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domenica, 03 giugno 2007

A SCUOLA DI LETTERATURA CON... ORDARAGIA (Lezione 6)

Dopo una lunga latitanza, ritorna sul nostro blog la rubrica A SCUOLA DI LETTERATURA CON…

Il caso vuole che la lezione di oggi venga tenuta da un blogger che di lezioni, a livello professionale, ne ha già tenute tante: parliamo di Fabio del blog http://ordaragia.splinder.com/

Prima di lasciarvi al piacevolissimo intervento sullo scrittore Gesualdo Bufalino, vorremmo sottolineare una frase dello stesso Fabio, presente nella mail con la quale ci ha inviato la sua presentazione:

“Spero che la troviate interessante, perchè per me le vostre sono state molto gradevoli - quando si trattava di autori che ben conoscevo - e molto stimolanti, se ero asciutto in materia (vi dirò solo che ho letto, di punto in bianco, l'intero ciclo della fondazione di Asimov...)”

In effetti lo scopo che ci proponiamo di raggiungere con la nostra rubrica è esattamente questo: stimolare la scoperta (o la riscoperta) di determinati autori, solleticare l’interesse dei nostri lettori nei riguardi di opere note e meno note.

Ci auguriamo dunque che in tanti vogliano intraprendere la lettura delle opere di Bufalino, sulla scorta dei suggerimenti forniti da Fabio.

Ed ora, buona lettura a tutti.

 

 

“Avevo 15 anni. Era un caldissimo ed afoso maggio palermitano. Fine maggio: di quelle mattine  che non capisci assolutamente perché devi ammuffire ricurvo sui banchi, mentre fuori il sole incendia la sabbia ed il mare e i cani giovani più furbi già scorazzano nell’eden di Mondello ad acciuffare farfalle…Il mio pedante ed insulso professore d’italiano (l’unico, fortunatamente, che abbia provato in tutti i modi e senza apprezzabili risultati, a farmi odiare la letteratura) pronuncia la fatidica e temuta frase:

“Per l’estate, un romanzo a scelta di Gesualdo Bufalino; con relazione scritta”

Ripasso col compagno di banco il ricco inventario di epiteti coloriti con cui apostrofavamo il suddetto insegnante; ma poi più che l’onor potè il super-io, assai forte, ahimè, a quell’età.

Già il nome Gesualdo mi sembrava improponibile per un autore moderno, poi con un simile banditore non c’era da aspettarsi nulla di buono.

Andai alla Feltrinelli – è bellissima la Feltrinelli di Palermo, immersa fra palazzi ottocenteschi, a pochi metri dal teatro più grande d’Europa -; scoprii con stupore che i libri di questo fantomatico Gesualdo avevano titoli accattivanti ed evocativi – Le menzogne della notte, Diceria dell’untore – ma la diffidenza per un povero studente alle porte di giugno non è mai troppa: acquistai un paio di libri di poesia di Tagore – tuttora il mio poeta preferito – poi strategicamente misi sotto il braccio L’uomo invaso. Per il titolo, penserete voi. Be’, un po’ anche il dubbio che potesse alludere all’invasamento, di un uomo ermafrodita, di una menade al maschile vellicò non poco la mia fantasia puberale, non lo nego. Ma la vera ragione fu un’altra: erano novelle. Come poi mi fu confermato, quando iniziai ad insegnare, è già difficile relazionare un romanzo per  iscritto; ma di una raccolta di novelle è impossibile, per l’ispettore/professore, verificare dal semplice documento cartaceo se l’alunno abbia letto per intero l’opera. Dunque, era un modo per eludere la sorveglianza. Pensai, se ne leggo 5, sono a posto.

Dopo una quindicina di giorni, una notte aprii il libro, alla pagina dell’indice. I miei occhi caddero sulla novella intitolata “Il ritorno di Euridice”. Quella storia di Orfeo aveva da sempre appassionato il mio animo romantico, le mie dita cercarono la pagina, iniziai a leggere…mi persi in uno stile pieno di parole difficili, molte non le conoscevo, altre le intuivo dal conteso e dal suono, ma con mia grande sorpresa, non facevo alcuna difficoltà a comprendere il senso, anzi quelle ardite volute barocche di uno stile che già allora mi apparve unico, mi catturarono totalmente. Alla fine, incredulo, capii che abbacinato dal mio romanticismo congenito, non avevo mai pensato al fatto che quel furfante di Orfeo si potesse essere voltato…apposta! Sulle prime fui un po’ sdegnato,  nondimeno continuai a leggere novella dopo novella, tutto in una notte, sul sottile crinale giocato su un’ironia che non era volgarità, su un citazionismo che non era erudizione, ma sincero amore per la letteratura, su una complessità sintattica che regalava, a chi ne seguisse i sentieri, immagini vivide e potenti, come un testo classico, ma anche sfumate e sfaccettate, secondo la migliore tradizione moderna.

Quella notte di fine giugno mi danzarono davanti agli occhi personaggi come Gorgia, Don Chisciotte, Ferdinando I, Giufà, un fatidico ingegnere di Babele e molti altri: tutti sotto una luce nuova, tutti accarezzati dalla penombra di un sorriso moderno su cose antiche o di un’antica pioggia d’ambrosia sulle miserie moderne…

Per uno strano fenomeno che non so spiegare, passarono quindici anni prima che io riaprissi un testo del buon Gesualdo. Nel frattempo mi laureai in Lettere classiche, vinsi il concorso di dottorato e poi quello a cattedra, lessi migliaia di libri, ma non tornai più sul luogo del delitto, non so spiegare perché, ma accadde, forse per una specie di inconscio pudore, chissà.

Avevo lasciato la mia terra da poche settimane, per trasferirmi con mia moglie e con mio figlio nelle Marche, per ragioni lavorative. Trovai sul comodino di mia moglie Le menzogne della notte. Mia moglie non è siciliana e mai le avevo parlato di quella notte d’estate, eppure stava leggendo quel libro. Aspettai che si addormentasse. Afferrai il volume e lo lessi ancora una volta, tutto d’un fiato.

Anche questa volta novelle, all’inizio però apparentemente sciolte l’una dall’altra, man mano che vai avanti, capaci di creare una grandiosa architettura coerente, sorprendentemente coerente, un giallo – ambientato in un oscuro 1800, fra cospiratori e massoni -; poi alla fine, scoprire come tutto il castello di carta crolli. Scoprire che la letteratura, la poesia, ogni costruzione umana altro non è che questo: una menzogna sussurrata nel cuore della notte.

Questa volta ero più maturo e il pudore non potè molto. Il giorno dopo ero in libreria con in mano il volume della Bompiani in cui sono raccolte la metà delle opere di Bufalino. Iniziai con quella che maggiormente mi fece sentire il profumo della nostalgia della mia terra: Argo, il cieco. Argo è una  creatura mitologica, che pur possedendo 100 occhi, viene addormentata dal canto ed uccisa: è la storia di Gesualdo, quando trentenne e giovane insegnante, pur avendo passione e grande talento letterario, fu gabbato da uomini scaltri, perché la sua immagine della Sicilia che egli voleva a tutti i costi costruirsi nella mente, non corrispondeva in nessun modo alla realtà. Anche qua la vicenda viene finemente costruita con parole antiche e gusto moderno e poi impietosamente smontata. Poi, ricostruendo la biografia di Bufalino, ti accorgi che la storia lì narrata è assolutamente autobiografica: la vicenda che egli sente il bisogno di ricostituire e di rendere poi inattendibile, è proprio la sua vita!

Così come assolutamente autobiografico è il romanzo cosiddetto d’esordio, che in realtà è un caso, se non un mistero letterario: Diceria dell’untore. Narra della sua permanenza in un sanatorio di Morreale (Rocca che domina Palermo), ai tempi della sua giovinezza. Lo stile è già maturo, il linguaggio incredibilmente evocativo, la vicenda avvincente nella sua assoluta quotidianità: un nugolo di monatti che si aggrappano alla vita, meditando sulla morte imminente. Ma è la vicenda editoriale l’aspetto più sconvolgente del libro: la prima stesura del manoscritto risale a quarant’anni prima della pubblicazione. Bufalino per quarant’anni lasciò macerare il suo capolavoro nel cassetto, lo rilesse, lo modificò impercettibilmente, lo stravolse in altri punti; negò persino al suo amico Sciascia di avere scritto alcunché; non si sentiva pronto. Misurava le sue opere col metro dei secoli, non con la miopia dell’editoria odierna.

In  una raccolta di aforismi “Il malpensante” Bufalino afferma che “dovrebbero vietare per legge di pubblicare opere di autori viventi”. Non lo dice per vezzo, il suo è un insegnamento di una lungimiranza eccezionale, per noi, giovani autori di belle speranze. O no?

Ci sono molte alte opere di Bufalino di cui non ho fatto cenno; io le divorai tutte in quattro mesi, lui le scrisse in soli 15 anni, dal 1980 al 1996, come se avesse compresso dentro di sé l’ispirazione poetica, per farla esplodere d’improvviso in una delle più profonde esperienze poetiche della letteratura moderna. Perché questo è Bufalino: un poeta che scrive in prosa o un prosatore che si lascia continuamente tentare dalla poesia; un animo antico costretto nell’angustia della modernità, ma anche un moderno che sa far sentire il profumo dei migliori frutti dell’antichità. E’ un uomo profondo che non manca mai di ridere di sé, con un gusto che non esclude mai l’amarezza.

E non è un caso che il suo ultimo romanzo, l’ennesimo bluff di parole, un’impossibile amicizia fra un giornalista barbone e un fotografo cieco, disegni un quadro surreale, ma a tratti assolutamente verisimile di una nuova società che correva ormai troppo veloce per un uomo come lui. Morì pochi mesi dopo, in un incidente d’auto, il 14 giugno del 1996”   

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categorie: a scuola di letteratura con
lunedì, 16 aprile 2007

A SCUOLA DI LETTERATURA CON... ISABELLE TOSTIN (lezione 5)

Ritorniamo alle nostre particolari lezioni di letteratura. Quest'oggi ci intratterrà la nostra cara amica Isabelle Tostin, che ringraziamo pubblicamente. Autore scelto: Carlo Cassola.

 

"Frequentavo la scuola media quando mi convinsero a leggere “Un cuore arido”, uno dei romanzi tra i più popolari di Carlo Cassola. Mi dissero che ormai non potevo più seguitare a leggere i soliti libricini della collana Mondadori Junior, o che almeno dovevo arricchirli con una letteratura più matura, più complessa a livello di contenuti ed adatta all’evoluzione adolescenziale che si affronta in quegli anni.

“Un cuore arido” mi ha aperto il mondo della vera Letteratura, ma solo col senno di poi, e molti altri libri e racconti di Cassola (“Una relazione”, “Storia di Ada”, “La ragazza di Bube”, “Gisella”, “La maestra”, ecc.) ho potuto apprezzare le numerose sfaccettature dei personaggi creati da questo scrittore, la bellezza delle sue storie legate fra loro da temi ricorrenti nonché dagli stessi personaggi, il suo linguaggio semplice e allo stesso tempo capace di evocare l’incanto della vita, un’esperienza già di per sé complessa e unica.

Quello che lega gran parte dei suoi romanzi sono i personaggi femminili, giovani ragazze o donne adulte, già sposate, sotto la cui sensibilità si nasconde un animo forte, che gli permette non senza fatica di superare gli ostacoli che le scelte della vita riserba loro; consapevoli della precarietà degli eventi, e di conseguenza della felicità esistenziale, queste donne sentono il bisogno di assaporare fino all’ultimo i brevi momenti di serenità, risultando forse, al termine delle loro storie, disincantate e a volte tristi, ma con la certezza almeno di aver vissuto intensamente.

Uso spesso paragonare queste figure a delle vere e proprie eroine, e quello che rende le storie di Cassola, secondo me, uniche è principalmente questo elemento. Nei romanzi contemporanei non sono ancora riuscita a trovare dei personaggi che si possono lontanamente avvicinare a questi, e tanto meno oggi fra la realtà del 2007: ragazze come Mara (“La ragazza di Bube”) o Giovanna (“Una relazione”) che sacrificano la loro giovinezza in modo così cosciente e senza rimpianti se ne trovano poche, e io stessa so di non avere tutta quella consapevolezza.

Cassola sosteneva che lo scrittore può parlare solo di quello che conosce, quindi nei suoi romanzi ha riportato i luoghi e i tempi della sua infanzia, la Toscana e Cecina in particolare. Diventato adulto negli anni che precedono la Seconda Guerra Mondiale, ricostruisce quel periodo - anche a distanza di svariati decenni [il già citato “La ragazza di Bube” ne è un esempio: pubblicato nel 1963, è in realtà ambientato durante il periodo fascista] - e lo prende come base per la quasi totalità dei suoi romanzi; ed essendo di famiglia tutto sommato modesta, non è un caso che le vite da lui prese in esame nei suoi romanzi siano semplici, spesso legate all’ambiente rurale, prive di accadimenti straordinari. Ma è anche nella descrizione della monotonia quotidiana, nei piccoli gesti ripetitivi, che Cassola riesce a mettere in evidenza i molti lati psicologici delle sue creature e a mostrare così la sua enorme bravura.

A questo proposito ritorna spesso, come un’istantanea, l’immobilità della spiaggia di Cecina, abbandonata dai villeggianti, con il suo pezzetto di mare e la risacca che si ripete all’infinito. I personaggi non di rado vengono colti nell’atto di osservare in silenzio le onde e la spiaggia deserta, ed è per me simbolicamente l’essenza della vita per Cassola, un attimo che si protrae placidamente senza prepotenza.

Ma non è forse poetico nella sua calma?".

sabato, 24 marzo 2007

A SCUOLA DI LETTERATURA CON... ZERUHUR (lezione 4)

Quest'oggi il "professor Zeruhur" ci allieterà con un'interessante lezione sul grande scrittore Isaac Asimov. Sappiamo che fra voi ci sono molti appassionati di SF, quindi fatevi avanti con i commenti!

Si può dire che per me la fantascienza è un fattore genetico: mio padre la legge da più di quarant’anni, i libri del genere ci sono sempre stati in casa e non nascosti in qualche soffitta ma ben in vista sugli scaffali delle librerie.
Non è stato scontato tuttavia il mio approccio alla fantascienza, perché prima della pubertà ero convinto di detestarla (forte anche di certi film di bassa lega). Finché nell’estate del ’97 avvenne la folgorazione. “I difensori della Terra” di P.K. Dick (no, non ho incominciato con Asimov). Per qualche mese mi dedicai alle allucinate visioni dello scrittore americano, poi seguii con trepidazioni le avventure mistico-tecnologiche dei protagonisti della serie di “Odissea nello spazio” di A.C. Clarke. Un anno dopo la “folgorazione” ero rimasto a corto di letture appetibili. In più ero ammalato (la peggiore estate della mia vita) ed ero decisamente provato nel fisico. Un giorno, tornando dalla libreria, mio padre estrasse dal sacchetto “Lucky Starr, il vagabondo dello spazio”. Lo presi e lo divorai. Non era la prima volta che leggevo Asimov (avevo tentato subito con “Cronache della Galassia”), ma non ero riuscito seriamente a reggere i ritmi (lenti) del romanzo. Con la serie di Lucky Starr, conobbi il lato avventuroso e scanzonato della fantascienza, ma in stile Asimov, ossia con verosimiglianza e la tipica arguzia che distingue i suoi personaggi. Non sono spacconi e avventati, la loro risorsa primaria è il cervello e riescono a tirarsi fuori dalle peggiori situazioni ragionando.
Nei mesi successivi (nel frattempo ero guarito e manco a dirlo iniziava il liceo, una nuova vita sotto certi punti di vista) feci la conoscenza con la storia futura di Asimov, di cui Fondazione è la parte finale.
Grazie alle ottime prefazioni di Giuseppe Lippi (il curatore di Urania, grande esperto di fantascienza) imparai molto su Asimov e sul clima letterario che gli vorticò attorno in cinquant’anni di carriera. E compresi una cosa fondamentale: oltre alle astronavi, ai robot, agli intrighi magistralmente condotti, il cuore della fantascienza di Asimov è l’uomo. Egli stesso si definiva un “umanista” (inteso come “avente fiducia delle capacità dell’uomo”) e nonostante la stupidità che troppo spesso dimostriamo (che Asimov stesso come scrittore sfrutta per le sue trame), credeva che avessimo la capacità di migliorarci e di fare in fondo le scelte giuste, aldilà del male.
La storia futura di Asimov si divide in cinque periodi:
1) Il futuro prossimo: la nascita dei robot e delle Tre Leggi e l’unificazione del mondo. (Asimov ha letteralmente inventato il termine “robotica” e il concetto moderno di robot)
2) L’era degli spaziali: ambientato quattromila anni nel futuro: in questa epoca gli uomini si sono divisi in due specie. I terrestri relegati sul pianeta madre vivono in allucinanti città sotterranee, gli Spaziali vivono su mondi a bassissima densità di popolazione, sono serviti e riveriti dai robot (praticamente degli schiavi artificiali) e vivono per centinaia di anni. Ne conseguirà uno scontro, il canto del cigno per i decadenti spaziali, ma una nuova era di gloria per l’umanità (queste due ere corrispondo al Ciclo dei robot)
3) Prima dell’Impero: gli Spaziali si estinguono, mentre i terrestri, abbandonata la Terra divenuta radioattiva (non posso dire il perché), fondano migliaia di colonie ovunque nella galassia. E’ un’era di disordine dove emergono gradualmente alcune potenze, tra cui Trantor che diverrò sede dell’Impero Galattico. (Ciclo dell’Impero)
Arriviamo al punto, altrimenti potreste annoiarvi. La quarta era è quella tardo imperiale. Siamo in pieno ciclo della Fondazione. L’impero sta per cadere (per forze endemiche e sociologiche), ma un geniale matematico, Hari Seldon, inventa un metodo per calcolare il futuro più plausibile seguendo i comportamenti di massa. E’ la psicostoria, attraverso la quale costruisce un piano per affrontare il medioevo galattico imminente. Da qui si entra nella quinta era, quella della Fondazione vera e proria che gradualmente si sostituisce al vecchio Impero, secondo il Piano Seldon. Perché vi racconto tutto questo? Perché raccontare la storia futura di Asimov è il miglior modo per presentarlo. Creare una affresco così avvincente e grandioso in soli quattordici romanzi, molti dei quali non superano le duecentocinquanta pagine è da narratore di razza. Anche i personaggi di questo ciclo, come lo stesso Lucky Starr, sono arguti e raziocinanti, risolvono le questioni con il cervello (anche crisi interplanetarie) e difficilmente ricorrono alla violenza (“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci” dice uno dei protagonisti, rendendo evidente l’animo pacifista dell’autore).
Tutto l’affresco si conclude di nuovo sulla Terra, ventimila anni nel futuro. In pratica si chiude un cerchio e si apre la prospettiva (non sviluppata a causa della morte dell’autore) che là fuori possa esserci qualche forza aliena, non necessariamente amica, contro cui l’umanità dovrà dimostrarsi decisamente unita per sopravvivere.
Nei paesi anglosassoni Asimov è un classico, discusso a livello accademico. In Italia si è incominciato a parlarne a larga scala solo grazie al modesto thriller fantascientifico con Will Smith che dei racconti di Asimov porta solo il nome e il concetto delle Tre Leggi. Parlare di Fondazione da noi vuol dire affrontare sguardi interrogativi e sorrisi beffardi. Il capolavoro che è, resta riconosciuto solo nella stretta cerchia degli appassionati di fantascienza.

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categorie: opinioni, iniziative, a scuola di letteratura con
martedì, 13 marzo 2007

A SCUOLA DI LETTERATURA CON... ALDO MOSCATELLI (Lezione 3)

Con l’arrivo dell’età adolescenziale, non è raro che un ragazzo si ponga alla ricerca di un punto di riferimento. C’è chi ha la fortuna di trovarlo all’interno dell’ambiente familiare e chi, invece, è costretto a guardarsi attorno. Si cerca il Mito, in qualche modo, l’individuo da idolatrare.

All’epoca dei miei 13-14 anni impazzavano Schillaci (ma in declino), Ambra e le prime boy bands (ricordo vagamente i Pasadenas e i New kidz on the block). I miei amici parlavano di questi signori, della loro presunta grandezza. In tutta risposta, il sottoscritto finì per mitizzare uno scrittore morto da un secolo e mezzo.

Quello scrittore si chiamava Edgar Allan Poe, e avrebbe segnato per sempre la mia esistenza.

 

Ho scritto i miei primi lavori tentando di scimmiottarlo. Schifezze immonde, per lo più, cestinate a pochi giorni dalla loro conclusione.

Ho letto e riletto i racconti neri di Poe, e le sue poesie, e tutto il resto, tentando di carpirne il segreto. Per sei lunghi anni. Poi ho colto la più evidente delle verità: quell’uomo era, ed è, irraggiungibile.

Dopo tutto, parliamo dell’uomo che ha inventato dal nulla il poliziesco moderno, con “I delitti della Rue Morgue” (senza questo racconto non sarebbe mai nato Sherlock Holmes, ammetterà Conan Doyle a distanza di qualche anno). Ma non solo: Poe parla di inconscio ancor prima che Herbert (e non Freud, come si ritiene erroneamente)  diffonda il significato di questo termine. Allo stesso modo, Poe anticipa il simbolismo (o decadentismo che dir si voglia). Un bel giorno Boudelaire legge quei racconti neri e capisce di non aver inventato un tubo. Di più: si prende la briga di tradurre personalmente in francese l’opera omnia di Poe, scrivendo pure le prefazioni. Magritte sancisce il tutto, inserendo la copertina di “Storia di Gordon Pym” in un suo quadro. E per riallacciarmi al discorso sull’inconscio, Jung finisce per imparare a memoria “Il cuore rivelatore” e “William Wilson”, poi scrive “Inconscio, occultismo e magia”.

Troppo avanti nel tempo. Per questo Poe ha avuto poco successo. Gli rimproveravano di parlare di cose slegate dalla quotidianità, nei suoi racconti.

Quali racconti? Elencarne i titoli non ha granché senso. C’è la perfezione letteraria lì dentro, e tanto basta. A rileggerli si capiscono parecchie cose. Omicidi, follia, perversioni, incesto, necrofilia, eros e thanatos. Poe non si studia seriamente a scuola, o lo si ignora del tutto, perché le sue tematiche fanno paura. Più dei racconti stessi. Perché Poe parla del nostro lato oscuro, quello che emerge in determinati momenti, e che in tanti (troppi) rifiutano oppure ostentano, senza sforzarsi di comprenderlo.

Lo scrittore di Boston era, per primo, ossessionato dalla morte, da quel che c’è al di là. Voleva vederlo in vita, il dopo. Si spiega così la genesi di “La verità sulla vicenda del signor Valdemar”, e di molti altri racconti. Attrazione e repulsione nei riguardi dell’inevitabile. Come nel finale di “Storia di Gordon Pym”, il suo unico romanzo. Non un capolavoro, per carità (così come non è affatto un capolavoro “Eureka”, il piccolo trattato filosofico che scrisse negli ultimi anni di vita). Ci sono tempi morti e inutili dissertazioni, in “Gordon Pym”. Ma anche passaggi memorabili (il finale, l’arrivo della goletta olandese, la sequenza pre-splatter a base di mutilazioni e cannibalismo). Soprattutto, ancora una volta Poe anticipa. La schiera di scrittori che hanno attinto tacitamente da “Storia di Gordon Pym” è infinita. Conrad e Lovecraft, per dirne due. Eppure nessun altro è riuscito a mostrare con eguale forza visionaria quel che c’è dopo, il latteo nitore del nulla, che tutti accoglie alla fine di questa nostra vita, e che attrae e terrorizza al contempo.

Le poesie, infine. “Il corvo” è la più famosa. Un capolavoro assoluto. A scuola mi hanno obbligato a saltarla. Meglio leggere il poemetto per l’onomastico di una certa signora, o la commemorazione da due soldi a suffragio di un sanguinario nano francese. “Il corvo” no, almeno in Italia. Parla di rimorso e disperazione. Non leggete “Il verme trionfante”, perché sostiene che la vita è dramma, e la morte soluzione. Stata lontani anche da “Annabel Lee”, il più struggente inno all’amore perduto mai concepito da mente umana.

Non facciamo leggere le poesie di Poe ai ragazzi, perché molti di loro non riuscirebbero a impararle a  memoria: le amerebbero e basta.

 

E. A. Poe è morto a quarant’anni, per delirium tremens; lo trovarono agonizzante in una bettola, e lo trascinarono in un ospedale, dove spirò. Nessuno riconobbe il cadavere. Non aveva retto alla morte della sua compagna, Virginia, e l’alcol lo aveva divorato dal di dentro. Voleva andarsene, probabilmente. Profetiche le frasi conclusive della poesia “Annabel Lee”:

“E così, nelle notti, io giaccio al fianco

del mio amore – mio amore – mia vita e mia sposa,

nel suo sepolcro in riva al mare,

nella sua tomba in riva al risonante mare”

Grandissimo Edgar Allan Poe, anche nello squallore della sua triste fine. Più vero di tante presunte “anime oscure” di oggi e di ieri. Pensate un po’: si dichiarò a Virginia, chiedendole di sposarlo, in un cimitero. E quando, dopo la scomparsa di lei, gli fu concesso di poter parlare al presidente degli Stati Uniti (il motivo non lo rammento), Poe si presentò al suo cospetto completamente ubriaco.

Altro che Bukowski!

 

La sua condotta di vita, probabilmente, non andrebbe imitata. I suoi lavori letterari, invece… beh, io ci ho provato a imitarli, tanto tempo fa, ma senza successo.

Di una cosa sono assolutamente sicuro: il giorno in cui qualcuno mi dirà che un mio racconto o un mio romanzo vale un centesimo di quel che ha scritto E. A. Poe, capirò di essere diventato un grande scrittore.

 

lunedì, 05 marzo 2007

A SCUOLA DI LETTERATURA CON... SONNENBARKE (Lezione 2)

Dopo aver sollazzato i nostri amici blogger con giochini dall’indubbio valore culturale (!), torniamo a recitare il ruolo delle persone serie pubblicando il contributo che la nostra amica Marina, del blog http://sonnenbarke.splinder.com/, ci ha gentilmente offerto all’interno dell’iniziativa “A SCUOLA DI LETTERATURA CON…”.

Per inciso, Marina ci parlerà oggi di Elias Canetti, e del rapporto che la lega a questo scrittore.

Buona lettura.

 

“Tre anni fa iniziai, un po' precocemente, a pensare all'argomento della tesi. Sapevo solo che volevo laurearmi in letteratura tedesca, ma non avevo un autore preciso in mente. Così andai in libreria e cominciai a guardare gli scaffali dedicati alla narrativa straniera. I libri erano disposti in ordine alfabetico per autore. Scorrevo i dorsi con lo sguardo e arrivai presto alla C di Canetti, Auto da fé. Ricordavo vagamente di aver letto appena qualche riga in proposito nel mio manuale di storia della letteratura tedesca. Presi il libro in mano, non sapevo veramente di cosa si trattasse. In copertina c'era un'illustrazione di William Blake, tratta dal Libro di Urizen, che attirò subito la mia attenzione. Una persona (non si sa se uomo o donna) china, con la schiena nuda e la testa fra le mani. Testa da cui sembra emanare una sfera di fuoco, rossa - perlomeno, io l'ho interpretata così. Un'immagine bella, forte, adatta al titolo. La quarta di copertina era breve ma sufficientemente intrigante. Un uomo che amava i libri sopra ogni cosa, una donna che racchiudeva in sé tutte le meschinità umane, una vendetta della vita sull'uomo che aveva voluto eluderla.
Lo comprai, insieme ad altri romanzi tedeschi del Novecento, e lo misi nella mia libreria. Ma la copertina mi attirava, e iniziai subito a leggerlo.
Leggevo fino a notte fonda. Leggevo di Peter Kien, illustrissimo sinologo che amava solo i libri, del bambino che preferiva i libri alla cioccolata, della governante Therese, vera incarnazione dell'ignoranza, che si fingeva amante dell'oggetto libro per indurre Kien al matrimonio e spillargli soldi. Leggevo del nano Fischerle, che sognava di diventare campione di scacchi, del "Paradiso Ideale", della moglie puttana di Fischerle, della vecchia nana innamorata di lui. Leggevo di Georges Kien, fratello di Peter, prestante ginecologo datosi poi alla psichiatria, del suo ospedale, dei suoi casi clinici, dei suoi metodi, del suo accecamento nei confronti della malattia del fratello (Die Blendung, l'accecamento, è il titolo originale del romanzo). Dell'accecamento di Georges, di Peter, di Therese, di Fischerle. Di ogni personaggio maggiore e minore. Leggevo della testa senza mondo e del mondo senza testa. Leggevo il parossistico auto da fé finale a notte fonda, e non sapevo dire.
Ho amato tanti libri, ma mai nessuno come questo, forse.
Mi piaceva perché era polifonico. Sto ancora aspettando qualcuno che mi demolisca il mito dicendomi che tutto questo era già stato scritto prima. C'è un narratore esterno, non sono i singoli personaggi a parlare, ma sono i singoli personaggi a pensare. Ogni personaggio dà la sua impronta alle pagine di cui è protagonista. Protagonista, perché i protagonisti sono tanti. Noi, lettori, entriamo nella testa di ogni personaggio. Anche di quelli apparentemente marginali.
Mi piaceva perché era follemente realistico. Canetti descrive le idiosincrasie umane, ma le porta all'estremo, e le estremizza così tanto che diventano monomanie. La monomania dei libri, la monomania dei soldi, la monomania degli scacchi, solo per citare le più evidenti. Ogni personaggio  consacra la vita a una follia personale. Poi la follia erompe, vera, a togliere il senno a quello che di solo senno si era voluto nutrire. È un contrappasso atroce.
*
Qualche mese dopo andai a Salisburgo. Mi piace girare per librerie, anche nelle città che non conosco, per farmi un'idea. Adoravo quelle sfilze interminabili di libri gialli Reclam. Un classico per pochi euro. E vidi Canetti, ancora, Komödie der Eitelkeit, La commedia della vanità. Non avevo la più pallida idea di cosa fosse però, visto che il romanzo mi era piaciuto così tanto, decisi di prenderlo. Dopo ci ho scritto la tesi e l'ho portato in giro con me per due anni. Se Auto da fé era polifonico, la Commedia è cacofonica. Sovrapporsi di voci l'una sull'altra sull'altra, a creare caos. A me il caos piace. Mi piace spezzettarlo, ed entrarci dentro. Dentro al caos di questa commedia, io ci vivo. Voci su voci su voci. E fuoco, ancora. Ancora un bel rogo, un bel rogo delle vanità. Come Savonarola. Un governo totalitario, una legge che vieta gli strumenti della vanità (specchi, foto, ritratti). Una distopia. E c'è dentro di tutto, dal rapporto tra la massa e il potere, alla psicoanalisi lacaniana, alla Bibbia, alle tipologie di potente, al narcisismo...
Insomma, sono diventata un'entusiasta, per dirla all'inglese. Ho letto gli altri libri, ma non ancora tutti. Per esempio, l'autobiografia in tre volumi (il quarto, uscito postumo, è in attesa). La lingua salvata, il primo volume, è famoso anche tra i "non addetti ai lavori"/non monomaniaci. Dove veniamo a sapere che il piccolo Elias a cinque anni cercò di uccidere sua cugina correndole dietro con un'ascia perché non gli lasciava guardare il suo quaderno di scuola, e lui voleva vedere i segni, la scrittura. Poi lei un paio d'anni dopo lo buttò direttamente in un gigantesco calderone pieno d'acqua bollente, tanto per ricambiare. Dove troviamo tanti altri aneddoti della vita di Elias bambino. Canetti, ebreo sefardita non praticante (penso anche non credente), nato in quella remota provincia dell'Impero Ottomano che oggi è la Bulgaria da genitori con passaporto turco, madre di origini italiane (livornesi), trasferitosi presto in Inghilterra poi in Svizzera poi in Austria poi in Germania poi in Austria ancora eccetera. Ha vissuto per anni in Inghilterra, ma ha scritto sempre in tedesco, perché è la lingua che i suoi genitori parlavano tra di loro, la lingua segreta.
E poi gli altri volumi dell'autobiografia, dove conosciamo gli amici di Canetti che hanno nomi quali Alban Berg, Robert Musil o Fritz Wotruba.
E le innumerevoli raccolte di appunti, su tutte La provincia dell'uomo. È negli aforismi, forse, che Canetti dà il suo meglio, capace di perle folgoranti.
E poi Massa e potere, il saggio a cui dedicò quarant'anni della sua vita. Un saggio filosofico, psicologico, antropologico. Canetti, o, come buttare Freud giù dal piedistallo.
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Mi chiedevano, "Su cosa fai la tesi?". "Su Canetti". "Chi??". "Canetti. Uno che ha preso il Nobel nel 1981". (Nobel per la letteratura. Con un solo romanzo, tre commedie introvabili, un saggio, degli aforismi. Gridarono allo scandalo, caddero dalle nuvole).
Sono monomaniaca, dicono. Come i suoi personaggi.”

lunedì, 19 febbraio 2007

A SCUOLA DI LETTERATURA CON... PATTY BRUCE (Lezione 1)

Come già accennato qualche giorno fa, abbiamo deciso di portare una ventata d'aria 

fresca all'interno del nostro blog mediante l'introduzione di una nuova rubrica, "A SCUOLA DI LETTERATURA CON...". L'idea è quella di consentire ad alcuni blogger di parlarci di un autore particolarmente amato, in maniera del tutto personale e senza vincoli di sorta. E' con grande piacere, dunque, che ci facciamo da parte per lasciare spazio e "voce" alla nostra amica Patty, del blog http://pattybruce.splinder.com/.

L'autore scelto è un mostro sacro della letteratura d'ogni tempo: Hermann Hesse.

Buona lettura a tutti.

 

"Devo anzitutto fare una premessa: posseggo un animo da viaggiatrice. Viaggiatrice letteraria e non, e questa caratteristica mi ha portato ad esplorare mondi lontanissimi fra loro, nel tempo e nello spazio. Per questa ragione, principalmente, sono legata profondamente ad almeno una ventina di autori, diversissimi gli uni dagli altri. Da Isaac Asimov a Hermann Hesse, a Dostoevskij, a Stefano Benni, a Tiziano Terzani a Andrea Camilleri, a Umberto Eco......l’elenco completo sarebbe troppo lungo. Ognuno di questi autori mi ha insegnato qualcosa, mi ha fatto conoscere tempi e luoghi lontani, il passato, il futuro, il presente. A volte, grazie a loro, ho esplorato il luogo più inaccessibile: quello che è nel profondo di me stessa.
Ero giovane, tra i diciotto e i vent’anni, all’epoca del mio folgorante incontro con Hermann Hesse, e più precisamente con “Il giuoco delle perle di vetro”. Tutto concorreva ad attrarmi irresistibilmente, in quel romanzo: la Castalia era il mio Paradiso Perduto. Tutto il sapere umano, la filosofia, la musica, la pittura, le scienze, per comporre un intreccio infinito, il Giuoco delle perle di vetro. La Provincia Pedagogica ha accolto i miei sogni e mi ha aiutata a sopportare una vita che mi aveva costretta ad abbandonare gli studi a 14 anni ed andare subito a lavorare, in un mondo che non riconoscevo.
In seguito, leggendo gli altri romanzi di Hesse (lo so, ho cominciato dalla fine), mi è stato sempre più chiaro che il mio modo di sentire era il suo: il suo essere impermeabile alla religione, la sua predilezione per le filosofie orientali, il suo senso di appartenenza al mondo intero, senza frontiere e senza alcun senso di nazionalismo, l’orrore provato per tutte le guerre, il sogno di un mondo utopico dove la saggezza, il sapere e le arti siano i beni più grandi e la ricchezza più ambìta dall’umanità.
Un altro tema presente in alcuni romanzi ( ad esempio “Narciso e Boccadoro”), è la contrapposizione tra spirito e materialità, vita attiva e vita contemplativa; questo mi ha dato molto da pensare (per ovvi motivi). C’è stato un momento, solo un momento, nel quale mi sono domandata perchè tutti i personaggi creati da Hesse siano uomini, mai donne. Poi ho capito che il sesso non era affatto rilevante, che gli stessi personaggi potevano essere sia uomini che donne, perchè era l’essenza dell’individuo, dell’essere umano, la protagonista.
Ho letto veramente tutto ciò che ha scritto, compresi gli “Scritti autobiografici” , “La cura”, “Il bicchiere scrivente” e “Il mio credo”; ora, dopo tanti anni, riconosco che alcuni sono prettamente romanzi di formazione, adatti agli adolescenti, ma mi sono sempre cari. Soltanto “Siddharta” mi ha sempre lasciata piuttosto perplessa, l’ho sempre trovato, come dire...scialbo? Ma che dire de “Il lupo della steppa”, se non che ci si trova davanti all’incubo, al senso della catastrofe imminente, dove però trova posto anche la timida speranza della “rinascita” dell’uomo?
Così il mio caro Hermann Hesse mi ha accompagnata, insieme ad altri autori, al passaggio di frontiera fra la giovinezza e la vita adulta. Gliene sarò per sempre grata."