizi che utilizzano l’euro in Cina come moneta nazionale, e mi fermo qui perché ricordare fa male.

E questi editori sono nel giro da dieci o quindici anni. E si circondano di collaboratori altrettanto “esperti” (fate un po’ voi); 

2) chi è a capo di una struttura standard può godere – come dicevo – di un ufficio stampa, di molte  collane, di una distribuzione in libreria. Il punto è che la presenza di questi elementi non certifica un tubo. Perché spesso e volentieri l’ufficio stampa si limita a insozzare le caselle di posta altrui senza che nessuno abbia chiesto nulla, la distribuzione in libreria esiste solo sul piano astratto (non di rado capita che chiedendo un determinato libro, che in teoria dovrebbe trovarsi lì perché è il sito della casa editrice a dichiararlo pubblicamente, l’opera risulti invece “mai pervenuta”), e le collane si limitano a luccicare per attirare le allodole, seguendo la logica del “più siamo e meglio è”, come se questo fosse garanzia di successo (vi rimando al punto 4); bizzarro poi come, nonostante tutte queste belle credenziali, molte pecorelle smarrite tornino al gregge perché… perché si sono affidati a gente che ha sì distribuzione-collane-fax-televisorealplasma-ufficiostampa, ma nessuno scrupolo nell’imporre (poi sta all’intelligenza dello scrittore accettare o meno) cifre di qualunque entità per pararsi il sedere sul piano commerciale, senza alzare un dito (a parte uno dei cinque) sul fronte promozionale, riservando energie e soldi per il libro dell’amico dell’amico, o magari per la  robetta trendy, quella destinata alla gente che piace alla gente che piace.

Io riesco a piazzare i miei libri in tutta Italia, offro contratti con percentuale sulle vendite, organizzo presentazioni, e non chiedo un centesimo di contributo. Ma non sono serio, no, e nemmeno autorevole.

Sono un editore di nicchia. Peccato che le nicchie le costruiscano le persone, non gli editori: con la loro indifferenza, i loro pregiudizi, i loro “questo libro non lo compro perché non conosco l’autore”, “quest’altro lo lascio lì perché la copertina è in bianco e nero e non a pallini rosa e azzurri”.

Senza contare che a me mancano distribuzione-collane-fax-televisorealplasma-ufficiostampa.

Tutte queste cose, forse, un giorno le avrà anche I Sognatori: vorrà dire che qualcosa è cambiato, ma non certo l’autorevolezza, che oggi è pari a quella di domani. Una distribuzione in libreria non ti rende autorevole, e neanche l’ufficio stampa e le collane: puoi avercele o non avercele, perché è la qualità di ciò che pubblichi, il modo in cui lo fai, la passione che metti nel tuo lavoro, le battaglie che porti avanti, la coerenza che dimostri sui temi davvero importanti – quale può essere quello del contributo editoriale – a decretare e quantificare la tua autorevolezza;

3) l’editore autorevole utilizza poche parole, spesso misurate, per non crearsi nemici inutili e non scontentare nessuno; ovvero, l’editore autorevole è fondamentalmente un’entità fantozziana, un essere che non risponde mai a una mail, a un fax o a una telefonata che non risultino fortemente “producenti” o controproducenti. Guai a disturbarlo. Io ne ho stanati due o tre, ma che fatica! Questo alone di mistero, di irraggiungibilità che li circonda, amplifica l’aura di autorevolezza. Qualcosa del tipo: “l’editore magnanimo scende fra voi mortali soltanto una volta all’eone, approfittatene”. Poco importa se l’editore scende fra noi mortali una volta all’eone per dire cazzate, del tipo (dietro mie precise accuse): “uh, ma davvero sul sito della mia casa editrice non è specificato che richiediamo il contributo editoriale? Ma come è potuto succedere?”. O quell’altro che inchiodai sul banco dei disonesti, dimostrandogli l’assurdità della richiesta di contributo, e che mi liquidò – dopo aver compreso che non c’era trippa per gatti – con una mail di due righe. Perché l’editore autorevole parla poco, e questo incanta le folle. Guai a mostrarsi disponibili, alla mano: nessuno ti prenderà sul serio. E con te faranno la voce grossa.

4) l’editore autorevole pubblica molti libri, segnalandosi positivamente per via di questa tendenza all’azione. Quando uno scrittore esordiente vede un catalogo sterminato, con decine di collane,  pensa inevitabilmente: “diavolo, questi sì che si danno da fare! Beh, ci sarà un po’ di spazio anche per me, no?”. C’è eccome. La casa editrice più attiva (il contesto è quello della piccola e media editoria) che abbiamo in Italia pubblica CENTINAIA di esordienti all’anno, peccato che quasi tutte le pubblicazioni siano con richiesta di contributo. Ma non lo specificano tutte le volte che dovrebbero. Inzeppano il mercato di opere che alla fine verranno vendute direttamente all’autore. Se la vedesse lui, con la distribuzione. Chissà come mai questi libri risultano “esauriti” e “fuori catalogo” dopo così poco tempo… strano, perché se io nel giro di sei mesi ho la fortuna di esaurire un’intera tiratura, procedo subito alla ristampa, perché significa che l’opera piace e si lascia vendere bene. Altri invece stampano una sola tiratura, poi avanti il prossimo. Davvero strano.

La verità è questa: molte case editrici a pagamento non si limitano a chiedere denaro. Obbligano l’autore ad acquistare gran parte della tiratura. In alcuni casi (lo sa bene chi, come me, ha letto “Editori a perdere” di Miriam Bendia) la casa editrice stampa esclusivamente il numero di copie che lo scrittore dovrà poi acquistare di tasca sua: è chiaro che a quel punto, anche sul piano computistico, il libro risulterà esaurito o giù di lì, e quindi fuori catalogo quasi immediatamente. In verità, la tiratura giace in casa dello scrittore: a quel punto (per citare Elio), i cocci sono suoi e dei buoi dei paesi suoi.

 

Alla luce di quanto detto, è chiaro che un editore che è in giro da poco meno di tre anni, che è a capo di una struttura tutt’altro che ordinaria, e segue un modus operandi tutt’altro che ordinario, e dal momento che non chiede alcun contributo editoriale certamente non pubblica il primo che capita, a un occhio esterno non può godere di quell’autorevolezza destinata agli editori seri.

Aggiungete una terribile aggravante: pubblica (pubblicava, meglio dire) i suoi stessi scritti.

Punto d’immane importanza, che per questioni di spazio è meglio sviscerare in un’altra occasione.

Aldo Moscatelli

 


Commenti
#1   27 Ottobre 2008 - 13:24
 
Se mi è concessa una battuta:

"L'editore autorevole è quello che mi pubblica"

Temo tuttavia che per molti non sia poi solo una battuta.

Che dire, questi post sull'editoria sono molto interessanti: riassumono in poco spazio molte informazioni, ma anche molte storie vere (ci si potrebbe fare un film)
Dal canto mio posso confermare che nelle vostre schede di valutazione sottolineate implicitamente, all'inizio, che si tratta di vostri giudizi personali e che ribadite pure che noi "aspiranti autori" possiamo liberamente non tenerne conto.
A quanto pare noi che aspiriamo a uscire dal limbo degli sconosciuti, oltre a essere avvezzi al non leggere libri altrui, non leggiamo nemmeno le schede di valutazione nella loro interezza, ma solo nelle parti che ci riguardano.
Certo che siamo alquanto vanitosi eh? :)

Riguardo a chi ti critica perché nel catologo de "I Sognatori" ci sono anche tuoi libri, bisognerebbe rispondere: "e perché no?". L'editore fa le sue valutazioni, anche e soprattutto di carattere economico se è un imprenditore oculato, e se ritiene che la pubblicazione di proprio libro sia perseguibile per il bene dell'azienda, perché non dovrebbe farlo?

Continuate così


un saluto
bluzeit
utente anonimo

#2   27 Ottobre 2008 - 17:49
 
Aldo, concordo, anzi concordissimo! Però, c'è da dire che in genere gli scrittori esordienti pur di vedersi pubblicati, pagano...a me hanno chiesto fior di migliaia di euri( anche fior di milioni di lire all'epoca, guarda un po') e ho sempre rifiutato. Sono diversa dagli altri? Non so, io ho sempre pensato al lettore, mai alla gloria. Ossia, se mi vogliono pubblicare ma li devo pagare e nemmeno mi dicono com'è il mio libro, posso fidarmi di certa gente? Ma CHE FIGURA CI FACCIO POI con chi mi legge? Per carità, caro Aldo, io preferisco persone come te, serie e oneste e che ti dicono papale papale quel che pensano. Se il mio 'ipotetico' romanzo non piace, me ne faccio una ragione, con questo non significa che debba smettere di scrivere, di migliorare, di provarci no? Quindi ti appoggio al cento per cento.
Emanuela
utente anonimo

#3   28 Ottobre 2008 - 09:23
 
E dai! Ma chiedili 'sti euri e scappa in Mexico!!!
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#4   28 Ottobre 2008 - 09:53
 
Per Benito: ma così facendo non potrei più deliziarti con le mie pallosissime reprimende nei riguardi della richiesta di contributo!
Poi io preferisco i paesi "freddi".
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#5   28 Ottobre 2008 - 12:40
 
E in effetti hai ragione.. Un post/mattone ci sta sempre bene, soprattutto di mattina , appena sveglio.. altro che caffé!
Piuttosto mi sorprende un'altra cosa: un uomo del sud che preferisce i paesi "freddi"?
Questa è peggio dell'editore che non chiede il contributo..
Ciao!
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