Sembra che il tema dell’ambientazione stia particolarmente a cuore agli utenti di questo blog, quindi torno sull’argomento tenendo in debita considerazione i vostri ultimi commenti.
Chiarisco subito che le mie osservazioni circa le tendenze attuali dell’editoria sono il frutto di un’analisi ampia e attenta, dovuta alla ricerca di colleghi potenzialmente interessati al “Manifesto contro il contributo editoriale”.
Da queste parti è già stato visionato un numero spropositato di siti (un migliaio, grossomodo), ragion per cui parlo con cognizione di causa.
Agli amanti delle statistiche faccio presente che:
1) una quantità industriale di case editrici è collocata in zona Napoli (personalmente non l’avrei mai detto);
2) la stragrande maggioranza delle case editrici italiane chiede il contributo o in proposito tace ambiguamente (su questo invece ci avrei giurato);
3) se in politica tutti utilizzano nomi di piante e/o alberi, nell’editoria furoreggiano i nomi di animali (c’è persino la pernice);
4) in Italia ci sono case editrici con oltre due secoli di storia alle spalle;
5) una casa editrice italiana su cinque o sei pubblica esclusivamente materiale religioso;
6) moltissimi cataloghi editoriali sono quasi monopolizzati dai libri ambientati in Italia, meglio se nella regione in cui ha sede la casa editrice.
Fino a qualche anno fa, è certo, appioppare nomi anglofoni e abbozzare ambientazioni estere era molto trendy. Poi la tendenza si è invertita. La nostra cultura non scimmiotta più quella americana da almeno dieci anni. Provate a scrivere un giallo o un noir (ma non solo) e ad ambientarlo al di fuori dei confini patri: vi assicuro che per quanto possa essere valida la vostra opera, un mucchio di gente vi sbatterà la porta in faccia o avrà comunque qualcosa da ridire.
Perché si è passati all’altro estremo, appunto. Si è perso per strada il senso dell’ambientazione. Che non è una regola grammaticale, intendiamoci.
Soprattutto, ormai si confonde “ambientazione” con “collocazione geografica”, che sono due cose diverse. La seconda fa capo a un luogo – geografico appunto – ben preciso (cito “La morte a Venezia” di Mann), la prima a un luogo nel quale agiscono i personaggi (cito l’inquietante dimora della protagonista di “Altrove da me”) e che può essere reale o inventato di sana pianta, nonché collocato a sua volta in un determinato ma secondario contesto geografico.
Perché c’è anche chi immagina luoghi di pura fantasia (lista lunghissima) o chi pone le vicende di una storia sullo sfondo di una città imprecisata (“Baol” di Benni).
Molto dipende dall’inclinazione e dalla creatività dello scrittore, ragion per cui rifiutare a priori la pubblicazione di un’opera non ambientata in Italia significa porre un freno all’essenza stessa della narrativa, che è da sempre creazione di una realtà “altra” o ri-scrittura di una realtà nota. Poi ognuno sceglie il proprio modus, c’è chi si guarda attorno e chi vola con la fantasia, ma in linea generale le ferree leggi che regolano altri aspetti dell’elaborazione di un romanzo qui decadono.
Citavo Salgari non a caso, l’altra volta. Perché lo scrittore veronese non visitò mai i luoghi che descrisse nei suoi lavori. Cosa più importante: dimostrò che reperendo le dovute informazioni è possibile ricostruire in maniera efficace e minuziosa un luogo ignoto. Lo scrittore deve quindi scegliere l’ambientazione che ritiene maggiormente efficace e poi stabilirne il ruolo, che può essere quello del comprimario (certi romanzi si focalizzano principalmente su trama e personaggi) o dell’assoluto protagonista (chi ha letto “Le montagne della follia” di Lovecraft sa cosa intendo).
Molteplici opzioni, dunque. E molti paradossi. Per cui:
A) il signor Rossi (di Bergamo) ambienta il suo noir a New York, in cui magari ha abitato per anni, spedisce la sinossi a un editore italiano che però non lo degna di considerazione a priori;
B) il signor Rossi (di Bergamo) ambienta il suo noir a Pizzo Calabro, città che ha visto in cartolina dieci anni addietro, spedisce la sinossi a un editore italiano che ovviamente lo prenderà in considerazione a priori.
Secondo paradosso:
A) il signor Rossi ambienta il suo noir a New York dopo aver (come il vecchio Salgari) preso tutte le informazioni possibili e immaginabili sulla Grande Mela. Riesce a ottenere un affresco di rara verosimiglianza, sembra quasi che a New York ci sia stato davvero. Ma gli editori storcono il naso e gli chiedono: scusi, ma non poteva ambientarlo a Bergamo il suo romanzo? E perché l’investigatore l’ha chiamato Clark invece di Rubagotti?
Il signor Rossi, che ha lavorato di ricamo per due anni sull’ambientazione e tutti i suoi particolari, risponde giustamente: saranno anche cazzi miei, no?
B) Il signor Rossi ambienta il suo romanzo a Pizzo Calabro, ma si limita a descrivere ciò che vede nella sbiadita cartolina che gli inviò una collega d’ufficio dieci anni prima, una di quelle col puntino rosso e la scritta IO SONO QUI. Nessuno obietta nulla, anzi, viene dato risalto alla bizzarra ambientazione.
Perché, badate bene, per alcuni le regole vanno violate seguendo ulteriori regole. E allora un romanzo con un’altra ambientazione bizzarra (che so… Kampala, in Uganda) non potrebbe mai riscuotere il medesimo successo di quello ambientato a Pizzo Calabro.
Va beh, io ci scherzo ma so con certezza che cose di questo tipo accadono di frequente.
E riassumo il mio pensiero così: ambientare un manoscritto in una città estera per fare (cito Dabria) il figo internazionale è una gran fesseria. Allo stesso modo, ambientare un manoscritto in una città italiana per fare il figo nazionale non ha maggior senso. Io credo che ognuno debba seguire la propria ispirazione e lavorare sodo.
Quale che sia l’atteggiamento dello scrittore, comunque, ricordiamo che a valutarlo dovrà essere una persona del settore. E il professionista dovrà (dovrebbe) giudicare un romanzo non sulla scorta di preconcetti nei riguardi dell’ambientazione, in un senso e nell’altro, ma nella sua globalità e senza inserire nell’elenco dei difetti la voce “ambientazione non italiana” o “ambientazione italiana”. Al massimo “ambientazione scialba” o “ambientazione inverosimile”.
È preferibile allora che l’editor o chi per lui sia chiaro e ammetta che la casa editrice X è propensa a editare opere con determinati requisiti, anche in fatto di ambientazione, perché Camilleri, Lucarelli e De Cataldo tirano e allora bisogna adeguarsi.
Ma non si spacci per difetto quello che difetto non è.
Aldo Moscatelli