Blog, siti e forum letterari, ormai, scandagliano il mondo dell’editoria alla ricerca dell’impostore, del falso, del turpe. E fanno bene. Anzi, benissimo.
Permettetemi però una riflessione.
A parte rari casi (gente con problemi psichici, mi pare evidente), un qualsivoglia operatore del mondo editoriale si espone con nome e cognome. Tutto quel che fa, diviene o può divenire di pubblico dominio. Io ad esempio, anni fa, ho ricevuto una proposta di pubblicazione dalla casa editrice Il Filo pari a 2400 euro. Nessuno può accusarmi di mentire, visto che ho il contratto – mai firmato – a casa.
Stesso discorso per le politiche editoriali, o per gli atteggiamenti in generale. Alcuni mentono o tacciono stupefatti, come diceva un poeta. Ma grossomodo i nodi possono venire al pettine senza eccessivi problemi. Sicuramente oggi è più semplice rispetto a qualche anno fa.
Prendiamo adesso in considerazione gli scrittori esordienti.
L’errore compiuto dalla maggior parte di coloro che si scagliano contro l’editoria disonesta, è quello di identificare gli editori coi carnefici e gli scrittori con le vittime.
Beh, le cose non stanno esattamente così.
Nei forum, nei siti e nei blog giungono regolarmente testimonianze agghiaccianti circa il comportamento del tale editore. Sacrosanto, ci mancherebbe. Quel che viene sottaciuto è però il comportamento degli scrittori stessi. Che non hanno un’aureola sulla capoccia, come potrebbe sembrare. La grettezza, l’arrivismo, il pressappochismo, sono qualità che non gli mancano. Una miriade di scrittori è sullo stesso livello dei peggiori editori. Però attenzione: gli editori sono migliaia, gli aspiranti scrittori sono milioni. Rifletteteci.
Per creare qualche parallelo:
- l’editore che chiede il contributo è un farabutto perché si lascia abbagliare dai soldi che ricaverà senza investire;
- ma quanti scrittori accettano di pagare fior di soldi perché accecati dalla pura e semplice vanità, con buona pace di chi alle soglie del 2010 parla ancora di “ingenuità” e “inesperienza”?
- l’editore che pubblica un testo così com’è, con refusi e orrori vari, è intellettualmente disonesto, perché non si premura di fornire al lettore un libro valido;
- ma lo scrittore che nemmeno conosce le più elementari regole della grammatica e (nonostante questo) intasa le caselle di posta delle case editrici, non è a sua volta intellettualmente disonesto, dal momento che non si premura di fornire all’editore un manoscritto appena appena decente? Giusto per legittimare lo sforzo e il tempo impiegati da colui che dovrà sorbirselo in sede di valutazione?
- l’editore che pubblica solo robaccia di tendenza, senza tenere in minima considerazione la qualità letteraria, è un arrivista, uno squallido business man;
- ma lo scrittore che in una casa editrice ricerca soltanto gli elementi che la contraddistinguono sul piano economico (grosse vendite, best seller in catalogo, distribuzione nazionale e/o internazionale), snobbando alla grande chi non si dimostra all’altezza delle sue incredibili qualità artistiche (tutte da dimostrare)… non è altrettanto arrivista?
Facile, ovviamente, andare sul forum Tizio e parlare male di Caio. Se non altro perché l’utente di un forum, o il commentatore di un blog, è quasi sempre un individuo senza nome e senza volto, e soprattutto senza “passato”. È possibile conoscerlo e giudicarlo per quel che scrive in un topic, non per quel che fa. Ecco allora che potete ritrovarvi a lodare il j’accuse di un anonimo scrittore, ignorando che quello stesso individuo ha pubblicato cinque volte a pagamento, o parla male di una casa editrice soltanto perché in passato non gli ha pubblicato un romanzo (e quindi per semplice frustrazione), o consiglia di supportare la piccola editoria per poi acquistare (nel privato) i libri pubblicati dai soliti noti.
A chi segue siti, blog e forum zeppi di scrittori in cerca di editore, consiglio vivamente di dubitare. Di pretendere sempre prove certe e rigettare – di più: combattere – le opinioni e le informazioni vaghe.
Tornando ai paralleli di cui sopra, io vi garantisco che:
- ci sono scrittori che ammettono senza problemi di pubblicare a pagamento perché… perché per loro è normale pagare, e i soldi ce li hanno;
- più di uno scrittore, in questi anni, mi ha inviato un manoscritto specificando di non conoscere bene la grammatica italiana, e nonostante questo “piccolo” particolare ambiva comunque alla pubblicazione;
- fatevi un giro nella rete, e vedrete quanti scrittori recalcitrano schifati davanti all’idea di rivolgersi a un editore che non è in grado di garantire traguardi prestigiosi. Ed ecco spiegato il motivo per il quale quasi tutti gli editori a pagamento promettono mari e monti: perché sanno di sfondare porte aperte. Ma attenzione: la porta è aperta perché lo scrittore l’ha lasciata così. Lo scrittore, NON l’editore.
Ipocrisia e falsità: queste le caratteristiche basilari di una pletora di scrittori esordienti. Sono tantissimi, e non ho problemi a dirlo. D’altro canto non è la prima volta che ne parlo.
Ho ricevuto conferma del mio pensiero in questi giorni.
Tempo fa arriva un PVT da un utente: lodi sperticate di routine. Scrive per hobby. Dichiara che nei giorni successivi mi invierà il suo romanzo, e specifica anche quale opzione sceglierà. Nel frattempo – aggiunge – parlerà dei Sognatori nel suo blog, e in più mi linkerà.
Bene.
A distanza di 48/72 ore giunge un romanzo nell’opzione già indicata (qui però si firma con nome e cognome, per ovvi motivi), e quasi in contemporanea, nel blog di cui sopra, compare magicamente un post dedicato per metà ai Sognatori. Lodi a profusione, è ovvio.
Archivio il romanzo e nel frattempo do un’occhiata al blog, per conoscere meglio la persona che mi si è rivolta.
Quando leggo il romanzo mi accorgo che in definitiva rispecchia gli argomenti presenti nel blog, in tutto e per tutto: i contenuti, le influenze letterarie, i riferimenti autobiografici, lo stile… tutto.
Il romanzo però non incontra i miei favori, per una serie di motivi che non sto qui a spiegare. Ma che alla persona in questione ho sciorinato fin nei minimi dettagli.
Per farla breve, non lo pubblico.
A distanza di giorni ritorno nel suo blog e cosa scopro? Che il post dedicato alla casa editrice è scomparso, e anche il link.
Ora chiedetevi come mai.
Mando a mia volta un PVT per chiedere spiegazioni e questa persona finge di essere qualcun altro.
Io mi chiamo X, non Y, dice.
Sì, certo. E io sono Topo Gigio.
Nota bene: a me non è arrivato alcun manoscritto firmato da X. Mi è arrivato invece un manoscritto firmato da Y, che pare la versione romanzata del blog di X e che (guarda un po’!) è giunto in redazione dopo che X mi aveva mandato un messaggio, con la garanzia di spedirmi prestissimo un suo lavoro. E (guarda un po’!) l’opzione corrisponde. E (guarda un po’!) nell’arco di due settimane non ho ricevuto altri lavori in quella stessa opzione. E (guarda un po’!) i contenuti e tutto il resto coincidono. E (guarda un po’!) tutte le lodi sono scomparse dopo che ho inviato il responso negativo. E (guarda un po’) sia X che Y abitano nella medesima regione.
Ho suggerito a questa persona di chiudere qui la farsa, anche perché non è la prima persona che si comporta così col sottoscritto, sebbene l’ipocrisia abbia raggiunto in questo caso specifico vette vergini. Poi non ho voglia di mettermi a cercare gli IP. Sono un editore, non un investigatore. E tempo da perdere non ne ho.
Ho colto l’occasione per parlarne in un contesto più ampio, perché è bene che queste cose vengano alla luce. Non mi interessa fare nomi, qui ciò che conta è l’evento in sé. Per confermare che davanti all’ipocrisia, le categorie non c’entrano nulla. Editori, scrittori, lettori… sono tutte persone, innanzitutto, e in quanto tali agiscono assecondando le proprie inclinazioni. Se sei un ipocrita, lo sei a prescindere dal ruolo che giochi nel gran baraccone dell’editoria.
A me premeva far presente che la sporcizia si annida anche fra i candidi agnellini che piangono lacrime amare nei forum, nei siti e nei blog.
E ricordate, gente: se nello spazio virtuale di una casa editrice vedete spuntare un nuovo utente che inizia a tempestare l’editore di commenti, significa che desidera inviare qualcosa o è già sotto esame.
Se lo vedete sparire, significa che non è stato pubblicato.
Stima e considerazione durano poco, nel mio campo.
Salvo preziosissime eccezioni.
Aldo Mosc…
pardon…
Topo Gigio
ESPERIENZA TRAUMATICA (REALE) NARRATA SOTTOFORMA DI DIALOGO (IMMAGINARIO) DA TRAGEDIA ESCHILEA
Personaggi
Aldo Moscatelli (AM)
Editore Spara-balle (ES)
Il coro degli scrittori esordienti truffati (CORO)
Luogo
Immaginario. Qualcosa di polveroso, comunque.
Tempo
Presente. Le allusioni al passato riguardano invece l’anno di grazia 2004.
Scusate se non faccio nomi e cognomi, ma i fighetti dell’editoria hanno la denuncia facile, e una querela è l’ultima cosa che mi serve. Poi devo finire di leggere il Tristano di Thomas Mann, perdere tempo girovagando per i tribunali non mi va.
Tuttavia, chi potrà e vorrà intendere… intenderà.
AM: Buongiorno
ES: Buongiorno
AM: Noi due ci conosciamo…
ES: Probabile.
AM: Ho la memoria lunga. Mi ricordo di lei.
ES: Beh, io sono un editore, ho a che fare con un mucchio di gente. Lei scrive?
AM: Sì.
ES: Anch’io!
AM: Lo so.
ES: Le interessa pubblicare con la mia casa editrice?
AM: Un tempo sì, m’interessava.
ES: Adesso non più?
AM: No. Sa, ormai ho una mia casa editrice…
ES: Ma allora lei è un collega.
AM: Diciamo di sì.
ES: E come vanno le cose?
AM: Potrebbero andare meglio. Sa, non chiedendo alcun contributo editoriale, la strada è tutta in salita…
ES: Eh, la capisco. Anche la mia casa editrice è contraria alla richiesta di contributo.
AM: Davvero?
ES: Certamente.
AM: Davvero?
CORO:
Il malvagio che si attorciglia tra le colpe,
a morte certa è destinato!
ES: Mi perdoni ma… sta forse cercando di insinuare qualcosa?
AM: Non insinuo. Affermo.
ES: Beh, allora sia più chiaro. Io ho una reputazione da difendere!
AM: Verissimo. Oggi un mucchio di gente la considera un grand’uomo, perché con la sua casa editrice dichiara di aborrire il contributo. Ma fino a qualche anno fa non la pensava nello stesso modo….
ES: Lei mente.
AM: Le rinfrescherò la memoria, allora. Nel febbraio 2004 le ho inviato un mio romanzo, che è stato valutato da un suo collaboratore e giudicato degno di pubblicazione. Poi lei mi ha contattato personalmente, dichiarando che per poter pubblicare con la sua casa editrice è necessario essere socio di quella che lei definisce “un’associazione”, ma che in realtà è una casa editrice a tutti gli effetti, avendo scopi di lucro.
ES: Beh, a dire il vero non ha scopi di lucro.
CORO
Ricchezza non giova ai morti!
AM: Ah no? Bizzarro. Credevo che editare romanzi per poi venderli sul mercato con la speranza di guadagnarci quanto più possibile, fosse prerogativa degli enti con fini di lucro.
ES: Se anche fosse, non ci vedo nulla di male in tutto questo. Crede forse che le scarpe che indosso me le abbiano regalate?
AM: Affatto. Ma il negoziante ha esposto il cartellino col prezzo, lei sapeva esattamente quanto costava quel paio di scarpe. Ha avuto tutte le informazioni necessarie. Peccato che lei, come editore, non faccia altrettanto con gli scrittori esordienti.
ES: Chi visita il mio sito sa perfettamente che siamo contrari alla richiesta di contributo, da sempre.
CORO
Fandonie, fandonie!
Non vi è riparo allo sterminio
per l'uomo che, imbaldanzito
dalle ricchezze, ha diroccato
il grande altare della Giustizia.
AM: Da sempre?
ES: Sì, da sempre.
CORO
Stronzate, stronzate!
AM: Lasci che le rinfreschi un altro po’ la memoria, allora. Nel luglio del 2004 lei mi invia una mail nella quale dichiara che è disposto a pubblicarmi, specificando però che “all’autore chiediamo di garantire la vendita di almeno 80 copie del libro per poter affrontare le spese di stampa e promozione, ma con uno sconto sul prezzo di copertina”. Tradotte in parole povere, io avrei dovuto sganciarle anticipatamente almeno 500-600 euro. Questa, mio caro signore, si chiama richiesta di contributo editoriale. Lei dichiara di aborrire qualcosa che fino a qualche anno fa le faceva gola.
ES: Suvvia, 500 o 600 euro non sono nulla rispetto alla cifra che chiedono altri! Poi, ora che ricordo, noi il contributo lo chiedevamo soltanto ad alcuni, mica a tutti. E questa cosa era ben specificata nel sito.
AM: Esatto. Fu proprio per questo motivo che in seguito a quella richiesta le scrissi: “ad ogni modo sono contrario per principio ad acquistare tot copie di un libro che io ho faticosamente assemblato. Lo scrittore deve scrivere, a investire deve essere l’editore. Se declino la sua offerta, qualcun altro prenderà il mio posto per il semplice motivo di poter disporre di una cifra che a me, in questo momento, manca. Qui la discriminante non è affatto il talento. Poi suddividere gli scrittori in “scrittori di serie A” (senza richiesta di contributo) e “scrittori di serie B” (con richiesta di contributo”) a me sembra assurdo”. Che razza di etica è? Una cosa o è ingiusta per tutti o non lo è per nessuno. La verità, quella che lei oggi non vuole ammettere, è che a voi servivano polli da spennare, così (con la vecchia tattica del colpo al cerchio e un altro alla botte) lucravate su alcuni per favorire altri. E chiaramente per favorire voi stessi, altro che associazione senza scopo di lucro!
ES: Adesso mi ricordo di lei! Lei è quell’editore che ho contattato pochi mesi fa tramite mail, per aggiornarlo sulle uscite della mia casa editrice!
AM: Già. Però quelle mail le chiami col loro nome: spam.
ES: Sono mail pubblicitarie.
AM: Che nessuno vi ha chiesto.
ES: Ecco perché lei ce l’ha tanto con me: perché non ho pubblicato il suo romanzo!
AM: No, io ce l’ho con lei perché mi ha chiesto dei soldi come uno strozzino mafioso, e adesso se ne va in giro fingendo di avere le mani pulite, utilizza argomentazioni simili alle mie confondendo la gente, che darà credito alle mie parole come alle sue, ignorando che lei ha lucrato per anni, sui sogni e sulle speranze degli scrittori esordienti.
ES: Io ho dato spazio a scrittori in gamba: nella lista il suo nome non c’è, e adesso il risentimento la sta uccidendo.
CORO
Chi spontaneamente, senz'esservi costretto,
si comporta con giustizia, non sarà infelice,
né mai lo coglierà totale rovina.
AM: Eh, guardi, non ci dormo la notte. Felicissimo di aver pubblicato quel libro con la mia casa editrice. Felicissimo di aver visto entrare un po’ di soldi nelle casse dei Sognatori, e aver potuto così pubblicare i libri degli altri. Sa, io per me non tengo nulla, però non vado in giro a dire che I Sognatori è una casa editrice senza scopo di lucro. Lei invece per campare ha dovuto chiedere il contributo editoriale, e oggi fa finta di nulla, si pavoneggia per le Fiere fingendo di avere la coscienza immacolata, parla male degli editori a pagamento, si erge a salvatore della libera e pulita editoria.
ES: Lei è nel giro da poco tempo, come si permette di fare la predica a me? Crede di poter tirare avanti in eterno con questo atteggiamento? La realtà prima o poi le presenterà il conto, e lei ci sbatterà il muso, può credermi.
AM: Già fatto. Il naso fa un po’ male, ma il muro è crollato. Eccomi qui: due anni e mezzo di attività editoriale, nemmeno un centesimo di contributo richiesto ai miei autori.
ES: Il tempo cambia le persone. Ne riparliamo tra qualche anno.
AM: Non so se ci sarò ancora. Ma stia tranquillo: se risulterò assente, vorrà dire che non ho ceduto al ricatto del contributo, che ho preferito chiudere bottega pur di non lucrare, che non ho chiesto ai miei scrittori di salvarmi il culo coi loro soldi. Come ha fatto lei, per inciso.
ES: Nel mondo editoriale vale una certa regola, che imparerà a sue spese prima o poi. Questa regola dice: chi è senza peccato scagli la prima pietra.
AM: Perfetto. Lei resti qui, io vado a noleggiare una catapulta.
Aldo Moscatelli
p.s.
chiedo scusa a Eschilo e ai suoi estimatori per le indegne citazioni.
Ritorno con piacere sul tema dei concorsi letterari per continuare la discussione avviata venerdì, in seguito alla pubblicazione della mail (questa) di uno scrittore esordiente.
Numerosi gli interventi (qualche strascico – 44 commenti! – lo trovate qui), e sicuramente tornerò sull’argomento, visto che sul blog di “Laura et Lory” si è andato oltre, affrontando temi di più ampio respiro.
Per il momento, spero possiate trovare interessante la mail da me inviata allo scrittore esordiente di cui sopra.
Buona lettura,
Aldo Moscatelli
Caro […]
ho letto con attenzione la tua mail, e che dire? Parlando di certi argomenti… con me si sfonda una porta aperta; sul sito e soprattutto sul mio blog, ho già affrontato diverse volte le problematiche di cui parli. Ho messo in risalto la maleducazione di quelle case editrici che non si degnano neanche di spendere qualche minuto per motivare l’esclusione di un lavoro, e in tutta risposta c’è chi ha giustificato un tale comportamento, parlando di “poco tempo a disposizione” (perché a noi, invece, il tempo viene regalato, no? Noi i romanzi li scriviamo in mezz’ora!) e “impossibilità di rispondere a tutti”. A me sembra piuttosto che certe case editrici rispondano alle mail solo quando ne hanno interesse, ovvero, quando appare all’orizzonte il miraggio del tornaconto: prova a mandar loro una mail per l’acquisto di un libro, e vedrai come rispondono in fretta!
Quanto al concorso […] c’è poco da aggiungere; non è la prima volta che sento parlare di concorsi in cui, alla fin della fiera, pubblicano tutto e tutti. Ma questo, in fondo, non è un problema generale all’interno dell’editoria italiana? Non è forse vero che un mucchio di case editrici a pagamento e non (ma anche le tipografie del print on demand), pubblicano già tutto e tutti? Senza il benché minimo filtro, senza alcun criterio. E qui non parliamo di un’antologia, ma di pubblicazioni vere e proprie.
Quantità in luogo della qualità: è l’assunto di questi signori. Lo dico da sempre, ed è esattamente il contrario di ciò che la mia casa editrice si propone di fare. Anche a rischio di apparire poco “dinamica”… ché in Italia sembra davvero che per poter risultare credibile devi impegnarti ad inzeppare di opere un mercato già saturo. Figuriamoci! Migliaia di libri pubblicati ogni anno per una fetta di popolazione, quella dei lettori “veri”, che non raggiunge neanche il 6%.
Tornando a noi: non concordo con la seconda parte della tua mail. Tu parli di essere duri, anzi durissimi, con certi scrittori esordienti. Io invece ritengo che educazione e professionalità non consentano certi atteggiamenti astiosi; se si deve offendere la sensibilità di uno scrittore, allora è meglio tacere. È vero, a volte (diciamo spesso) giungono in redazione lavori sgrammaticati, o pedissequi, ma questo non autorizza una casa editrice a mancare di tatto. C’è chi è più dotato, e chi meno. Ma l’impegno, in un modo o nell’altro, c’è, e va rispettato. Anche quello del più negato. Essere uno scrittore inesperto o poco capace non è una colpa. L’importante è che un esordiente non pretenda che una casa editrice seria si genufletta ai suoi piedi, anche se quel che ha scritto è stato ritenuto di scarso valore e/o interesse.
Questione di umiltà, da una parte e dall’altra.
Ben venga, invece, un’attenta e precisa autocritica di ciò che si scrive. È altrettanto scontato, però, che chi invia un lavoro ritenga di aver elaborato un’opera potenzialmente pubblicabile. Altrimenti non sarebbe così sciocco da spedirla, non credi? C’è da aggiungere che troppo spesso gli esordienti si affidano al parere di amici, conoscenti o parenti. Magari preparati, non lo metto in dubbio, ma pur sempre meno attendibili rispetto a un professionista (di fatto, non di “nome”), se non altro per il distacco “emotivo” col quale valuta l’opera. Mi sembra chiaro, quindi, che un po’ tutti partono da un presupposto errato, o in qualche modo “distorto”. Leggere molto, in questi casi, può senza dubbio aiutare. Informarsi per bene su quanto fatto da altri, può evitare scivoloni nel pedissequo. Non sono un fautore dell’originalità a tutti i costi (d’altronde è piuttosto improbabile che qualcuno abbia letto TUTTI i libri esistenti, quindi c’è anche chi difetta in originalità senza voler copiare qualcuno, in totale buona fede), ma le basi sono necessarie. E quelle mancano a molti, inutile negarlo.
Lo scenario da te descritto in chiusura di mail è auspicabile; ma finché esisteranno case editrici […] disposte a pubblicare qualunque lavoro – anche se sgrammaticato o scritto col copia e incolla – […] beh… la gente continuerà a pensare che “tentar non nuoce”, e che sborsare qualche soldino per compensare (in certi casi) la propria incapacità, non è poi il peggiore dei mali. In alternativa, c’è sempre il print on demand: l’ultima spiaggia…
Infine, per quanto riguarda la tua osservazione conclusiva, hai ragione: I sognatori non riceve ancora 400 lavori l’anno (ma con i dati attualmente a disposizione, per il 2008 prevedo l’arrivo di 500 opere, n.d.A.) ma il punto non è questo. Già adesso, facciamo qualcosa in più rispetto ad altri, a parità di manoscritti ricevuti (centinaia, comunque). Tempo fa su un forum mi posero la stessa domanda, quindi risponderò con le medesime parole: la possibilità di rispondere a tutti e in tempi brevi, anche in futuro, dipende dal credito che riusciremo a riscuotere presso lettori e scrittori esordienti. Gran parte del lavoro, su questo fronte, spetta a noi; ma per ricollegarci a quanto detto in precedenza riguardo al fattore “lettura”, speriamo altresì che gli esordienti non si limitino ad inviarci dei lavori, ma anche ad acquistarne, se non altro per testare la nostra professionalità. Per capire, in ultima analisi, se la casa editrice I sognatori lavora bene oppure no. In determinati casi (vedi la spedizione in allegato mail) l’acquisto di un nostro libro conviene tanto a noi quanto a loro; eppure, in tanti rinunciano all’opportunità di risparmiare qualche euro per l’invio di un manoscritto. Un fattore, quello economico, comunque secondario: per dirla con le parole dell’amico e collega Fabio Giallombardo, spesso gli scrittori esordienti…
“vengono come catturati da una sorta di raptus autolesionista e spediscono i propri capolavori a tutti gli indirizzi che trovano casualmente in rete. Io, consapevole di tale patologia, non ho mai, dico mai inviato una solo sillaba di una mia opera senza prima avere […] stabilito se la casa editrice fosse "degna" di pubblicare il mio lavoro; per appurate tale "dignità" anche Gian Battista Vico avrebbe proposto uno ed un solo metodo: leggere almeno un'opera edita dalla casa editrice in questione... ecco perchè sono d'accordo con l'iniziativa di acquistare un libro per essere valutati; per garanzia dell'autore stesso prima di tutto […] Ma purtroppo in Italia, spesso tutti vogliono "scrivere", nessuno invece vuol leggere. Ed è chiaro che così la letteratura e il pensiero non hanno molto futuro...”
Peccato che a pensarla così siano in pochi.
Bene, la mia mail ha termine qui. Ti ringrazio per avermi reso partecipe delle tue esperienze, e senza dubbio pubblicherò stralci della tua mail (senza decontestualizzare alcunché, ovviamente) sul blog dei Sognatori, in modo da coinvolgere altri lettori e altri scrittori nella discussione, e conoscere così il loro parere in merito.
… continua dal post precedente
ESPERIENZA 4: giornalista di un quotidiano nazionale. Le chiedo di valutare un libro, lei mi dice di spedirglielo ma di portare pazienza per quel che concerne la recensione. Ora, il concetto di “pazienza” è assai relativo, certo, ma nel frattempo sono trascorsi quasi tredici mesi. Le ho inviato a suo tempo tre mail, chiedendo (con grande educazione e in pochissime righe) se il libro le fosse giunto. Silenzio totale. Poi ho desistito, perché non volevo passare dalla parte del torto giocando il ruolo dell’editore assillante. L’ho già detto e lo ribadisco: è un atto di grande maleducazione rifiutarsi di compiere un gesto – quale quello di rispondere a una semplice mail – che sul piano “temporale” non costa nulla, e su quello economico ancor meno. A me bastava un “sì, è arrivato”. Quanto tempo occorre per digitare una risposta del genere? Pochi secondi, ci riuscirebbe anche un artritico.
Inoltre, la recensione di cui sopra non è mai giunta. Lasciamo perdere il fatto che: a) io ho pagato per spedirle quel libro; b) lei non ha sborsato un centesimo per ottenere il libro. Il punto è: hai promesso una recensione? E allora scrivila, positiva o negativa che sia. La scusa della “pazienza”, dopo 13 mesi, non può più reggere.
Si dice che i giornalisti possano aiutare lo scrittore (e di conseguenza l’editore) a vendere qualche copia in più. Sarà. Ma a volte fanno perdere un mucchio di tempo e basta.
ESPERIENZA 5: la più rilevante, perché coinvolge giornalisti e redazioni di tutte le principali fonti d’informazione pugliesi.
Aprile 2006: serata inaugurale della casa editrice I sognatori. Nei giorni precedenti, sono stati convocati all’evento cinque giornali e una decina di emittenti tivù. Per andare sul sicuro, ogni singolo invito è stato inoltrato sottoforma di mail, lettera, fax, e anche tramite telefonata. Rispondono tutti, ma non si presenta nessuno. Neanche la più sconosciuta emittente leccese che, una settimana prima e in quello stesso luogo, era presente con telecamere e giornalista al seguito, alla presentazione di un libro di poesie. Il dubbio di aver sbagliato qualcosa si fa spazio, e allora chiedo spiegazioni al gestore del locale. Lui mi risponde candidamente: “la scrittrice del libro e la giornalista che si è presentata qui, sono amiche. Se voi non avete qualche conoscenza nel ramo, la vedo dura…”.
Ah, ecco.
Qualche settimana dopo si replica: stesso rito, ma numericamente maggiore il numero degli invitati (sette giornali, una quindicina di reti private e anche due emittenti radio). Risultato: identico.
Poi ci siamo scocciati di sprecare tempo, speranze e denaro, e ormai consci di dover entrare nelle grazie di qualcuno (leggi: leccare un po’ di importanti fondoschiena) per poter risultare degni di considerazione, abbiamo instaurato un rapporto di “altro” tipo coi giornalisti del luogo. In fin dei conti, perché prendersela a male? Se loro preferiscono seguire la processione del tal Santo (evento notoriamente rarissimo qui in Puglia, terra di atei e gnostici) o filmare la “sagra della…” (aggiungetevi un sostantivo qualsiasi, da “frisella” a “polpetta” a “birra” a “pizzica” a “flebo”… qualunque sostantivo, eccetto “libri” et similia), perché amareggiarsi? Meglio la presa in giro. Qualche tempo fa abbiamo spedito inviti-farsa a quegli stessi signori, millantando persino la presenza – nell’ennesima serata di presentazione – del Papa e di Melissa P., pur di smuoverli dal loro torpore. Macchè. Anche a provocarli, non si ottiene nulla.
È tutto chiaro, a questo punto: se non si dispone dei dovuti contatti, una piccola casa editrice non può sperare di suscitare l’interesse (vero, non quello comprato coi soldi) dei mass media, almeno dalle nostre parti. Esistono eccezioni in questo panorama desolante? Può darsi, ma non parlo di cose e persone che non conosco…
Che la sede regionale di RAI3 e i tipi della Gazzetta del Mezzogiorno non si siano fatti vivi, sorprende poco; scoprire che anche il TG della più infima tivù privata, ti snobba alla grande se non conosci Tizio e Caio… quello sì, è stato sorprendente.
Una cosa è certa: essere un piccolo editore, sul fronte massmediatico, è un handicap col quale bisogna fare i conti regolarmente. Altrettanto ovviamente, si può ambire a destare l’interesse dei “piani alti” soltanto crescendo sul fronte della notorietà, ma è la solita storia del cane che si morde la coda: i media non ti prendono in considerazione se non sei “chissà chi”, ma non puoi diventare “chissà chi” se i media non ti prendono in considerazione. Questo in linea generale, non escludo che qualche eccezione possa esistere.
Io, da parte mia, di promesse non mantenute, futili giri di parole, accordi da siglare sottobanco e roba del genere, ormai ne ho le scatole piene. Cercheremo di raggiungere con le nostre sole forze quel popolo di lettori che merita di conoscere realtà altre rispetto ai “soliti noti”. Da questo punto di vista, internet rappresenta l’ancora di salvezza, e la blogosfera il terreno fertile nel quale piantare le radici e attecchire. La strada è ancora lunga, ne sono consapevole; i libri venduti tramite commercio elettronico rappresentano – se ben ricordo – soltanto il tre per cento, ma parliamo comunque di un mercato in forte espansione. E forse verrà un giorno in cui saranno esclusivamente i bibliomani a decretare il successo di un’opera, e non (come avviene oggi) la sfavillante recensione di un giornalista improvvisato.
TRAUMA MULTIPLO (ovvero, “Esperienze traumatiche – quinto episodio”)
di Aldo Moscatelli
Qualcuno sostiene che tutti gli scrittori, nessuno escluso, siano permalosi all’ennesimo grado.
Non posso affermare con assoluta certezza che una dichiarazione del genere sia falsa, sebbene quel “tutti” presupponga una conoscenza diretta e profonda di tutti gli scrittori viventi (e forse anche di quelli morti, dal momento che quel “tutti” non mette in discussione quello o quell’altro scrittore, ma la categoria stessa degli scrittori).
Ora, se è vero che Wilde e Proust – per citare i primi che mi vengono in mente – non brillarono per umiltà, è vero anche che la lista di grandi scrittori in grado di affrontare le critiche senza andare in escandescenza, è altrettanto lunga (chi ha letto i carteggi di tale H.P. Lovecraft sa a quale tipologia di scrittore mi riferisco).
D’altronde, da che mondo è mondo lo scrittore scrive, il critico critica.
Il critico si trova in una naturale posizione d’inferiorità rispetto allo scrittore, dal momento che chi scrive può benissimo fare a meno di chi critica, mentre il critico non può rinunciare allo scrittore. A meno che non intenda iscriversi di corsa all’ufficio di collocamento.
Mi si ribatterà che il giornalista, specie se influente, può aiutare lo scrittore a vendere qualche copia in più: vero, ma questo non rende lo scrittore “migliore”, soltanto più noto e più ricco. Dostoevskij rimane Dostoevskij anche senza l’entusiasmo dei critici; Poe rimane Poe anche senza l’astio dei critici.
Lo scrittore non scompare se scompare il critico. Ma è possibile affermare il contrario?
Un autore deve temere esclusivamente la scomparsa dei lettori, il che la dice lunga su chi sia, a conti fatti, più importante fra “critico togato” e “normalissimo lettore”. Senza contare che ormai il dilettantismo dilaga anche in ambito giornalistico; di recente ho scoperto che una mia vecchia conoscenza, una persona che (vi prego di credermi) non azzecca un congiuntivo da anni e nello scrivere confonde spesso “è” verbo ed “e” congiunzione, lavora come giornalista per un portale. Sezione cultura.
Siamo in buone mani…
Detto questo, devo ammettere che il mio rapporto coi giornalisti di settore non è stato, sin qui, positivo. Non cadrò, però, nella trappola della generalizzazione, quindi non sparerò a zero contro l’intera categoria, perché ritengo che in qualunque cesto, scava e scava, una mela sana riesci a trovarla. Non saprei dire in quale proporzione mele marce e mele sane siano mischiate nella grande (pure troppo, direbbe il collega Tomas Prostata) cesta del giornalismo culturale nostrano. Né la mia esperienza può essere in alcun modo universalizzata. I fatti, però, sono questi:
IMPATTO: due giornalisti di un mensile cittadino. Uno assiste ad una serata di presentazione (per quanto il suo sguardo incroci poche volte i miei occhi e molto più spesso il fondoschiena di una ragazza), ma in qualità di scrittore (tenetelo a mente). L’altro mi dà appuntamento in un bar, qualche giorno dopo; prendiamo un caffé insieme, parliamo del più, del meno e – chissà perché – della sua carriera di scrittore. Io faccio orecchie da mercante. Il caffé lo offro io, lui promette di sdebitarsi in futuro. Entrambi i tizi, comunque, si impegnano ad intervistarmi più in là.
Sono passati 16 mesi. Le due interviste non sono mai state effettuate. E quel caffé, lo sto ancora aspettando…
ESPERIENZA 2: giornalista di una rivista letteraria nazionale. Le spedisco un mio lavoro, che lei stronca privatamente in una mail durissima. Pazienza, mi dico. Però lei mi chiede cosa ne penso delle sue osservazioni. Invio allora le mie repliche, ribattendo punto per punto, in maniera assolutamente civile. Nella seconda mail dimostra di aver già esaurito gli argomenti, e il suo tono cambia improvvisamente: non critica più il libro (cosa che io le avevo chiesto), ma chi l’ha scritto (cosa che io NON le avevo chiesto). Mi accusa di essere uno scrittore che utilizza la letteratura per fare soldi (!) e di non nutrire alcuna reale passione per ciò che scrivo (!!!). Le ribatto che è un genio: ha capito tutto di me leggendo una semplice mail! Chiudo la corrispondenza dicendole che è libera di pensare ciò che vuole: a me non importa. Anche perché io non ho espresso un parere sulla sua persona, ma sulle sue osservazioni, come da lei richiesto.
Ora, gli scrittori saranno anche “permalosi all’ennesimo grado”, ma provate a contestare le critiche avanzate da certi giornalisti… vi ritroverete a fronteggiare un essere schiumante rabbia, che non accetterà obiezioni (pur fingendo sportivamente di voler instaurare un dialogo) e vi darà filo da torcere ad ogni nuova uscita, qualora – malauguratamente – il vostro nuovo libro finisca tra le sue mani.
Per gente come questa, vale ciò che scrisse Schnitzler: “Nullità: è possibile accettarle. Ce ne sono tante. Ma essere una nullità e per di più insolente: questo è il recensore”.
Mi permetto di correggere il maestro: alcuni, recensori. Almeno suppongo.
ESPERIENZA 3: giornalista di un quotidiano nazionale. Ha un blog, ma non è molto visitato, perché lui (sostiene) dissimula: nessuno sa che è un giornalista. Mi dice subito che, volendo, potrebbe scrivere un bel pezzo sui nostri libri. Io, fesso (onesto?) come sono, gli dico che prima farebbe bene a leggerli. Mi fa: “va bene, spedisci tutto in redazione”.
Questi fatti hanno inizio e fine nell’ottobre del 2006. Da allora non ne ho saputo più nulla, se non che i libri sono regolarmente giunti a destinazione. È possibile che non li abbia graditi, ma questo non giustifica il suo silenzio, dal momento che si era reso disponibile a incensarli ancor prima di testarne la qualità.
Probabilmente questo signore preferiva scrivere una recensione positiva ad occhi chiusi, in nome di quello scambio di favori tra editoria e giornalismo tout court che purtroppo, di questi tempi, è assai in voga nel nostro Paese.
Si tenesse le sue recensioni bendate e la sua pubblicità: non vendo l’anima per tirar su un po’ di soldi, checché ne pensi la giornalista spocchiosa dell’ESPERIENZA 2…
continua…
La seconda parte del post verrà pubblicata tra qualche giorno.
ESPERIENZE TRAUMATICHE (Quarto episodio)
di Aldo Moscatelli
A proposito di concorsi letterari: nel 2001 partecipai ad un concorso indetto da una casa editrice pugliese. Nonostante la sfilza di delusioni già vergate nel mio curriculum di scrittore esordiente, anche in quella occasione decisi di mettermi in gioco. Il premio in sé non era eclatante: un piccolo buono da spendere in libreria, di importo variabile a seconda della posizione raggiunta in classifica (venivano premiati soltanto i primi tre). La cosa puzzava già un tantino, dal momento che i soldi vinti andavano spesi obbligatoriamente nella libreria gestita dalla stessa casa editrice; tutto questo ad esclusivo vantaggio degli organizzatori, ovviamente.
Ma tant’è: a me interessava, come già detto, mettermi in gioco, misurare le mie forze, verificare la qualità dei miei scritti. Ed occorreva il parere professionale di perfetti sconosciuti.
Pagai quindi la tassa di iscrizione (a differenza di molti scrittori dalle braccine corte, io non ho mai giudicato “fuori dal mondo” richieste di tale natura, se tra il dare e l’avere è presente un minimo equilibrio), inviai il mio racconto in busta chiusa e restai ad attendere.
A distanza di tre mesi, giunse la buona novella: mi ero classificato terzo, non dovevo far altro che presentarmi alla serata di presentazione, tenere un discorso e incassare il mio buono da 200.000 lire. La gioia per il piccolo traguardo raggiunto, però, venne ridimensionata durante la serata di presentazione di cui sopra, che si svolse nella libreria della casa editrice.
Per intenderci:
1) Il titolare della casa editrice, intervenuto per l’occasione, sostenne di aver letto i racconti classificati nelle prime tre posizioni, e di averli giudicati “derivativi”, sintomo delle lacune in materia letteraria di noi gggiovani e dello scarso interesse nutrito nei riguardi della lettura. Tutto questo, beninteso, davanti ai vincitori del concorso (incluso il sottoscritto) e a un pubblico piuttosto numeroso. Non saprei dire se i racconti premiati fossero davvero “derivativi”: certamente non fu gentile, da parte sua, farlo presente in quel modo e in quel contesto. Ciarlò a ruota libera per quasi mezz’ora, ringraziando servilmente le importanti autorità convenute (il giornalista di una rete privata, un rappresentante dell’Università, un tizio a capo di una struttura parauniversitaria). Poi mollò il microfono e andò via. Non si degnò neanche di stringerci la mano, o di rivolgerci la parola. Quando la parola venne concessa ai vincitori del concorso, lui si allontanò in compagnia delle amiche autorità. Probabilmente pensava che, oltre ad essere mediocri scribacchini, noi vincitori fossimo anche dei pessimi oratori.
2) Se il titolare della casa editrice blaterò davanti al microfono per una buona mezz’ora, ai vincitori fu concessa una presentazione-farsa del proprio lavoro: un paio i minuti a disposizione, durante i quali fu la presentatrice dell’evento a monopolizzare la scena (io avrò parlato sì e no per trenta secondi).
3) Secondo quanto stabilito nel bando di concorso, al terzo classificato spettava un buono da 200.000 lire. Magicamente, però, mi rifilarono un buono da 100.000 lire; in alternativa alla cifra mancante, mi appiopparono una decina di libri scelti arbitrariamente (chissà perché, tutti col logo della loro casa editrice), che rinvenni in uno squallido pacchetto confezionato alla meglio con fogli A4. Lo scopo, sostennero in una stringata lettera d’accompagnamento, era quello di incentivare la lettura in noi gggiovani (e da quel particolare capii che il discorso dell’editore mirava proprio a giustificare il furto da loro compiuto, un modo, cioè, per introdurre l’argomento, addolcire la pillola e pararsi il sedere). Peccato che i dieci libri - a parte un paio di titoli - appartenessero ad emeriti sconosciuti, scrittori esordienti pubblicati dalla stessa casa editrice che aveva organizzato il concorso. Li ho letti: roba di infimo livello, romanzetti con trame e dialoghi che a volte rasentano il trash; in seguito ho scoperto che quella casa editrice chiede il contributo editoriale, fattore che (com’è noto) accresce esponenzialmente la possibilità di imbattersi in lavori scadenti o acerbi.
Oggi come allora, mi chiedo che cosa avrei dovuto imparare da quei libri; il modo in cui NON andrebbe scritto un romanzo, forse. Ma è evidente che gli organizzatori desideravano soltanto sbolognare alle tre “vittime sacrificali” libri che marcivano sugli scaffali della loro libreria da tempo immemore. Meritavano una denuncia, ma per una cifra del genere (gli attuali 50 euro) non credo ne valesse la pena. Mi limitai, così, ad evitare negli anni a venire quella casa editrice e quella libreria, memore della lezione ricevuta.
Me ne tornai a casa, alla fine della serata, con la consapevolezza di essere stato frodato. In fin dei conti, è come se noi Sognatori, in occasione del concorso letterario “Un sogno dentro un sogno”, premiassimo soltanto cinque autori invece dei dieci pattuiti nel bando. Quel che più mi infastidì, comunque, fu l’atteggiamento altezzoso dell’editore che (ribadisco) preferì evitare la plebaglia e svignarsela alla chetichella.
Ventilò anche la possibilità di pubblicare in un’antologia i racconti vincitori (per quale motivo non è dato sapere, dal momento che li considerava poco validi). Antologia che, neanche a dirlo, non ha mai visto la luce. E forse è meglio così.
ESPERIENZE TRAUMATICHE (terzo episodio)
di Aldo Moscatelli
Avviso: questo post potrà essere compreso appieno soltanto da chi NON considera un’opera letteraria, scritta da sé o da altri, come un banale insieme di fogli numerati.
Sul finire del 2003 contattai i tipi di una casa editrice campana per sottoporre alla loro attenzione alcuni miei racconti, poi terminati nella raccolta “Il cimitero dei giocattoli inutili e altri racconti calpestati”. Inviai il pacco tramite raccomandata con ricevuta di ritorno; la ricevuta tornò fra le mie mani a distanza di due settimane, regolarmente firmata. Iniziò così la solita, snervante attesa; ero pronto a pazientare per i consueti tre-quattro mesi, ma a un certo punto mi resi conto che le cose stavano andando un po’ per le lunghe. Inviai così una mail nella quale chiedevo (gentilmente) spiegazioni circa il ritardo nell’inoltro del responso. Mi fu risposto che (cito testualmente):
“Il suo lavoro non risulta pervenuto in forma cartacea a V., da qui il fatto che non le è stato risposto, anche perché non sapevamo a cosa rispondere”.
Naturalmente la notizia m’inquietò non poco, e chiesi immediatamente spiegazioni; ero in possesso della ricevuta controfirmata da un loro addetto (il nome era ben leggibile e mi fu confermato che la firma riportata apparteneva a una loro dipendente), a testimonianza di come il mio pacco fosse regolarmente giunto in redazione. La loro risposta, di una freddezza e di una maleducazione uniche, verté su pochi concetti insulsi, tra i quali (cito ancora una volta testualmente):
1) “riceviamo circa 800 testi all’anno, e rispondiamo a circa il 99% degli autori, fra l’altro senza chiedere un centesimo come tassa di lettura”;
2) “il suo sgomento è esagerato”;
3) “lei è libero di esternare tutta la delusione che crede… ma in un Paese in cui si dà sempre tutto per scontato una risposta come la sua è pienamente coerente”;
4) “la sua fiducia nei riguardi del sistema editoriale italiano rischia di venir meno GRAZIE a noi? Cosa rispondere se non: si figuri!” (seguono tanti ghirigori a forma di sorriso).
A questi quattro punti replicai in questo modo:
1) “Non mi interessa nulla della vostra presunta semi-infallibilità, né vedo cosa possa centrare col mio caso. Avete smarrito i miei racconti e invece di chiedere scusa vi nascondete dietro sterili statistiche. Complimenti! Inoltre: asserite di non chiedere un centesimo per la lettura dei lavori. E ci mancherebbe pure! Ma cosa siete, una casa editrice o un’agenzie letteraria?”
2) “Il mio sgomento è esagerato? Certo, non siete voi ad aver perso soldi, tempo e speranze per un errore altrui, no? Non è che per caso siete voi a minimizzare, e a fingere che nulla di importante sia davvero accaduto? Cosa ancor più grave: senza neanche scusarvi per il disagio arrecato; ammettete sottovoce l’errore ma invocate a gran voce mille attenuanti pur di non chiedere limpidamente scusa. È così umiliante per voi dare ragione a uno scrittore esordiente?
3) “Posso esternare tutta la delusione che voglio, eh? Già, tanto a voi che importa? Io sono l’anonimo scribacchino, il numero archiviato in un fascicolo. Delle mie rimostranze potete fregarvene, perché siete dall’altra parte della barricata; in caso contrario (o se mostraste almeno un minimo di empatia) vi scrollereste di dosso quella spocchia da giudici supremi e capireste davvero in cosa avete sbagliato: non tanto nell’aver smarrito un pacco (certe cose capitano a tutti, me compreso), quanto nell’esservene fregati dell’errore commesso. Qualora nella vostra mail vi foste degnati di scrivere cose del tipo: “abbiamo perso il suo pacco, siamo mortificati e speriamo che lei voglia concederci una seconda possibilità, nella speranza che l’incidente occorso rimanga isolato”… beh, non avrei avuto alcun problema a rispedirvi i racconti. Perché, mettetevelo bene in testa, qui nessuno pretende miracoli: ci si aspetta soltanto di essere letti e valutati. Voi lo avete fatto? No! E allora tacete. È il vostro vittimismo, piuttosto, a ben rappresentare il nostro Paese: voi, che pretendete di essere ringraziati anche davanti agli errori più grossolani, sperando che la gente presti maggiore attenzione alla quantità delle promesse sbandierate piuttosto che alla qualità dell’effettivo servizio prestato.
4) “Sì, la mia opinione nei confronti del sistema editoriale è ormai finita sotto le scarpe, anche grazie a voi. Ma non siate timidi, o modesti: devo ringraziarvi eccome! Mi avete svelato anticipatamente il vostro vero volto, arricchendomi con un’esperienza in più (della quale farò tesoro in futuro). Meglio così, credetemi. Il fatto stesso che, nonostante la notevole estensione della vostra mail, non mi sia stata rivolta alcuna scusa per l’incidente verificatosi, è indice (a mio parere) della vostra superbia, nonché espressione di un certo modo di considerare la figura dello scrittore esordiente qui in Italia. Ad ogni modo, vi invito a chiudere qui la questione e a non inviarmi ulteriori mail. In caso contrario, vi informo sin da ora che eventuali, nuovi messaggi di posta elettronica riceveranno lo stesso trattamento riservato ai miei racconti: ovvero, non verranno letti, ma ignorati e immediatamente cestinati”.
A distanza di dieci giorni mi giunse una mail da parte del direttore editoriale in persona. L’oggetto faceva riferimento a certe misteriose scuse…
Le pretendevano da me o si trattava piuttosto di un intempestivo mea culpa?
Mistero dei misteri…
di Aldo Moscatelli
Mi ero ripromesso di tornare sugli argomenti sviscerati nel secondo appuntamento con “ESPERIENZE TRAUMATICHE”, e in particolare di rispondere con la dovuta calma agli ultimi quattro commenti.
Prasnabrana ha fatto notare che nel Rifugio degli esordienti è segnalata come “non a pagamento” una casa editrice che invece chiede il contributo agli scrittori. Nulla di cui sorprendersi, in tal senso; fortunatamente c’è un numero crescente di esordienti che rifiuta a priori l’idea di pubblicare col contributo. Si tenta quindi di mascherare la verità in due modi: o tacendo sulla richiesta di denaro o negandola apertamente. A che pro? Semplice: in questo modo gli scrittori invieranno comunque il proprio lavoro e chi lo riceverà tenterà di convincerli a sganciare i soldi con lodi sperticate, promettendo mari e monti sul piano distributivo e pubblicitario, coscienti di poter trovare (e probabilmente ci riescono davvero) il proverbiale pollo da spennare.
È comunque possibile segnalare ai tipi del Rifugio eventuali tentativi di spergiuro, sempre che si sia in possesso del materiale per dimostrarlo.
Anche Giarre ci ha raccontato la sua esperienza, che è poi quella di tanti esordienti: ha scritto un romanzo, lo ha spedito in giro per l’Italia, soltanto due case editrici le hanno risposto (con la solita lettera fotocopiata, però), poi ha scovato una micro-casa editrice che le ha concesso fiducia e le ha pubblicato il romanzo a costo zero. Il commento di Giarre si conclude così: “So già che così sia la distribuzione che la pubblicità sarà più difficoltosa o inesistente, ma va bene così. Almeno mi hanno letto il libro”. Parole sante. La caparbietà di Giarre è assolutamente ammirevole. E allora diamola un’opportunità, a questa piccola e coraggiosa editoria! Sì, pubblicità e distribuzione saranno difficoltose ma, con l’aiuto di tutti, noi piccoli potremo crescere e dare filo da torcere a chi intravede, nei sogni degli scrittori di talento, qualcosa su cui lucrare. C’è da dire che l’impegno col quale operano le piccole case editrici non a pagamento è enorme. C’è un dato incontrovertibile a sostegno della mia tesi, ed è questo: laddove gli editori a pagamento, ottenendo il contributo, coprono praticamente tutte le spese (e non solo), e possono quindi fregarsene se poi un’opera viene venduta concretamente, le case editrici non a pagamento devono invece sudare sette camicie per poter rientrare nelle spese. E l’unica arma a loro disposizione è la vendita: hanno tutto l’interesse, dunque, a piazzare le copie.
Il futuro dell’editoria italiana passa anche attraverso l’operato delle piccole case editrici, ne sono certo.
Vincenzo Manna, nel suo commento, ha invece posto un sillogismo aristotelico, che però si fonda su un assunto di base un po’ traballante (“gran parte dei lettori sono scrittori esordienti”). Al di là di questo, la conclusione di Vincenzo è assolutamente sensata: “Quando inviamo un nostro manoscritto ad una casa editrice, credo che una risposta la meriteremmo. Magari anche negativa, ma motivata”. Lo credo anch’io, l’ho già detto e lo ripeto: i responsi-fotocopia non servono a un tubo, e non sono professionali. La mia casa editrice fornisce (senza chiedere un centesimo) schede di valutazione lunghe e dettagliate, indipendentemente dal responso. Cerchiamo di offrire qualcosa in più perché, francamente, ce ne freghiamo di ciò che fanno gli altri. Le normali case editrici inviano letterine prestampate? Fatti loro. Esistono le agenzie letterarie? E chi se ne frega. Da scrittore esordiente ho sempre sperato di poter ricevere questo “qualcosa in più”, e adesso che sono un editore (dalla lunga memoria, ne converrete) non voglio tirarmi indietro e lasciarmi “mediocrizzare” da chi sostiene che “la realtà è questa e bisogna accettarla perché tutti fanno così”. Certe fesserie vanno bene per i ruderi comodamente seduti dietro la scrivania di certe case editrici, non per il sottoscritto.
Un utente anonimo (che prego in futuro di firmarsi, anche un nick va bene) ha invece sollevato un problema ancor più delicato, sostenendo che pure gli scrittori esordienti, accettando il ricatto del contributo, alimentano “questo circuito perverso”. Io mi spingo oltre: non solo alimentano il circuito, ma sviliscono se stessi, il proprio talento (per chi ce l’ha) e la professione di scrittore. Confondono le acque, oltretutto, perché c’è gente convinta che uno scrittore, anche se pubblicato col contributo, sia superiore a uno scrittore rimasto anonimo per non aver ceduto al medesimo ricatto. Così non è. La differenza fra i due non è qualitativa, ma economica. Segno che la meritocrazia ormai non esiste più, o sopravvive a stento.
Sul fatto che gli scrittori siano concausa del problema, dunque, non ci piove. Da mesi mi sgolo ripetendo che bisogna cambiare la situazione. Che gli esordienti devono maturare un’etica forte. Che bisogna portare pazienza. Che bisogna lasciar morire di fame le case editrici a pagamento e incentivare quelle, coraggiose, che pur con un misero budget a disposizione si fanno in quattro per aiutare gli scrittori capaci ad uscire dall’anonimato. Ma a distanza di anni posso dire che, in base alla mia esperienza, esistono tre tipologie di esordienti:
1) Quelli con un’identità e una deontologia spiccate, interessati ad aiutare concretamente la piccola editoria di qualità. Sono pochissimi, ma ci sono; alcuni transitano sovente da queste parti.
2) Quelli disposti a tutto pur di vedersi pubblicare, compreso il pagamento del contributo (che per loro evidentemente non rappresenta un problema). Sono parecchi.
3) Quelli che vogliono soltanto essere pubblicati, qui e adesso, senza rimetterci un centesimo né alzare un dito, fregandosene altamente di dare una mano alla piccola editoria. Sono la maggior parte.
Sul piano numerico, è soprattutto la terza categoria a mandare in rovina la piccola editoria; è formata da individui che si illudono di meritare ogni tipo di attenzione, e pretendono (non sto scherzando) che gli editori si genuflettano ai loro piedi. Se il medesimo editore osa chiedere di aiutare la piccola editoria mediante l’acquisto di un libro, arretrano inorriditi. Convinti di aver partorito un capolavoro letterario, mal sopportano le critiche. Se poi ne stronchi i lavori (in certi casi penosi sul piano grammaticale e sintattico), vanno via sdegnati, e si rifugiano in quei siti che pubblicano cani e porci senza operare il minimo filtro, senza distinguere tra capaci e incapaci. Proprio come le case editrici a pagamento.
Io mi auguro che, delle tre categorie sopra elencate, la prima possa presto allargare le proprie fila, accogliere nuovi scrittori consapevoli che il loro stesso futuro dipende dalle sorti della piccola editoria. Il rischio, infatti, è che l’indifferenza palesata nei riguardi di questo microcosmo (del quale anche I sognatori fa parte) ci conduca in un futuro in cui tutti gli scrittori, geniali o balordi che siano, dovranno sborsare migliaia di euro per veder pubblicato un libro.
Ma a quel punto, il problema resterà loro: noi non ci saremo.
ESPERIENZE TRAUMATICHE (secondo episodio)
di Aldo Moscatelli
A grande richiesta (già immagino qualche fischio isolato!) ritorna la rubrica ESPERIENZE TRAUMATICHE, che tanto (pure troppo) ha fatto parlare in passato.
In apertura tengo a specificare che a me interessa soprattutto raccontare esperienze di vita vissuta, e rendere note le riflessioni che ne sono scaturite; lo faccio a beneficio degli scrittori esordienti, senza nutrire la pretesa di universalizzare la mia esperienza. Ma a qualcuno servirà, ne sono certo, e quel qualcuno si rispecchierà nelle mie parole: fatevene una ragione.
Una gavetta di quindici anni come scrittore esordiente certifica la mia voce in capitolo. Chi certe cose non le ha mai vissute, o le ha guardate da lontano, di sicuro non capirà o fraintenderà. E la cosa mi interessa ben poco.
Dunque, oggi vorrei parlarvi di un’esperienza traumatica vissuta con una casa editrice medio-grande del centro Italia; il nome non lo faccio, perché la diatriba tra me e loro si svolse per via telefonica, e l’unica cosa che ho conservato di quell’esperienza (oltre alla lezione di vita) è il contratto che mi spedirono. Tutto è nato da lì, ora che ci penso: da quel contratto di edizione. Ma andiamo con ordine.
Ho sempre rivolto la mia attenzione, come scrittore esordiente, tanto alle grandi quanto alle piccole case editrici; in effetti partii da quelle minori (anche se qualcuno ha capito il contrario), poi tentai con le grandi ma, deluso dall’atteggiamento mostrato da alcune di esse, feci un passo indietro. Tuttavia, pur concentrandomi a lungo soprattutto sulle case editrici meno conosciute, non ho mai scartato la possibilità di pubblicare con una major (tutto stava nel vedere come si sarebbero comportate nei miei riguardi, e non mi riferisco certo al responso positivo, dal momento che una casa editrice può scartare un lavoro ma farlo con gentilezza e intelligenza, spronando così lo scrittore a ritentare più e più volte), tant’è che Fanucci fu in assoluto l’ultima casa editrice che contattai. Poi ho fondato I sognatori, ma questa è un’altra storia.
Agli albori del nuovo millennio, lessi da qualche parte il nome di una casa editrice di medie dimensioni, operante come già detto nel centro Italia. Così come ho sempre fatto nella mia carriera di scrittore esordiente, visitai il loro sito internet (meglio specificarlo: non vorrei che qualche sapientone pretendesse di spiegarmi in quale modo si cerca una casa editrice), e presi nota delle informazioni che più mi interessavano; non essendo presente alcun riferimento a richieste di contributo et similia, ne restai soddisfatto. Consultai il loro catalogo e mandai una mail chiedendo se fossero interessati a pubblicare romanzi noir (ma sì, specifichiamo anche questo: non vorrei che qualche sapientone pretendesse di spiegarmi il concetto di “politica editoriale”); fin lì avevo spedito soltanto racconti di vario genere, a seconda delle esigenze mostrate dalle varie case editrici. Quella volta, invece, volendo misurare le mie “forze” sulla lunga distanza, spedii loro (dietro tacita richiesta) “L’orologio di cenere”. Quindi restai in attesa, per quattro lunghi mesi.
Un bel giorno arriva un plico. Lo squarcio in fretta e furia. C’è un accordo di edizione (un pre-contratto, insomma) da firmare. La lettera in allegato si apre con un’ode al mio lavoro: “lettura gradevole e scorrevole… Moscatelli conosce e riproduce, con bravura ed efficacia, atmosfere, caratteri, dispositivi narrativi”. Mica male, penso. Guardo incredulo il pre-contratto: manca soltanto la mia firma! L’entusiasmo però non riesce a frenare la mia inguaribile diffidenza, così comincio a leggere uno ad uno gli articoli; ed eccola lì, la fregatura:
Siamo pronti a pubblicare
A Sua scelta le copie potranno essere acquistate come segue:
Insomma, nel contratto sembra che mi chiedano di acquistare un televisore piuttosto che entrare a far parte di una casa editrice. Rido (non era la prima richiesta di contributo che mi veniva avanzata), lascio sbollire la rabbia, poi afferro il telefono e li chiamo. Segue questa conversazione (la ricordo praticamente parola per parola):
IO: pronto? Casa editrice xxxxx? Sono Aldo Moscatelli e volevo…
SEGRETARIA: oh sì, attendevamo da un paio di giorni la sua telefonata.
IO: sì, il plico è arrivato con un po’ di ritardo. Bene, volevo ringraziarvi per l’interesse dimostrato nei miei riguardi, ma il contratto che mi avete spedito è una presa in giro.
SEGRETARIA: (già nel panico): come?
IO: mi chiedete di comprare 200 copie del libro che io stesso ho scritto. Non è una presa in giro, questa?
SEGRETARIA: ma noi facciamo così con tutti.
IO: e le pare una bella cosa?
SEGRETARIA: (dopo un attimo di smarrimento): le passo il signor yyyyy
In sottofondo sento un gran vociare.
REDATTORE: pronto signor Moscatelli? Sono yyyyy, mi dica tutto.
IO: dicevo che il contratto di edizione è una presa in giro, e non voglio firmarlo.
REDATTORE: ma guardi che la piccola editoria ha bisogno del vostro contributo per…
IO: non mi pare che xxxxx sia una “piccola casa editrice”. Le conosco, le piccole case editrici…
REDATTORE: va beh, siamo in espansione.
IO: e allora perché vi occorrono i miei 2.400 euro?
REDATTORE: non ha letto i servizi promozionali che le garantiamo?
IO: come no! “Presentazione del libro all’interno della rivista Chi se la compra”, “numero 2 citazioni all’interno della trasmissione radiofonica Chi se l’ascolta”, “redazione della nota critica”, “segnalazione di concorsi letterari ai quali partecipare”, e via dicendo. Non credo che questa roba giustifichi i 2.400 euro di contributo editoriale.
REDATTORE: beh, ci sono le spese di stampa.
IO: e devo accollarmele io? Ma allora le case editrici che ci stanno a fare?
REDATTORE: investendo sui giovani si corrono determinati rischi, cerchi di capire…
IO: e infatti per quello si parla di “investimento”. Voi invece volete farmi pagare 200 copie a prezzo pieno. Lì dentro c’è la stampa, la pubblicità e anche una bella gratifica…
REDATTORE: signor Moscatelli, perché ci ha contattato se è contrario alla richiesta di contributo?
IO: semplice. Perché nel vostro sito non è scritto da nessuna parte che chiedete contributi agli scrittori esordienti.
L’uomo tace per un paio d’ore, poi si riprende.
REDATTORE: le passo il titolare.
Solito vocio.
TITOLARE: buona sera, sono ZZZZZ, il titolare della casa editrice. Qual è il problema?
IO: abbia pazienza, non posso ripetere ogni volta le stesse cose. Dicevo ai suoi impiegati che non mi piace l’idea del contributo, ad ogni modo. Soprattutto perché nel vostro sito questo particolare non è specificato. E la cosa non mi sembra corretta.
TITOLARE: non è specificato? Ne è sicuro?
Inizio a ridere, e penso: santo cielo, in che mani stavo per finire! Parlano sul serio? Mi stanno prendendo in giro? Boh!
IO: la casa editrice è sua, dovrebbe dirmelo lei.
TITOLARE: non gestisco personalmente il sito… però mi sembra che nel Rifugio degli esordienti ci sia scritto che chiediamo il contributo…
IO: mi sta dicendo che per avere informazioni certe sulla vostra casa editrice, uno scrittore deve visitare un sito che non ha niente a che vedere col vostro?!?
TITOLARE: no… no, figuriamoci. Si tratta di una svista. Provvederemo a rendere chiaro ed esauriente il nostro sito.
Potevate pensarci dall’inizio, rimugino fra me e me.
IO: beh, la saluto allora.
TITOLARE: è proprio sicuro di non voler firmare il nostro contratto? Il suo romanzo ci è piaciuto davvero.
IO: se mi pubblicate a costo zero, sì.
TITOLARE: si potrebbe abbassare il quantitativo di copie da acquistare.
IO: io sono pronto ad acquistarne… diciamo… nessuna?
TITOLARE: mah, se lei ne fa una questione etica io non posso ribattere niente.
Ho vinto. Ho appena rinunciato al mio primo contratto, ma ho vinto.
IO: non si preoccupi, tanto il mio contratto finirà nelle mani di qualche altro scrittore. Per voi non fa differenza, no? L’importante è che quel tale abbia un gruzzolo da parte.
TITOLARE: di sicuro pubblicheremo un bel libro, gruzzolo o meno.
IO: di sicuro pubblicherete un libro, sì. La saluto, allora.
TITOLARE: buona serata, signor Moscatelli. E ancora grazie per averci segnalato quel particolare del sito. Sarà mia premura assicurarmi che la richiesta di contributo venga ben evidenziata nella home page.
Chiudo.
Bene, il sogno è finito. E mi chiedo: cosa ho imparato da questa esperienza? Tre cose:
1) certe case editrici esistono soltanto per lucrare;
2) guardare per bene il sito di una casa editrice a volte non serve assolutamente a nulla, checché ne dica qualcuno (per questo l’esperienza diretta vale più di mille baggianate, no?); laddove la richiesta di contributo non venga specificata, meglio chiedere a chi di dovere. Dovremmo essere noi editori a mettere le cose in chiaro, per correttezza nei confronti degli scrittori, e qualcuno per fortuna lo fa, ma i tentativi di raggiro (mascherati da semplici sviste) c’erano ai miei tempi e ci sono ancora oggi (sapeste quanti scrittori mi contattano per raccontarmi le loro esperienze traumatiche!);
3) se in un contratto c’è scritto (cito testualmente da quello che spedirono a me): “proporre nuove realtà letterarie è una vera e propria scommessa editoriale, che noi cerchiamo di portare avanti con efficacia, trasparenza ed in stretta collaborazione con gli autori”, bisogna iniziare a preoccuparsi. Perché per “stretta collaborazione” qualcuno intende “infilare le mani” nelle tasche degli scrittori esordienti. E per “trasparenza” intende che le notizie da comunicare, quelle davvero importanti, sono “trasparenti”, cioè invisibili.
Oggi mi chiedo: chissà poi se la rettifica sul sito l’hanno apportata davvero. Non ho mai controllato. Ma che importa, ormai? Tanto qualche ingenuo da spennare lo avranno trovato comunque; spero anche che qualche caparbio sognatore, nel tempo, li abbia mandati a quel paese, come ho fatto io.
Ribadisco: a livello personale, tutto questo ormai non ha più importanza. Ho una casa editrice da gestire, adesso…
ESPERIENZE TRAUMATICHE (primo episodio)
di Aldo Moscatelli
Ho accennato spesso ad esperienze negative accumulate negli anni, quando, come ogni scrittore esordiente, spedivo i miei lavori in giro per l’Italia, nella speranza di ricevere un giudizio positivo o, se non altro, la dovuta attenzione.
L’accumulo di queste esperienze ha generato in me un senso di sfiducia (sfociante spesso e volentieri nel disprezzo più totale) nei riguardi di buona parte del mondo editoriale italiano, che tenterò di tratteggiare narrandovi le mie disavventure, in modo da consentire a tutti di conoscere le ragioni del mio astio.
Comincerò dalle grandi case editrici; in vita mia ne ho contattate poche, e nessuna di loro ha lasciato in me un buon ricordo. Tempestai la Feltrinelli di lettere e mail con le quali chiedevo un cenno di riscontro ad una semplice domanda (“può interessarvi ciò che ho scritto?”), ma ottenni di rimando il silenzio più totale. Mi chiedevo, e mi chiedo ancora oggi: quanto tempo occorre per digitare una semplice risposta? Con la scusa più vecchia del mondo (“le mail sono tante, non si può rispondere a tutti”), qualcuno crede di chiudere qui la questione. Io so che i penalizzati, alla fin della fiera, sono sempre gli stessi, e cioè gli scrittori esordienti. Perché le giornate di una grande casa editrice durano quanto quelle di una piccola casa editrice. C’è un lasso temporale di 24 ore da gestire per entrambe, e se il lavoro è molto, occorre fissare delle priorità: forse è per questo motivo che io mi ritrovo, differentemente da altri, a fare le ore piccole per rispondere di persona agli scrittori esordienti…
Per Einaudi vale lo stesso discorso: mail e lettere come se piovesse, risposte zero.
Fanucci mi fece sapere che occorrevano dieci mesi (!) per ottenere un responso: e in verità, io quel responso lo attendo da due anni…
Marsilio, invece, ebbe la compiacenza di rispondermi, e anche in tempi brevi. Tuttavia, continuo a pensare che i miei racconti non li abbiano nemmeno letti. In caso contrario, la loro risposta è stata inadeguata. Dire a uno scrittore esordiente che un lavoro “non è risultato in linea con la politica editoriale della casa editrice” non serve assolutamente a nulla, né significa nulla. In questo modo non si aiuta in nessuna maniera l’autore, che non ha modo di comprendere dove ha sbagliato, dove può migliorare e così via. Tutto questo rivela un atteggiamento riduttivo che ha quasi del penoso: qualunque scrittore esordiente, anche il più promettente, si vedrà recapitare la letterina prestampata di poche righe, e magari (per la superficialità e l’omologazione nei giudizi dell’intelligentone di turno) penserà di dover accantonare sogni e speranze. C’è il rischio, insomma, di tagliare le gambe anche a scrittori immaturi ma con delle potenzialità; qualcuno dirà che esistono le agenzie letterarie per sbrigare certi compiti. Io ritengo che sborsare svariati euro per ricevere un riscontro sia una gran fesseria, dal momento che quello stesso compito può essere assolto dalla casa editrice contattata. Ma si sa, il tempo è poco, non si può fornire un giudizio dettagliato, i dattiloscritti da valutare sono tanti e bla bla bla. Eppure I sognatori (sì, su questo versante ci consideriamo superiori) offre responsi lunghi e particolareggiati, nonostante l’organico risicato e l’enorme mole di lavoro da sbrigare. Qui subentra il rispetto, amici miei. E non è certo un caso se gli scrittori esordienti, anche dopo aver incassato da noi un giudizio negativo su tutta la linea, ci contattano per ringraziarci dell’attenzione con la quale abbiamo valutato i loro lavori. Il rispetto chiama rispetto, a quanto pare.
Tornando a noi… la casa editrice Adelphi non mi chiese nemmeno di spedirle i miei racconti. Pretese invece un riassuntino degli stessi, come a scuola. Ingenuo qual ero, glielo inviai; a distanza di pochi giorni, però, me ne pentii amaramente. E oggi come ieri mi pongo il seguente quesito: siamo certi che un approccio simile possa essere considerato valido e professionale? Sappiamo tutti che una volgare sinossi può dire tutto e niente di un romanzo. Ci sono opere che, ridotte ai minimi termini, possono apparire erroneamente noiose e poco originali. Per non parlare di quei lavori assolutamente impossibili da condensare in poche righe: ve lo immaginate “Il signore degli anelli” sintetizzato in una paginetta? Senza contare che un romanzo non è solo nuda trama, e che per uno scrittore è complicatissimo stilare un sunto del proprio lavoro senza sminuirne il significato; sono certo che anche Bradbury avrebbe avuto difficoltà nel far capire all’Adelphi che il suo Fahrenheit 451 non era una bassa imitazione del 1984 di Orwell!
Concludo con i simpatici colleghi della Mondadori: un mio lavoro, il racconto lungo Il cimitero dei giocattoli inutili, arrivò per vie traverse (non per mia volontà, comunque) fra le mani di un loro redattore. Il suo primo commento fu molto positivo, parlò di “struttura originale e tonalità narrative affascinanti” (cito testualmente, perché ho conservato le lettere che mi inviò). Quando gli chiesi, più per sfida che per altro, se fosse interessato a pubblicarlo, cambiò versione, e il mio racconto divenne nel giro di 40 giorni “privo di struttura, qualcosa di incompiuto”.
Da allora ho smesso di cercare la gloria presso le grandi case editrici, e mi sono rivolto di nuovo a quelle piccole e medie. Ma non è cambiato un tubo.
Di questo, però, avrò modo di parlare in futuro.