L’iniziativa SOGNI CONDIVISI non si prefigge semplicemente di allargare il bacino d’utenza della casa editrice, ma anche quello di porre a confronto opinioni, interpretazioni e analisi operate da lettori differenti.
Può capitare così che un medesimo libro risulti gradito a un lettore quanto sgradito ad un altro, evenienza affatto sorprendente in ambito letterario (anzi).
Ed è esattamente quel che è capitato all’antologia “Un sogno dentro un sogno” (il primo volume, per intenderci), oggi recensito da Gaetano Garofalo (scrittore esordiente) e Harion.
Ecco a voi le loro recensioni. Chi ha apprezzato? Chi non ha apprezzato?
Andate avanti nella lettura e lo scoprirete subito.
Aldo Moscatelli
p.s.
come al solito, sarebbe carino se chi ha letto l’opera (o magari ha scritto una delle novelle vincitrici) lasciasse un piccolo commento: giuro che appena ho un po’ di tempo do il buon esempio anch’io.
RECENSIONE DI HARION
Questa antologia di racconti edita dai Sognatori è stata davvero intrigante! Il tema scelto, quello appunto del "sogno", è secondo me un argomento che accomuna tutti quanti noi esseri umani. Chi non ha mai sognato, o avuto esperienze particolari con i propri sogni? Ma sogni nel loro più stretto significato, o sogni fatti di desideri e di volontà più che materiali?
Questi scrittori esordienti, per niente impacciati e dotati di bella penna e bella fantasia, presentano ciascuno a modo loro diverse realtà, diverse storie, diversi aspetti dell'uomo in relazione al proprio inconscio, al proprio Io e come quest'ultimo si rapporta alla vita cui viene destinato. C'è chi la rifiuta, questa vita, e chi la rifugge, chi si lascia portare via dai propri sogni, chi invece per i suoi sogni l'ha ceduta ad una scommessa mortale; oppure c'è chi invece ha cambiato la propria esistenza, pur rimanendo nel mondo che a volte siamo costretti ad accettare così com'è. Insomma, come non rispecchiarsi in queste situazioni? Oniriche sì, irreali a volte, ma sempre dannatamente umane e deboli, come l'uomo è stato formato in tempi antichi.
Questa è la bella sensazione che questi racconti mi hanno lasciata; una lettura che merita davvero la nostra attenzione, e ve lo dice una che con i racconti aveva chiuso per un periodo, mentre ora ha riscoperto la gioia di tante piccole finestre che timidamente si aprono e violentemente si chiudono a fine lettura...
RECENSIONE DI GAETANO GAROFALO
Innanzitutto mi preme sottolineare che a dispetto di quanto comunemente si pensi, personalmente ritengo che il racconto sia una prova veramente difficile per un autore.
Se da un lato infatti, tale tipologia di opera consente allo scrittore esordiente di non sostenere trame e fili narrativi per lui insostenibili, è pur vero che il ridotto spazio temporale, o per meglio dire, di pagine, concesso per il racconto richiederebbe una abilità di scrittura che se nemmeno tutti i più grandi autori hanno, figuriamoci gli esordienti.
Il motivo è semplice. L’autore ha soltanto poche pagine per convincere e stupire. E soprattutto se non si rispetta una minima linearità nella narrazione, il risultato può essere una devastante emicrania provocata all’ignaro lettore che si sforza di seguire i “balzi” narrativi dell’esordiente.
Prendiamo ad esempio “L’uomo cane” di Giallombardo. L’autore mostra una non comune capacità lessicale che indubbiamente rende piacevole e mai noiosa la lettura, suscitando un continuo senso di ammirazione nel lettore per la maestria con cui compone i periodi. Ma la sensazione, in realtà poco gradevole, che lascia il racconto quando lo si finisce è che l’autore abbia fatto una ricamo fine a se stesso. Una costruzione lessicale e periodica narcisistica, per intenderci.
E sia ben chiaro che comunque il tema scelto non aiuta.
Dare a un racconto una struttura robusta e convincente che possa non lasciare perplesso e confuso il lettore diventa una missione assai più ardua quando in gioco è posto un tema così “impalpabile” e vasto che autorizza certe “licenze narrative” che non tutti si possono permettere.
Mi spiego meglio. Certe volte, leggendo i racconti della raccolta, ho avuto come l’impressione che quasi approfittando dell’alibi della vacuità del tema, gli autori si siano lasciati andare nel disegnare storie che se con tutta probabilità avevano un senso ben chiaro per loro, per chi legge restano quantomeno poco chiare.
Prendiamo stavolta “Agnus Dei”, della Mauriello. Anche in questo caso non si può negare una indubbia verve narrativa ma, e mi si scusi per l’espressione resa in parole povere… dove vuole andare a parare? Cosa vuole comunicare il racconto a parte quelle situazioni di disagio familiare, senza dubbio molto ben rese? Il mio interrogativo, detto in maniera palese è : non è che approfittando della vacuità, dell’impalpabilità del tema, mi diventa vacuo anche il racconto?
Quello appena citato, così come anche “In un petalo l’incanto” di Lopez, sono racconti che mostrano dei buoni “accenni” di idee, hanno entrambi peraltro un inizio piuttosto accattivante, ma la convinzione, ovviamente assolutamente personale, è che si perdano strada facendo.
Non hanno invece questo difetto e risultano a mio avviso ben compiuti, invece “Lux in tenebris” della Lauro e “I cacciatori di mostri” di Sansò (in realtà dai “cacciatori di mostri” mi aspettavo qualcosa di più, è il racconto che più di tutti mi ha incuriosito. La soluzione finale doveva essere, a mio avviso, molto più d’effetto. Però, onore al merito). Perché a differenza degli altri, oltre a dilettarsi nel descrivere a ruota libera i più svariati percorsi dell’esperienza onirica (che mi si scuserà la franchezza, possono fare quasi tutti) danno anche un appiglio di struttura ossea al racconto. Contestualizzano, non giocano a fare i preziosi e a lasciare tutto a una libera interpretazione che un lettore potrebbe anche non avere il piacere di dare.
Un senso di vaghezza è concesso, così come uno stimolo all’interpretazione del lettore, ma in alcuni casi si è esagerato.
Una nota di merito va sicuramente a “Sognando” di Bassani.
Il lettore è portato veramente a scoprire, pagina dopo pagina, quale sia la realtà e quale il sogno (peraltro mi ero anche sbagliato nell’indovinare il finale) e il limite tra esperienza onirica e reale è molto sottile e davvero ben resa.
Trovo anche che lo stile di Bassani sia più maturo e più ordinato rispetto agli altri.
Senza infamia e senza lode “La stanza dei sogni” di Costa e “Con gli occhi color delle viole” della Petrino. Entrambi sono ben resi e gli autori non strafanno come alcuni colleghi nel linguaggio onirico ma hanno a mio avviso il difetto di non emozionare, di lasciare insoddisfatto il lettore.
Lodevole “La signora” di Pisani, che indubbiamente ha il merito di stupire piacevolmente il lettore in due pagine e mezzo, affrontando il tema della morte da una prospettiva realmente del tutto nuova.
Partendo dal desiderio, passando attraverso la gastronomia emiliana e finendo con una nota di curiosità sul mondo che si lascia, ponendosi delle domande che probabilmente nessun prossimo alla vecchia signora si porrebbe.
In ultimo “L’altro volto della luna” di Marcelli. Credo che dal punto di vista stilistico sia quello che con “Sognando” raggiunge il grado più alto di completezza strutturale.
Devo anzi dire che dal punto di vista lessicale supera di poco il Bassani, che da questo punto di vista rischia poco, e regala delle pittoresche immagini con personaggi ben congegnati e una capacità assai rara di raccontare storie, propria dei menestrelli di un tempo.
Gaetano Garofalo